Il fascino ipnotico del curling paralimpico
di Davide Re
La pietra che scivola sul ghiaccio sembra un piccolo disco volante. Alle Paralimpiadi questa disciplina di nicchia ma in crescita rivela il suo fascino lento e strategico

Perché il curling piace così tanto, anche a chi non lo pratica e spesso non lo capisce fino in fondo? La domanda torna ogni volta che questo sport appare nei grandi eventi internazionali, Olimpiadi o Paralimpiadi che siano. Forse la risposta sta in quell’immagine ipnotica che si ripete identica a sé stessa a ogni lancio: la “pietra” - dal peso di circa 20 chili e in granito molto compatto - che scivola lentamente sul ghiaccio, ruotando su sé stessa, mentre attraversa la pista in silenzio. Vista da lontano, quella pietra di granito sembra quasi un piccolo disco volante, un oggetto sospeso tra sport e immaginazione. Un movimento circolare che ricorda certi cartoni animati giapponesi degli anni Settanta e Ottanta – dai mini dischi lanciati contro Goldrake alle astronavi che popolavano la fantasia di un’intera generazione – e che oggi, nell’epoca delle rivelazioni su Ufo e Uap, torna a evocare quell’idea di mistero tecnologico che appartiene alla nostra cultura popolare.
Non solo, dietro quell’apparenza quasi fantascientifica, il curling evoca anche qualcosa di sorprendentemente familiare. A molti italiani ricorda le partite di bocce nei circoli dei paesi, negli oratori, in spiaggia al mare, quando i nonni insegnavano ai più giovani l’arte di avvicinarsi al pallino con pazienza e precisione. C’è anche un qualcosa del biliardo all’italiana, o alla goriziana (con il castello composto da 9 birilli), in quel modo di pensare la trattoria prima ancora del gesto. Per questo mentre la, mentre la pietra scivola sul ghiaccio, il curling sembra collegare mondi lontani: la modernità degli sport olimpici e una memoria quasi domestica di giochi lenti, di concentrazione e di piccoli rituali tramandati da una generazione all’altra. Il curling, quindi, ha qualcosa di ipnotico proprio per questo: ogni lancio è una decisione strategica, ogni rotazione della pietra modifica il destino dell’intero end, la singola frazione di gioco.
Alle Paralimpiadi di Cortina questa dimensione appare ancora più evidente. Il wheelchair curling, la versione paralimpica della disciplina, ha una differenza fondamentale rispetto a quella olimpica: non esiste lo spazzolamento del ghiaccio davanti alla pietra. Nel curling tradizionale due giocatori accompagnano il lancio con le spazzole, riducendo l’attrito e controllando la velocità e la traiettoria. Nel paralimpico, invece, la pietra parte e scivola da sola. Nessuno interviene a modificarne il percorso, anche perché gli atleti sono in carrozzina. È il lancio iniziale che decide tutto. Ed è tutto tremendamente più difficile e appassionante. Questo dettaglio, appunto, cambia profondamente la natura dello sport. Senza lo spazzolamento, il curling paralimpico diventa ancora più essenziale e quasi più poetico. Tutto si concentra nel gesto iniziale, nella sensibilità del giocatore e nella lettura della pista. È un gioco di millimetri, di intuizione e di strategia collettiva. In pratica, non c’è una seconda possibilità per correggere la traiettoria.
Non è un caso che il curling sia uno degli sport più seguiti nelle nazioni del Nord. Canada, Gran Bretagna, Stati Uniti, Giappone, Corea del Sud e Cina lo vivono come una disciplina identitaria, quasi una tradizione culturale. Lo si capisce anche a Cortina osservando il pubblico sugli spalti: le delegazioni straniere arrivano con gruppi di appassionati che seguono le partite come si seguirebbe una nazionale di calcio. Tra bandiere, cori e applausi ritmati, il curling diventa un evento collettivo. Il Canada ha una vera e propria curva al seguito, come per l’Hockey che si disputa nella sede olimpica di Milano. In questo scenario sorprende la soluzione trovata dagli organizzatori italiani per riempire le tribune: portare a Cortina intere scolaresche. Un’idea semplice e geniale che ha trasformato le partite dell’Italia in un piccolo catino di tifo. Bambini e ragazzi delle scuole venete e lombarde riempiono gli spalti e scandiscono il nome degli azzurri a ogni lancio riuscito. Tra i protagonisti più attesi c’è anche Matteo Ranzone, atleta di casa originario della provincia di Belluno, sostenuto da un pubblico che vive la gara con entusiasmo quasi calcistico. Tra l’altro ieri mattina l’Italia ha battuto la Gran Bretagna per 8 a 6.
Eppure il curling resta uno sport paradossale. Piace molto più di quanto venga praticato. Le ragioni sono evidenti: servono piste dedicate, infrastrutture costose e una tradizione sportiva che in molti paesi semplicemente non esiste. In Italia la disciplina è rimasta per anni confinata a poche valli alpine, prima di conoscere una vera popolarità grazie alle Olimpiadi di Torino 2006. Da allora l’interesse del pubblico è cresciuto, ma le strutture restano poche.
Proprio per questo la federazione italiana curling ha provato timidamente a sfruttare l’onda lunga dei Giochi di Milano-Cortina chiedendo alla città di Milano la realizzazione di una pista stabile che possa diventare anche centro federale nazionale. I colloqui sono ancora informali, ma l’idea potrebbe essere quella di creare un punto di riferimento permanente per lo sviluppo della disciplina. Per ora però la risposta delle istituzioni è stata prudente, quasi tiepida. Segno che il curling continua a vivere in quella zona di confine tra sport spettacolare e disciplina di nicchia, ma di cui Milano se ne potrebbe impossessare.
Forse è anche questo il suo fascino. Il curling non pretende di essere universale. Vive di lentezza, di concentrazione e di strategia condivisa. Le pietre che scorrono sul ghiaccio sembrano muoversi in un tempo diverso da quello frenetico degli altri sport. Ed è proprio questa sospensione che cattura lo sguardo.
A Cortina, mentre il disco di granito ruota lentamente verso la casa - il bersaglio disegnato sul ghiaccio - il pubblico trattiene quasi il respiro. In quel movimento silenzioso c’è qualcosa di antico e allo stesso tempo sorprendentemente moderno: un gioco di precisione che continua a incantare proprio perché non ha bisogno di velocità per emozionare. Basta una traiettoria perfetta.
© RIPRODUZIONE RISERVATA
Temi






