Comunità energetiche rinnovabili, la transizione va avanti piano
di Cinzia Arena
La Corte dei Conti europea: a dieci anni dall’avvio dei progetti delle Cer, appena un quarto degli impianti previsti è pronto, con una quota di energia rinnovabile prodotta in condivisione del 4%. La responsabilità va cercata nelle regole poco chiare e negli incentivi insufficienti

Un’occasione mancata per accelerare la transizione energetica e mettere l’Europa al riparo da nuovi (e ormai imminenti) choc energetici. Le comunità energetiche sono uno dei pilastri sui quali si basa il Green Deal della Ue, l’idea semplice e rivoluzionaria al tempo stesso di trasformare i cittadini (ma anche associazioni e piccole imprese) in “prosumers”, produttori e consumatori di energia pulita prodotta “in casa” e messa in condivisione. Peccato però che a dieci anni dal loro debutto siano ancora un’opera incompiuta. Una relazione della Corte dei Conti europea, pubblicata lunedì scorso, tratteggia un quadro non certo entusiasmante. I progetti avviati sono assai inferiori alle aspettative. Colpa di regole poco chiare, di incentivi considerati insufficienti ma anche di questioni tecniche come i tempi di attesa per la connessione alla rete e i costi dei sistemi di accumulo per l’energia prodotta e non utilizzata immediatamente. La Corte ha messo sotto la lente d’ingrandimento quattro Stati. L’Italia, con le sue 121 Cer (dato relativo al gennaio 2025), i Paesi Bassi che hanno una grande tradizione con ben 702 Cer, la Polonia con 61 comunità e la Romania con un solo progetto realizzato al momento. Le comunità energetiche posso sfruttare qualsiasi fonte energetica dai pannelli solari (opzione più diffusa) alle turbine eoliche in comproprietà e beneficiano di finanziamenti della Ue provenienti dal Fondo di sviluppo regionale e dal Dispositivo per la ripresa e la resilienza, il fulcro di NextGenerationEU, il pacchetto di misure post-pandemia.
La Ue si è data come obiettivo nel 2030 di arrivare ad una produzione di energia rinnovabile pari al 42,5% del totale. Traguardo da raggiungere anche attraverso le Cer. In particolare, la previsione, a dir poco ottimistica, è quella di avere una Cer in ogni Comune dell’Unione con almeno diecimila abitanti. Un traguardo lontanissimo in base ai dati messi insieme dalla Corte dei conti europea che parla di un obiettivo raggiunto per il 27%. In pratica circa un quarto delle Cer previste sono state create. Questo rende altamente improbabile il raggiungimento del loro impatto sulla produzione di rinnovabili: del 17% sull’eolico e del 21% sul solare, sempre nel 2030. A gennaio del 2025 in realtà questa percentuale è minima, pari circa al 4%.
«Le comunità energetiche guidate dai cittadini restano una idea allettante, un ideale teorico ma difficile da attuare nella pratica» sottolinea Joao Leao, membro della Corte e responsabile dell’audit realizzato sui quattro Paesi aggiungendo che la Ue deve rimuovere gli ostacoli giuridici e le difficoltà tecniche per farle funzionare efficacemente».
I problemi sono tanti a partire dalla confusione su cosa sia e come debba essere costituita una comunità energetica e soprattutto su quali vantaggi economici possa portare la vendita dell’energia prodotta (immessa in rete) e l’acquisto di energia dalla rete con incentivi. Senza considerare i costi degli impianti e la possibilità di accedere a fondi europei e nazionali. In particolare, i cittadini che vivono nei condomini, che in Europa sono circa la metà della popolazione, considerano la creazione di un’entità giuridica un ulteriore livello di burocrazia. I ritardi e i rifiuti a connetter ei nuovi impianti alla rete sono uno dei principali problemi tecnici insieme alla tempistica sfasata tra le curve di produzione e quelle di utilizzo in caso di pannelli solari. La commissione, è una delle critiche avanzate nella relazione, non considera ancora prioritario il sostegno per l’accumulo di energia per questo comunità, ma solo per la costruzione degli impianti di produzione (che può arrivare sino al 40%). Il tema dello stoccaggio però è fondamentale. Un altro lato “grigio” delle Cer riguarda la mancata valutazione del reale risparmio che i membri della comunità energetica potranno avere nel lungo periodo. Per quanto riguarda l’Italia, la Corte dei Conti europea, dà un giudizio positivo alle norme giuridiche. Il nostro Paese infatti p uno dei pochi che ha recepito in maniera completa le direttive della Ue e che prevede esplicitamente un ruolo sociale per le Cer con meccanismi di tutela per i cittadini deboli sia sul fronte del risparmio in bolletta sla su quello della realizzazione di progetti specifici sul territorio. L’Italia ha stanziato 2,2 miliardi del suo Pnrr per le Cer, in particolare con incentivi per i piccoli Comuni con meno di 5mila abitanti, e ben 5,6 miliardi per la transizione energetica. Un anno fa il numero di Cer era di 121 ma in realtà i progetti avviati, molti dei quali vedono in prima fila diocesi, amministrazioni locali e cooperative, è molto superiore.
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