Attacchi mordi e fuggi, unità navali snelle, vedette sull'acqua: così l'Iran controlla Hormuz
Ben sedici navi colpite dall'inizio della guerra, una strategia asimmetrica rispetto agli Usa, potenza marittima in difficoltà nel "leggere" la strategia di difesa sfuggente organizzata dai pasdaran di Teheran. Intanto torna l'incubo della guerra con l'Iraq

Sedici navi attaccate da inizio guerra, con una molteplicità di mezzi e armi. Senza più aviazione, né difese aeree, l’Iran continua a vendere carissima la pelle, mettendo in pratica minacce, dottrine e spauracchi più volte agitati nell’ultimo ventennio.
Le dinamiche odierne nello stretto di Hormuz confermano un incubo ricorrente dagli anni ’80, cioè dalla guerra Iran-Iraq: la possibile interdizione della via d’acqua per antonomasia, opulenta in traffici di petrolio. Un quinto dell’oro nero globale fluisce in tempi normali dallo Stretto, primus inter pares per valenza strategica. E l’Iran pare riuscire nell’intento: applicare le pratiche difensive che ha studiato per anni, facendone il perno della marina dei pasdaran e delle manovre acquatiche ribattezzate “Grande profeta”.
I colpi assestati negli ultimi giorni sono infatti uno schiaffo al potere marittimo statunitense, potenza marittima per antonomasia, che si regge sulla fruibilità ubiqua delle linee di comunicazione navale, economicamente e militarmente cruciali. Non è nuovo l’Iran a far balzare in un colpo solo la temperatura già ribollente dei mercati e delle quotazioni del greggio. Sa di avere un’arma di ricatto di ineguagliabile potenza, un moltiplicatore di forze convenzionali altrimenti fatiscenti. Martedì avrebbe rilasciato nelle acque del Golfo una dozzina di mine navali, temibili per i battelli civili e militari. Ieri ha lanciato un barchino esplosivo contro un altro cargo.
Alle corde per i bombardamenti aerei nemici, l’Iran risponde asimmetricamente, sfuggente e dirompente insieme dopo aver sviluppato un insieme di capacità per spezzare le linee di comunicazione nemiche. Tutto ruota intorno a mezzi specifici e a una geografia favorevole, che consegna a Teheran e alla neutrale Mascate le chiavi di Hormuz. Unità navali snelle, minute e repentine, imbottite di siluri e razzi servono a incutere timore e far pressione, in un unicum integrato con missili, droni, intelligence, barchini esplosivi, mini sommergibili, motoscafi veloci, naviglio comprato tempo addietro in Cina, artiglierie e batterie missilistiche costiere, per non dire delle centinaia di mine: forse due o tre migliaia sarebbero quelle disponibili. Mezzi economici e pure abbondanti, per contrattaccare, insidiare, infliggere danni, negare il mare agli avversari e il motore alle economie, consapevole che gli oleodotti terrestri sono fragile palliativo, rispetto ai volumi scambiabili normalmente via mare.
Hormuz si presta al gioco sporco, poco più ampio di 200mila chilometri quadrati, lungo 990 chilometri da nord a sud, con fondali profondi non oltre 90 metri, già insidiosi in tempi normali. Il resto è noto: fonti fossili negli abissi e dispute geopolitiche sulla sovranità di alcune isole, il cui controllo è foriero di zone estrattive più ampie. Geograficamente, l’Iran occupa l’intera sponda settentrionale, fatta di coste puntellate da cime e da tre isole, Abu Musa, Grande Tunb e Piccola Tunb, da cui Teheran può sorvegliare l’ingresso dello Stretto, collo di bottiglia in cui gli iraniani godono dei favori dei fondali. Le zone più profonde si trovano all’interno delle loro acque territoriali. Quelle meno profonde sono un mosaico di isolotti corallini, pozzi di petrolio e piattaforme di pompaggio, d’ostacolo alla navigazione. Usualmente, il traffico converge verso le zone persiane. Villaggi di pescatori, sedi, piattaforme logistiche e porti, se ancora in piedi, animano un puzzle labirintico in cui occultare piccoli battelli. Le vedette sgusciano veloci; si insinuano lanciando attacchi a sorpresa, giovandosi di un’infrastruttura complessa, articolata su bunker interrati, boe, cale, isolotti, insenature. Sono questi gli ultimi assi nella manica di Teheran, non del tutto annichiliti da due settimane di bombe israelo-americane.
Gli irregolari basij, braccio dei pasdaran, hanno legami con molti rivieraschi e i Guardiani della rivoluzione possono muovere dall’insieme descritto per attacchi mordi e fuggi, a breve distanza. È il loro equalizzatore di forza, l’arma finale che si sta tramutando in realtà, minacciando per il prossimo futuro la navigazione regionale.
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