Anatomia della tribù della tavola: ecco perché piace lo snowboard
di Davide Re
Dall’oro italiano conquistato dall’indomito Perathoner alla cultura di questa disciplina ispirata ai surfisti e agli skater californiani nata per essere anticonformista e libera

A Cortina, nello snowboard paralimpico, la prima cosa che colpisce non è la velocità. Né il salto, né la medaglia. È il modo in cui gli atleti stanno insieme. Domenica ha fatto il botto lo snowboarder italiano Emanuel Perathoner — protagonista della gara che ha regalato all’Italia uno degli ori più belli, per ora, di queste Paralimpiadi — tagliando il traguardo tra l’esplosione del pubblico e la musica techno che rimbalzava nello snowboard park di Cortina. Ma attorno alla vittoria si vedeva anche altro: un piccolo mondo fatto di rituali, di segni condivisi, di gesti che raccontano una cultura sportiva diversa da tutte le altre discipline invernali.
Il 39enne altoatesino ha dato più di due secondi all’australiano Ben Tudhope e addirittura tre al coreano Lee Jehyuk. Emanuel, prima del suo infortunio, era uno dei migliori interpreti mondiali dello snowboard cross “normodotati”, avendo partecipato alle Olimpiadi di Soci 2014 e PyeongChang 2018. Nel gennaio 2021, durante gli allenamenti per Pechino 2022, ha subito un gravissimo infortunio al ginocchio sinistro. Dopo quattro operazioni, nel 2022 è stato necessario l’inserimento di una protesi totale, che lo ha portato a gareggiare nel circuito paralimpico.
Lo snowboard, paralimpico e olimpico, resta uno sport anomalo dentro il programma dei Giochi. Non solo per la tecnica della tavola o per l’adrenalina delle discese, ma per la sua dimensione quasi tribale. A Cortina lo si capiva già dall’atmosfera che aleggiava dei giorni scorsi al villaggio paralimpico di Fiames. Gli snowboarder si riconoscevano a distanza. Non per le protesi o per le tavole, ma per l’abbigliamento: bandane al posto dei cappellini, pantaloni larghi, giacche oversize, accessori mimetici, piccoli monili. Segni identitari che non appartengono alla tradizione dello sci alpino ma a un’altra genealogia culturale.
Lo snowboard nasce infatti molto lontano dalle piste olimpiche. Le sue radici affondano nella California degli anni Sessanta e Settanta, nel mondo del surf e nella controcultura giovanile che accompagnò il movimento hippie. La tavola sulla neve è figlia della tavola sull’oceano: stesso gesto di equilibrio, stessa ricerca di libertà, stesso spirito comunitario. Quando negli anni Ottanta lo snowboard si diffonde tra Stati Uniti e Canada, eredita anche quell’immaginario fatto di musica, di stile personale, di appartenenza a una crew“più che a una squadra. La tavola, come anche quella da skate, diventa così una “tela” con cui esprimere un qualcosa di intimo e non certo di politico o di denuncia (come temeva l’Ipc scottata dal pasticcio fatto con l’ammissione sotto la rispettiva bandiera degli atleti russi e bielorussi). Adesivi, grafiche, piccoli segni distintivi raccontano una storia personale e allo stesso tempo un appartenenza collettiva.
È un Dna che lo snowboard non ha mai davvero perso, nemmeno quando è entrato nel programma olimpico, prima a Nagano nel 1998 e poi nelle Paralimpiadi, dove è arrivato più tardi ma con la stessa forza identitaria. A Cortina questa cultura si vede in piccoli dettagli che difficilmente sfuggono a chi osserva con attenzione. Gli speaker che presentano i rider prima della gara, per esempio, non si limitano al nome e alla nazionalità: spesso annunciano anche il loro nickname (come per la polacca Natalia Siuba-Jarosz detta “Simba”) , quasi fosse un nome di battaglia. Un modo per ricordare che nello snowboard l’identità personale conta quanto la prestazione sportiva.
Anche la ritualità della gara è diversa da quella degli altri sport invernali. All’arrivo bisogna restare in piedi sulla tavola, mantenere l’equilibrio fino alla fine. Se non ci si riesce, succede una cosa interessante: non sono gli assistenti a intervenire per primi, ma spesso gli altri rider. Poi ci sono i pugni chiusi tra atleti (che sostituisce lo shaka fatto con la mano dai surfisti o la tavola sollevata verso gli altri rider). È il gruppo che aiuta, non l’organizzazione. Un gesto semplice che rivela molto dello spirito della disciplina. L’autonomia individuale è centrale, ma la comunità è sempre pronta a sostenere chi fatica.
Questo senso di appartenenza si rafforza anche attraverso la musica. Durante le gare allo snowboard park la colonna sonora non è quella solenne delle piste di sci alpino, ma un flusso continuo di elettronica e techno che accompagna l’attesa tra una corsa e l’altra. Brani come Bossman di Thurno e P. Honey, Say My Name di Morgan Sentre e Sub Focus o Let It Go di Benny L, Paul e Edward scandiscono il ritmo delle competizioni. Non è solo intrattenimento: è un altro elemento identitario. La musica crea un ponte tra pubblico e atleti, trasformando la gara in un evento collettivo, simile all’Nba americana. Non a caso la techno è stata riconosciuta in questi anni come patrimonio culturale europeo proprio per il suo spirito aggregante. Sulle piste di Cortina questa dimensione si percepisce chiaramente: il pubblico non è separato dagli atleti da una distanza, ma partecipa allo stesso clima di festa sportiva.
Anche la geografia dei rider racconta molto della cultura dello snowboard. Tra i protagonisti delle gare paralimpiche si incontrano molti statunitensi, canadesi e spagnoli. Paesi dove la disciplina è cresciuta non solo come sport, ma come stile di vita. La bandana (fuori dalle gare sostituisce il casco tradizionale da sci), diventa un segno distintivo. L’abbigliamento largo non è solo una scelta estetica: è parte di un linguaggio condiviso, nato tra surfisti e skater e arrivato sulle montagne. In molti al polso hanno orologi Seiko, anche se lo sponsor ufficiale è Omega, perché sono i segnatempo della velocità e delle comunità, come appunto quella degli skater.
Dentro questo contesto la vittoria italiana di domenica assume un significato particolare. Non è solo una medaglia nel medagliere, ma l’ingresso pieno dell’Italia dentro questa cultura sportiva diversa e globale. Lo snowboard paralimpico, con le sue tavole, le sue protesi, le sue traiettorie veloci mostra come uno sport nato come gesto ribelle sia riuscito a mantenere la propria identità anche dentro il sistema olimpico/paralimpico. È un paradosso affascinante. Lo snowboard nasce come rifiuto delle regole dello sci tradizionale e oggi vive dentro la più grande istituzione sportiva del mondo. Eppure conserva ancora quell’energia originaria, quella dimensione di libertà e di tribù che si riconosce negli sguardi tra rider prima della partenza o nell’abbraccio tra compagni dopo una discesa. Lo snowboard paralimpico dimostra così che anche dentro la competizione più rigorosa può sopravvivere qualcosa di più antico dello sport stesso: il desiderio di appartenenza a un qualcosa che condivide la stessa idea di libertà.
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