Navi militari per "scortare" le merci nello stretto di Hormuz: perché l'Italia frena
Il tema è stato al centro del confronto tra Starmer, Merz e Meloni. Per Roma il rischio è quello di offrire "bersagli" a Teheran. Oggi la premier alle Camere: si spera nel ritorno ai negoziati

Sulla protezione militare dei transiti nello stretto di Hormuz l’Italia collabora con gli alleati, ma senza fughe in avanti. La presidente del Consiglio Giorgia Meloni nelle scorse ore ha avuto un dialogo con il primo ministro britannico Keir Starmer, che sul tema ha sentito anche il cancelliere tedesco Friederich Merz. Da Londra i colloqui vengono veicolati come una rassegna delle «opzioni per sostenere la navigazione commerciale man mano che il quadro delle minacce si evolve». E viene evidenziata una piena condivisione della «vitale importanza della libertà di navigazione» messa a repentaglio dalle «minacce iraniane». La versione britannica del giro di telefonate fa immediatamente pensare ad un’accelerazione sull’idea di scortare gli armatori, motivo per cui fonti di Roma avvertono la necessità di tirare il freno a mano: dal Governo spiegano che al momento non è un’opzione praticabile, soprattutto perché rischierebbe di “attrarre” attacchi alle navi, che sarebbero trasformate in bersagli. Secondo Roma, anche i Paesi del Golfo avrebbero consigliato ai leader europei di non intraprendere ora questa strada. Allo stesso tempo, è di ieri la notizia per cui l’Italia ha assunto la guida della missione europea nel Mar Rosso, Aspides.
Il dibattito europeo si incrocia con il giallo avvenuto a Washington: ieri il segretario all’Energia Chris Wright ha pubblicato un video, poi rimosso, per dire che la Marina statunitense stava scortando una petroliera lungo lo Stretto. Poi è arrivata la smentita ufficiale dell’Esercito americano. Nel frattempo anche Teheran smentiva: «Nessuno ha osato avvicinarsi». In ogni caso, l’annuncio di Wright aveva sortito l’effetto di far crollare in pochi minuti il prezzo del petrolio, e secondo l’Iran proprio questo era lo scopo, “manipolare” il mercato. Ancora pochi giri di lancette e fonti considerate vicine agli 007 americane affermavano che Teheran si prepara a riempire di mine lo stretto.
Insomma, Hormuz sta diventando uno dei principali poli del conflitto, anche psicologico. E il tema commerciale sarà tra i più caldi anche oggi, prima al Senato e poi alla Camera, dove la presidente del Consiglio renderà le comunicazioni che uniranno la situazione in Medio Oriente con il prossimo Consiglio Europeo del 19-20 marzo (unificazione che è stata contestata dall’opposizione, ma alla fine ha prevalso la linea della maggioranza).
Anche le risoluzioni saranno uniche e non sdoppiate tra i due temi. Ma mentre è già certo che la maggioranza ne presenterà una senza distinguo, le opposizioni ieri sera erano ancora al lavoro per evitare divisioni, in particolar modo sull’Ucraina (che comunque sarà tra i temi centrali del prossimo summit dei leader a Bruxelles).
Nel testo di maggioranza è evidente l’obiettivo di evitare il “nodo-Trump” e legarsi all’ombrello europeo. I partiti di centrodestra impegnano infatti il Governo a «lavorare con i principali partner europei, internazionali e regionali alla creazione delle condizioni necessarie per un ritorno della diplomazia per risolvere la crisi in Medio Oriente». Inoltre, impegnano l’esecutivo a «continuare a condannare fermamente la violenta repressione delle proteste civili in Iran, la flagrante violazione dei diritti umani da parte del regime islamista, il ruolo destabilizzante dell’Iran in tutta la regione».
La maggioranza è letteralmente aggrappati alla promessa di Trump di una fine vicina del conflitto, e tuttavia autorizza il Governo a «sostenere, anche attraverso iniziative coordinate nell’ambito dell’Unione europea e in cooperazione tra gli Stati membri, i partner della regione del Golfo colpiti dagli inaccettabili attacchi portati dal regime iraniano, prevedendo, qualora tali aggressioni dovessero proseguire, anche forme aggiuntive di assistenza in materia di difesa, protezione delle infrastrutture critiche e supporto logistico».
Tra i passaggi politici più rilevanti, il via libera a lavorare a una «strategia di sicurezza» europea «complementare alla Nato», aumentando le spese militari attraverso gli strumenti di finanziamento Ue. Passaggi scontati, ma fino a un certo punto, perché si parla più apertamente di “difesa europea” come presa d’atto delle nuove relazioni con gli Usa di Trump. Confermata la linea del «sostegno» a Kiev, nella risoluzione la maggioranza rivendica anche l’adesione da «osservatori» al Board of peace.
Prevedibili forti attacchi alla premier sulla “non linea” verso Trump e Netanyahu e sul rinvio delle misure economiche. Altrettanto prevedibile che Meloni faccia riferimento alla necessità di coordinamento europeo, rivendicando di non aver mai risparmiato «critiche» a Trump. La strategia delle opposizioni sarà più forte se supportata da una risoluzione unitaria che contenga anche Kiev: il M5s spinge in questa direzione, ma la strada ieri sera era ancora in salita.
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