«Dovete partire subito». La fuga dei cristiani dal sud del Libano
di Camille Eid
L'ordine di sfollamento viene trasmesso da Israele attraverso i canali Usa ed è perentorio: «Non possiamo più garantire la vostra sicurezza». Il racconto degli abitanti di Alma el-Shaab: «Abbandoniamo le nostre case e le affidiamo ai nostri santi patroni. Ma siamo decisi a farvi ritorno»

«Dovete partire. E subito!». Cade come un macigno sugli abitanti di Alma el-Shaab l'ennesimo ordine di sfollamento trasmesso da Israele attraverso i canali militari americani. Una conferma è poi arrivata dai caschi blu italiani dell'Unifil, dispiegati proprio in questo settore. «Ora, infatti, correte gravi rischi», hanno detto a Shadi Sayyah, il sindaco di questo paesino a ridosso della frontiera con Israele. «Non possiamo più garantire la vostra sicurezza, ma siamo disposti a scortarvi qualora decideste di partire».
È cominciato così un calvario per i 96 irriducibili abitanti di una località che conta abitualmente quattromila anime, tutte cristiane. Per più di una settimana avevano dormito nel seminterrato della chiesa dedicata alla Madonna, ma ora non è più possibile. «Siamo condannati a morire», aggiunge Sayyah. Domenica scorsa, un drone israeliano ha ucciso Sami Ghafari, un uomo di 70 anni, mentre stava in giardino. L'allarme si è diffuso a macchia d'olio tra la piccola comunità. Poi, ieri mattina, la difficile decisione, non senza provare un groppo in gola. «I caschi blu – ha spiegato Sayyah – ci scorteranno fino a Bourj Rahhal, sul fiume Litani, poi ognuno di noi dovrà arrangiarsi. C'è chi andrà presso parenti, altri cercheranno una casa in affitto, che magari non potranno pagare, ma ci aiuteremo a vicenda». La loro speranza è che, dopo questa dura prova, ci sia un ritorno definitivo. «Ci eravamo indebitati – dice ancora Sayyah – per riparare le case danneggiate nel corso della precedente tornata di violenza nel 2024. E ora che i lavori erano quasi finiti, ci tocca abbandonarle e vivere da sfollati».
All'arrivo dei militari italiani, gli abitanti hanno organizzato un convoglio di macchine. Quella di Sayyah è l'ultima a lasciare il paese. Come il comandante di una nave in naufragio che salpa per ultimo sulla scialuppa di salvataggio. «Affidiamo il nostro paese deserto ai nostri santi patroni – dice –. Veglieranno loro su di esso durante la nostra assenza. Perché noi siamo decisi a farvi ritorno. Noi siamo figli della speranza cristiana». Quella di Alma el-Shaab è la parabola di una nazione abbandonata da tutti. In Libano molti temono che sia il preludio della cancellazione della millenaria presenza cristiana nel Sud.
I cristiani (maroniti, greco-ortodossi, melchiti e altri) rappresentano il 7 per cento della popolazione nella provincia di Tiro, il 12 per cento in quella di Bint Jbeil, il 15 per cento a Marjeyoun e il 18 per cento a Hasbaya. Alcuni centri, come Rmeish, Jdaidet Marjeyoun e Qlayaa, contano oltre 10mila abitanti, altri sono di dimensioni più ridotte. A Rmeish, la popolazione è ancora determinata a rimanere. Qui, accanto ai 7mila abitanti rimasti, avevano trovato rifugio centinaia di famiglie sciite sfollate da Bint Jbeil, Aita e Aitaroun. Fino a ieri mattina, quando un ultimatum israeliano è stato trasmesso alle autorità locali: «O mandate via gli sciiti o ve ne andrete via tutti quanti». Un convoglio di caschi blu ha dovuto scortare gli “indesiderati” oltre Tiro.
Un tentativo di rovinare i rapporti di vicinato è avvenuto anche a Qlayaa, dove lunedì è stato ucciso padre Elias al-Rahi. Il sindaco Hanna Daher ha smentito ieri le voci che parlavano di un'infiltrazione di una cellula di Hezbollah nel Paese, il che avrebbe motivato l'attacco israeliano. «Assolutamente falso, ha detto. Ne sono testimoni gli abitanti accorsi con padre Elias a prestare soccorso ai primi due feriti, entrambi cristiani». «Non saprei, ha aggiunto, ma sorge spontaneo il sospetto che si tratti di un attacco premeditato per spingere i cristiani ad andarsene».
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