Cosa sta succedendo a Gaza? La vita è sospesa, ma la ferita continua a sanguinare
di Lucia Capuzzi, inviata a Miflasin
Il rumore assordante del conflitto, dopo l'offensiva israelo-americana in Iran, si è spostato nell'area del Golfo. La Striscia resta però una terra in cui nessun nodo è stato sciolto. Si sente il via vai delle ruspe, ma la ricostruzione si ferma davanti alla barriera. Padre Romanelli: qui la pace non inizia e la guerra non finisce

Al sole del mattino, il campo s’accende. Il verde brilla in tre tinte contigue: più scura la prima parte, chiarissimo il centro, smeraldo alla fine. Forse perché accecati dall’intensità del paesaggio circostante, forse perché poco abituati a soffermarsi più a lungo del tempo di uno scatto, gli occhi faticano a distinguere la sagoma all’orizzonte. Occorre la pazienza e la volontà di fissare lo sguardo sulla chiazza marrone sbiadito che si staglia a qualche centinaio di metri di distanza. Solo allora, dopo qualche minuto, dalla massa informe emergono i contorni. E disegnano nel paesaggio quel che c’è e quel che non c’è più. La recinzione, scura e implacabile, è rimasta a tagliare la terra, creando “l’altra parte”. Appena dietro, sulle due colline, gli avamposti dei militari israeliani piazzati quasi a racchiudere Jabalia, di fronte. O meglio, le sue rovine. Grovigli di palazzi, costruzioni sbilenche, tanto vuoto sul desolato lungomare. Ci vorrebbe non più di una ventina di minuti di cammino per raggiungerla. Se quella distesa di coltivazioni appena irrigate non fosse presidiata dall’esercito. Se il confine avesse un’apertura valicabile. Se “l’altra parte” non fosse Gaza.
Adiacente al kibbutz agricolo di Miflasin, il monumento di Black Arrow – eretto per ricordare una battaglia nella guerra con l’Egitto del 1956 e appena reso di nuovo accessibile – è il punto più prossimo fisicamente all’enclave palestinese. E, forse, quello emotivamente più distante. Le famiglie che, dopo la lunga chiusura, hanno ripreso i pic nic, cercano di non guardarla. «Mio marito c’è stato, ha perso tanti amici, abbiamo appena avuto un bambino e voglio solo che “quelli dell’altra parte” non lo uccidano», afferma la 23enne con un misto di commozione e fastidio. I soldati che escono dalla Striscia, alla fine del turno, sfatti e impazienti di una pausa a casa, le voltano le spalle. «Sono rimasto dentro due settimane. Ero proprio là, nel nord, nei pressi di Jabalia. Com’è? Brutto, molto brutto. È tutto in macerie. La tregua è un’illusione. Continuano a scavare tunnel e a cercare di oltrepassare la Linea gialla. E noi a sparare. Non si può continuare a vivere così. Né noi né loro», racconta il trentenne di Petaj Tikva, di professione programmatore, con innumerevoli missioni a Gaza alle spalle negli ultimi due anni e mezzo. Acconto a lui, una decina di giovani, molti dai tratti asiatici. I “nuovi israeliani”: i figli di immigrati di discendenza ebraica ottengono automaticamente la cittadinanza. Tutti hanno fretta di lasciare il confine. «Fino alla prossima volta – dicono, mentre si allontanano -, sperando che non ci sia». Nessuno ci crede troppo.
Ora, insolitamente, non si sentono il rombo degli aerei e il tonfo sordo delle bombe. Il rumore assordante del conflitto si è spostato a nord e si è propagato in quattordici Paesi della regione senza che il nodo dell’enclave venisse sciolto. E la ferita israelo-palestinese cominciasse a rimarginarsi. Fuori dalla ribalta internazionale, al contrario, continua a sanguinare. A quasi due anni e mezzo dal 7 ottobre e cinque mesi esatti dal cessate il fuoco, costantemente violato, Gaza giace sospesa tra «una pace che non inizia ad iniziare e una guerra che non finisce di finire», dice padre Gabriel Romanelli, parroco della chiesa della Sacra Famiglia di Gaza City. «Certo, almeno i bombardamenti a tappeto si sono fermati… Ma la Striscia è triturata – aggiunge il sacerdote argentino che continua ad ospitare nel complesso della parrocchia oltre cento sfollati –. Manca tutto. Il necessario e l’indispensabile. Soprattutto siamo senza sistema elettrico dall’inizio del conflitto. La produciamo come possiamo. Alimentiamo le batterie con diesel, gasolio, perfino con olio scaduto o sciogliendo i rifiuti plastici. La rete idrica è collassata: la poca acqua che arriva in alcuni quartieri non è potabile. Non parliamo degli ospedali… Più dell’emergenza materiale, a terrorizzare la popolazione è che i combattimenti su larga scala e i raid riprendano, specie dopo l’attacco all’Iran». L’apertura del nuovo fronte ha certificato il congelamento della ricostruzione dell’enclave, di fatto mai cominciata nonostante i proclami del Board of peace.
Dall’altra parte – la definizione dipende dai punti di vista –, invece, il via vai di ruspe è costante. Molte si dirigono a sud dove, a tredici chilometri da Miflasin, si trova il cancello giallo di Be’eri, comunità-simbolo della brutalità di Hamas e della resistenza all’orrore. Centodue persone sono state massacrate il 7 ottobre – il 10 per cento dei residenti –, trentadue sono state sequestrate, dieci di loro sono rimaste prigioniere per due anni, un terzo delle case e i principali edifici pubblici sono stati distrutti. Eppure Be’eri è vivo, come indica lo schizzo di un papavero all’entrata, emblema israeliano della rinascita. Sopra, un cartello precisa che le visite devono essere autorizzate. Un modo di fermare i “pellegrinaggi della memoria” dei primi mesi dopo la strage. «Non abbiamo voluto che la comunità diventasse un memoriale. Che i nostri bambini – io ne ho tre - crescessero in mezzo a testimonianze di morte. Vogliamo continuare ad esistere», spiega Eyan Ben Zvi, 45 anni, al momento residente a Katzerim, come il tre quarti degli abitanti di Be’eri. Ma è impaziente di tornare. Nell’estate 2027 è previsto il termine del piano di riedificazione finanziato dal governo, dai privati e dagli stessi abitanti. Il centinaio di operai impiegati sta terminando il primo complesso di 52 villette nel quartiere orientale di Shikmim, l’estremità opposta a quella più colpita durante l’attacco. «Questa è la mia – dice Eyan, indicando l’ultima palazzina –. Non è stato facile decidere cosa fare con “Be’eri ovest”, su cui si è accanita Hamas. Abbiamo avuto un grande dibattito interno e due votazioni. La maggioranza ha, alla fine, deciso di non conservare le rovine delle case, tranne una che sarà spostata di luogo. Terremo solo gli alberi». Mentre parla, due giovani si dirigono verso la parte ovest della comunità con del nastro adesivo giallo. Segnano le piante da trapiantare nel nuovo quartiere. “Build Be’eri better”, “ricostruire Be’eri meglio”, è il leitmotiv. «E poi – conclude Eyan -? Proveremo ad andare avanti. Con Gaza di fronte. Non ho paura ma so che se fossi un bimbo “dell’altra parte”, ora, odierei chiunque stia da questa. È triste, per entrambi». Israele e Palestina perennemente prigioniere del bordo che le divide e le unisce. Un bordo – come scriveva la poetessa colombiana Pietad Bonnett – a volte, più terribile dell’abisso.
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