Il mondo che Dio ama è ampio come l'intera la famiglia umana

La speranza della vita eterna allarga lo sguardo all’intera umanità: la missione della Chiesa non è dominio, ma servizio. Il Vangelo chiama i cristiani a testimoniare la fraternità universale
March 11, 2026
Il mondo che Dio ama è ampio come l'intera la famiglia umana
Ci avviamo a concludere le nostre riflessioni sulla vita eterna. E lo sguardo si allarga all’intera creazione che, secondo le parole di Paolo, «geme e soffre le doglie del parto fino ad oggi. Non solo, ma anche noi, che possediamo le primizie dello Spirito, gemiamo interiormente aspettando l’adozione a figli, la redenzione del nostro corpo» (Rm 8,20-23). La Chiesa è chiamata, oggi, in questo tempo di globalizzazione, a vivere e a comunicare a tutti i popoli la salvezza a cui sono destinati. L’apertura “universale” della missione di testimonianza del Vangelo deve congedarsi definitivamente da ogni logica di espansione “coloniale” della Chiesa. È l’ora di una Chiesa – non importa se minoranza o meno – che deve farsi serva della fraternità universale tra tutti i popoli. «Tutti i popoli sono buoni», amava ripetere saggiamente il patriarca Athenagoras. E ai cristiani – a tutti i cristiani – spetta il compito di aiutare i popoli a superare divisioni e conflitti per realizzare l’utopia della fraternità universale: ch’è il sogno di Dio sul mondo.
Ce lo ricorda l’evangelista: «Dio ha tanto amato il mondo… da mandare il suo Figlio Unigenito» (Gv 3,16). Il Vangelo abbatte il muro della divisione e la Chiesa è inviata da Dio per annunciarlo a tutti i popoli perché ne siano attratti (Ef 2, 14). È per attrazione che la Chiesa deve oggi crescere anche di numero oltre che di creatività teologica e pastorale. La “parola” – ossia la missione della Chiesa, come Papa Francesco auspicava con Evangelii Gaudium – che spiana la strada dell’annuncio non può essere più la paura dell’inferno, ma l’annuncio dell’amore salvifico di Dio. Si tratta di abbandonare l’automatismo della perdizione dei non cattolici che si è insinuato nella formula dell’extra ecclesiam nulla salus (interpretazione condannata come eretica già negli anni Cinquanta, dall’allora Sant’Ufficio): in un mondo che appare sempre più spietato, ancor più fortemente occorre testimoniare che Dio non lo è. La Chiesa deve vivere come “serva”, non “padrona” della salvezza: non ha il potere di mandare nessuno all’inferno e neppure il diritto – né tanto meno il dovere – di consegnare alla perdizione coloro che non ne fanno parte. Il Signore non si compiace di certo del fatto che abbiamo lasciato troppo spazio a questo fraintendimento: non siamo padroni neppure della fede dei credenti, figurarsi se possiamo esserlo della fede degli altri (cfr. 2 Cor 1, 24; Gv 6, 44).
Il mondo che Dio ama è largo come l’intera famiglia umana. Alle soglie del Concilio teologi come Jean Danielou, mostravano una visione profetica di questo orizzonte: «Il fine dell’Incarnazione è d’operare, mediante l’unione della divinità e della umanità in Cristo, la trasfigurazione della nostra natura, per la quale essa è resa partecipe della vita divina e spogliata di ciò che San Bernardo chiama la miseria, la quale non è soltanto il peccato, ma anche […] tutte quelle limitazioni che sono la morte, la malattia, la sofferenza, tutte le deviazioni, tutte le deformazioni, tutti gli squilibri. Questo opera ora Cristo nella nostra umanità» (J.Danielou, Il mistero della salvezza delle nazioni, p.77). Di qui la domanda che dobbiamo porci, oggi: siamo attrezzati per questo allargamento della storia che il Signore apre davanti a noi? Come toccare il cuore dei popoli per dire loro che Dio li ama? Noi cristiani contemporanei non stiamo rischiando di consumarci in una autoreferenzialità litigiosa e per di più triste? Come essere sale, lievito e luce per una pasta mondiale globalizzata? Tanto più che oggi la Chiesa sembra restare l’unica che può avere la preoccupazione “cattolica”.
La “cattolicità” della Chiesa è radicata, ovviamente, nella dimensione evangelica, ma è destinata a tutta la massa. La Chiesa non vive per se stessa. Lo suggerì Paolo VI con l’Ecclesiam suam e il Concilio la codificò: la Chiesa è «in Cristo come sacramento, cioè segno e strumento dell’intima unione con Dio e dell’unità di tutto il genere umano» (LG 1). E ancora: «Dio ha convocato tutti coloro che guardano con fede a Gesù, autore della salvezza e principio di unità e di pace, e ne ha costituito la Chiesa perché sia, agli occhi di tutti e di ciascuno, il sacramento visibile di questa unità salvifica (LG 9). Il Magistero successivo e la stessa teologia esortano i cristiani a incarnarsi nella storia umana per dirigerla verso il Regno. Molti pensano che questo impegno di fermentazione dialogica tolga spazio alla missione e senso all’annuncio. Non è così. Anche se, purtroppo, c’è ancora chi ripete ostinatamente che, se la Chiesa dialoga con le religioni, di fatto, mette le mette sullo stesso piano della fede. È la critica – serenamente confutata nella testimonianza resa da san Giovanni Paolo II – rivolta agli incontri nello “spirito di Assisi”.
Il dialogo interreligioso, al contrario, è una limpida manifestazione della nostra fede nell’adorazione di Dio in spirito e verità, che viene al mondo precisamente con Gesù Cristo (Gv 4, 23). Il pregiudizio poggia su un grave equivoco teologico che diviene poi anche pastorale: il fondamento cristologico che istituisce la salvezza degli uomini – e che ci spinge a mangiare con i pubblicani e a dialogare con le samaritane – non si lascia sostituire dal principio ecclesiologico della sua mediazione storica. Mai. Ripensare alla radice questo equivoco, per restituire verità e forza alla missione dell’istituzione ecclesiale, senza stravolgerla nella sostituzione cristologica della salvezza, non è certo un compito facile: l’abitudine a pensare la mediazione ecclesiale in termini di successione cristologica è spesso diventata persino inconsapevole del suo fraintendimento. Quando diciamo che Gesù è l’unico mediatore tra Dio e l’uomo, e l’unico salvatore del mondo, diciamo proprio questo: nessuno può sostituirlo, nessuno può prendere il suo posto, per diventare il fondamento della salvezza che ora sta al posto di Gesù. È necessario restituire la fede alla bellezza di questo principio. Gesù vive. «In nessun altro c’è salvezza; non vi è infatti altro nome dato agli uomini sotto il cielo nel quale è stabilito che possiamo essere salvati» (Atti 4, 12).
In molti paesi la missione appare senza vitalità e senza bellezza. È vero. Ma non perché si fa troppo spazio al dialogo interreligioso. Forse, abbiamo troppo pochi credenti appassionati all’impresa di offrire salde ragioni della speranza agli abitanti di un mondo rassegnato come non mai allo spreco delle vite umane. «Sono forse io il custode di mio fratello?» (Gn 4, 9). Il declino collettivo di questa sensibilità per la questione – affascinante e drammatica – che lega tutti gli uomini alla “sorte della vita”, è l’eclisse delle “cose ultime” di cui parla la tradizione della fede. Battersi per restituire passione alla riapertura di questa via è, a mio avviso, il tema evangelico del momento. Senza il nucleo caldo di una comunità religiosa, capace di testimoniare la giustizia eterna dell’amore del prossimo, suprema passione di Dio, la società umana affonda. Il Signore del Vangelo indica la via, servendosi del linguaggio “non-religioso” delle parabole.
È la via della testimonianza che mette a disposizione i beni, con pratiche del dono e del perdono che sfidano le convenzioni: ma riaprono speranze che sembravano appassite. Questa via – che è la via della fraternità universale intesa come compito e come destino – chiede di essere praticata e predicata con passione, con creatività, e persino con allegria. La cultura laica ha cercato nomi diversi per l’affezione sociale (filantropia, solidarietà, amicizia), in chiave polemica con la visione cristiana. Non dobbiamo riaprire la stucchevole disputa dei “nomi” e dei “brand”: l’amore umano, quando è autentico, mostra la sua inconfutabile parentela con l’Amore eterno «che muove il sole e l’altre stelle». L’amore umano, ha scritto il grande filosofo francese Etienne Gilson «è sempre solo una partecipazione finita all’amore che Dio ha per sé stesso; persino nei piaceri più bassi, persino nell’esaurimento della voluttà, ancora e sempre egli cerca Dio; diciamo di più, Dio stesso si cerca in lui, per sé». Alla fine della storia, quando tutto avrà termine, non ci sarà più nessuna virtù umana a qualificarci, ma solo l’amore (Mt 25, 31-46). E dunque? Non sarebbe ora di occuparsi meno della nostra sopravvivenza organizzata e assai di più delle vie che conducono le creature viventi oltre la soglia della morte, fino alla risurrezione della vita, praticando la via dell’amore? E se incominciassimo a spostare tutto il popolo del cristianesimo sulla via dell’amore, unendoci già ora agli altri compagni di strada – credenti e uomini di buona volontà - non staremmo gustando quel regno di amore, di giustizia e di pace che alla fine dei tempi raggiungerà la sua pienezza eterna?

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