Spaventapasseri: custodi del presente e ispirazione d'arte

di Alessandro Bulgini, Christian Caliandro
Da antichi guardiani del raccolto a opere-sentinella, tornano in una mostra come dispositivi simbolici di autodifesa politica, corpi fragili che difendono la terra, la memoria e la dignità
March 12, 2026
Spaventapasseri: custodi del presente e ispirazione d'arte
Cosimo Calabrese, "Statte", 2026 / cortesia Flashback Habitat
Inaugura oggi una nuova mostra a Flashback Habitat, Ecosistema per le Culture Contemporanee (corso Giovanni Lanza 75, Torino, Pad. B – Primo e secondo piano). Si tratta di “Scarecrow. Artisti a presidio della vita”. Curata dal direttore artistico Alessandro Bulgini e dallo storico e critico d’arte Christian Caliandro (di cui ospitiamo un testo in questa pagina). La mostra sarà visitabile fino a domenica 27 settembre. Il giovedì dalle 18:00 alle 24:00, venerdì, sabato e domenica dalle 11:00 alle 24:00. L’accesso alla struttura è consentito con tessera Amic* di Flashback Habitat. Per info: flashback.to.it
Nati per difendere i campi, gli spaventapasseri sono tra le più antiche forme di protezione create dall’uomo. Figure immobili, costruite con materiali poveri, non agiscono con la forza ma con il segno, con la presenza. Non combattono, avvertono. Non inseguono, stanno. Tradizionalmente servono a tenere lontano ciò che minaccia il raccolto, il frutto di un lavoro lento e fragile. Oggi, però, il loro significato può spostarsi dal campo coltivato al campo sociale e politico. In un’epoca segnata da leadership aggressive, decisioni irrazionali e poteri che sembrano muoversi senza responsabilità, lo spaventapasseri diventa una figura di autodifesa simbolica. È un corpo vuoto che si espone al vento, al tempo, allo sguardo. Proprio per questo è potente: non impone, non domina, non governa. Esiste come soglia, come monito silenzioso. Ricorda che esiste un limite da non superare, un territorio da rispettare, una comunità da non saccheggiare. Nella sua immobilità c’è una scelta etica: opporsi senza diventare ciò da cui ci si difende. Lo spaventapasseri non è un’arma, ma una dichiarazione di presenza. Dice: “Qui c’è qualcosa che vale. Qui qualcuno veglia.” Lo spaventapasseri è passivo, non aggredisce né reagisce, ma attraverso la sola presenza ha il compito (da sempre) di proteggere l’esistente e l’esistenza. È fatto in emergenza, con ciò che è sotto mano. Con ciò che si trova lì dove starà. È arrangiato con gli scarti e i detriti della vita. In questo momento storico, in cui il potere sembra spesso agire come un predatore, lo spaventapasseri assume una nuova funzione: non spaventare i deboli, ma mettere in guardia i forti. Non proteggere solo il raccolto, ma la dignità, la ragione, la fragilità del futuro. Queste figure, esposte come sentinelle mute, ci ricordano che anche l’umanità ha bisogno di essere difesa, e che talvolta la forma più efficace di resistenza è restare visibili, ostinatamente umani, e non cedere alla follia del comando. Spaventapasseri come autodifesa politica. Lo spaventapasseri nasce per difendere il raccolto da chi saccheggia senza seminare. È una figura povera, costruita con ciò che resta, eppure incaricata di un compito fondamentale: proteggere la vita futura. Oggi quel campo non è più soltanto agricolo. È il mondo. Lo spaventapasseri è l’arte: un elemento umile, che si confonde apparentemente con il contesto di riferimento, ma che svolge un ruolo importante contro alcune forze oscure. Lo spaventapasseri/arte/opera/artista è il Custode. Viviamo un tempo in cui il potere è sempre più spesso esercitato da governi paranoici, autoritari, imprevedibili. Leader che confondono forza con violenza, decisione con brutalità, consenso con paura. In questo contesto, lo spaventapasseri smette di essere folklore rurale e diventa un dispositivo politico. Non governa, non comanda, non produce obbedienza. Si limita a occupare lo spazio e a rendere visibile un confine. È l’opposto del potere contemporaneo: non parla, non promette, non minaccia apertamente. E proprio per questo resiste. È una forma di contro-potere elementare, primitivo, accessibile a chiunque. Lo spaventapasseri non ha volto, perché il potere ama i volti carismatici. Non ha voce, perché il potere si nutre di slogan. Non si muove, perché il potere è ossessionato dalla velocità e dall’emergenza permanente. La sua immobilità è una accusa: mostra quanto il rumore del comando sia spesso inutile. Queste figure ricordano ai predatori che non tutto è disponibile, non tutto è conquistabile, non tutto può essere divorato. Sono corpi di guardia contro l’arbitrio, contro la follia decisionale, contro l’idea che il mondo sia un bottino. «I pazienti affetti da delirio paranoide spesso concentrano la paranoia su una causa esterna di tormento, conforme ad un archetipo junghiano, di solito. In questo caso, uno spaventapasseri» (Dr. Jonathan Crane/Spaventapasseri-Cillian Murphy in Christopher Nolan, Batman Begins, 2005). In un’epoca di “pazzi-che-governano-il-mondo”, lo spaventapasseri diventa una dichiarazione radicale: non un leader, ma una sentinella; non un’arma, ma un limite; non una soluzione, ma un rifiuto. Esporli oggi significa affermare che la difesa della vita, della terra e della dignità non può essere delegata a chi le distrugge. Significa dire che, se il potere è diventato predatorio, allora anche la resistenza può essere semplice, visibile, ostinata. Come uno spaventapasseri che resta in piedi mentre tutto intorno sembra perdere la testa.
DOROTHY: «E come fai a parlare se non hai il cervello?».
SPAVENTAPASSERI: «Ah, non ne ho idea… ma c’è un mucchio di gente senza cervello che chiacchiera sempre…» (Victor Fleming, Il mago di Oz, 1939).
Lo spaventapasseri è un corpo politico senza potere: non decide, non comanda, non conquista. Proprio per questo è intollerabile per chi occupa, annette, rade al suolo e poi chiama tutto questo “sicurezza”, “difesa”, “necessità storica”. Dove lo Stato armato cancella confini umani, lo spaventapasseri segna una presenza minima ma ostinata: qui c’è e ci sarà vita. Lo spaventapasseri diventa così un monumento instabile e precario alle vittime civili, ai territori occupati, alle città trasformate in macerie con il linguaggio pulito della diplomazia e delle operazioni militari. Queste opere non parlano di conflitti astratti - ma di occupazioni reali, di confini imposti con le armi, di popolazioni ridotte a danni collaterali; parlano del fallimento morale di Stati che rivendicano il diritto di distruggere in nome dell’ordine, della storia, di Dio o del mercato. Un’opera che – come al solito – non è del tutto un’opera, che si distingue a fatica dal resto, e che con questo “resto” (vita/realtà/mondo/territorio) si confonde volentieri, essendone un elemento non-distinto. Indistinto. Indistinzione. Quasi. Lo spaventapasseri non difende una nazione: difende l’idea che nessuna nazione abbia il diritto di cancellarne un’altra. È una figura inutile per gli eserciti, ma essenziale contro la loro logica: quella che trasforma la violenza in amministrazione e la morte in statistica. Questa mostra non chiede pace come slogan, ma chiede responsabilità e rifiuta l’equidistanza. Rifiuta il linguaggio che maschera lo sterminio e l’occupazione come fatto compiuto. In un mondo in cui gli Stati armati si comportano come predatori, lo spaventapasseri resta in piedi come un errore nel sistema: fragile, esposto, non negoziabile. Un corpo finto che ricorda ciò che il potere cerca di eliminare per primo: la presenza, la memoria, la dignità. «Dissi una volta a uno spaventapasseri: “Devi essere stanco di stare in questo campo solitario”. E lui disse: “La gioia di spaventare è profonda e durevole, e non me ne stanco mai”». (Kahlil Gibran, Il folle, Mondadori, Milano 1991, p. 15).

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