Cisgiordania, l'altra faccia della guerra: qui avanza la generazione dei "coloni ragazzini"

di Lucia Capuzzi, inviata a Middle Fasayil
Dal 28 febbraio, giorno dell'attacco all'Iran, le operazioni contro le comunità beduine non si sono mai fermate: 6 palestinesi sono morti, uno ogni due giorni. E dalla comunità di Middle Fasayil si sente l'arrivo dei missili intercettati dallo scudo israeliano
March 12, 2026
Cisgiordania, l'altra faccia della guerra: qui avanza la generazione dei "coloni ragazzini"
Un'operazione dei soldati israeliani in Cisgiordania nei mesi scorsi / Reuters
Il suono stridulo della sirena detona dai cellulari per la seconda volta. È il segnale che un missile è entrato nello spazio aereo israeliano: tutti devono chiudersi nel rifugio più vicino. I cinque si guardano ma nessuno si muove: continuano imperterriti a sorseggiare tè alla menta sotto un albero rachitico. «Tanto dove potremmo andare – dice Daniel al-Malach, mentre il tonfo sordo e la scia bianca in cielo indicano che il razzo è stato intercettato in volo –, qui non c’è riparo».
«Qui» è Middle Fasayil, la comunità che non c’è più. Qualche sedia di plastica, due divani sfondati, teli e scarpe sparsi sul deserto di pietra della Valle del Giordano sono tutto quel che ne resta. Delle nove famiglie beduine solo due – quella di Abel e di Abu Imad – sono rimaste letteralmente asserragliate nei rispettivi prefabbricati di mattoni e compensato. A vegliare su di loro Daniel, Magalit, Vared, Yoram e Magalí, le “sentinelle” di Eye on occupation, al proprio posto nonostante la nuova guerra in corso.
Sono israeliani proprio come coloro che cercano di cacciare Abel e Abu Imad. Accade «qui», nelle non-comunità del non-Paese per antonomasia: l’area C della Cisgiordania. Quel 60 per cento di una futura Palestina che gli Accordi di Oslo avevano affidato all’amministrazione di Tel Aviv. In via temporanea. Trentatré anni dopo, lo status quo è molto cambiato. In peggio. La presenza israeliana è quintuplicata. Agli insediamenti storici – costruiti dopo la guerra del 1967 e l’inizio dell’Occupazione dei territori oltre la “Linea verde” tracciata dall’Onu per dividere le due nazioni –, si è sommata una miriade di avamposti. Realizzati a ridosso dei villaggi locali hanno un obiettivo chiaro: costringere gli abitanti ad andare via in modo da rendere la soluzione dei due Stati impossibile nei fatti. Dal 7 ottobre 2023, la loro avanzata è diventata inarrestabile. Con l’attenzione del mondo concentrata sul conflitto con l’Iran, ora, c’è stato un ulteriore salto di qualità. «Sui social media, i coloni chiedono apertamente di “cogliere l’opportunità” – sottolinea Idan Yaron, sociologo specializzato nello studio dell’ultradestra israeliana - ed estendere il conflitto all’interno». La pressione s’è fatta massima, in particolare, sui punti di collisione con la nazione in perenne via di costituzione: le colline a sud di Hebron e “il fianco est”, ovvero la Valle del Giordano, tra Gerusalemme e Gerico. Dove si trova Fasayil e la sua parte di “mezzo” ormai semi-vuota.
Il villaggio concentra in qualche chilometro quadrato le varie fasi della colonizzazione della Cisgiordania. Ci sono le vecchie enclave di Tomer e Pezael, mondi a parte, prosperi e relativamente pacifici. Poi sono arrivate le fattorie e gli allevamenti, determinati ad espandersi nelle terre dei beduini che vi risiedevano da vent’anni con regolare permesso. «Da noi si sono presentati il 9 novembre. Hanno circondato i nostri terreni con una rete e hanno detto che dovevamo andare via entro 24 ore. Altrimenti ci avrebbero pensato loro. I vicini hanno preso le loro cose e sono partiti. Perché non li ho seguiti? Non ho un altro posto dove andare. Questo gregge è tutto ciò che posseggo», dice Abel mentre la decina di pecore scure fruga nella distesa di sassi alla ricerca dei pochi fili d’erba. Prima potevano pascolare nel prato oltre la strada. Ma dall’inizio della guerra a Gaza, l’esercito proibisce loro di attraversarla. È quella «violenza economica» che, secondo Yftat, della Jordan Valley activists, costituisce la minaccia più grande per pastori e beduini. «Se non hanno accesso ai pascoli devono comprare il mangime per gli animali. In breve, non ce la fanno più e devono venderli», racconta. «Andava già male così. Da quando è spuntata la tenda, la situazione è diventata insopportabile», aggiunge Abel appena sveglio nonostante sia da poco passato mezzogiorno. Ha trascorso l’ennesima notte insonne con la moglie, i cinque figli e la cognata disabile psichica per gli schiamazzi del “popolo dell’accampamento”: anche la notte scorsa hanno tagliato i tubi dell’acqua. Per ripararli ci vorranno ore e domani dovrà ricominciare daccapo. Le «tende» – come le chiamano – sono l’ultima generazione degli insediamenti. Da molti punti vista.
«Guarda laggiù», sottolinea Daniel e indica con la mano un bivacco all’estremità opposta del campo. Lo abitano quattro ragazzi e una ragazza. Il più grande, probabilmente l’unico maggiorenne della comitiva, fa cenno di andare via. «Non capisco, non capisco» ripete, anche se poi qualche parola in inglese gli sfugge. «No, non lo parlo. E non parlo con i giornalisti». Gli altri avranno tra i 12 e i 14 anni. Minori dal passato difficile, finiti, a volte, negli insediamenti con i programmi di recupero attraverso il lavoro volontario. A portarli una rete di una decina di Ong, tra cui Hashomer Yosh e Artzenu, legate al movimento dei coloni. «Una gran parte ci arriva spontaneamente. Sono figli ribelli di sionisti religiosi, in rottura con l’ideologia ufficiale dei genitori. Hanno frequentato scuole religiose o ultraordosse nel 20 per cento dei casi e fanno fatica a proseguire gli studi», prosegue Yaron.
Questo esercito di adolescenti – l’evoluzione della cosiddetta Hilltop Youth, la Gioventù delle colline – è l’arma principale con cui gli estremisti israeliani stanno realizzando la conquista – sempre più violenta - della Cisgiordania. Dal 28 febbraio, 6 palestinesi sono stati uccisi dai coloni, in pratica uno ogni due giorni, nell’indifferenza generale. Dall’inizio dell’anno, secondo il monitoraggio attento di B’Tselem, 700 palestinesi – in maggioranza pastori o beduini – sono stati sfollati dalle proprie terre in Cisgiordania, portando il totale di espulsi dall’inizio dell’offensiva di Gaza a quota 3.921. Cinquantasette comunità sono state cancellate. Altre 17 sono state decimate. Fasayil scivola rapidamente verso la prima categoria. Abu Imad ha appena ricevuto un’ingiunzione di sgombero. «Ora ci si sono messe anche le autorità… Ho fatto ricorso, ma…», sottolinea. Abel si dice determinato ma è molto provato. Finché c’è lui – dicono ribadiscono i cinque attivisti – ci sarà anche Eye on occupation che dal 7 ottobre 2023 ha raddoppiato i volontari. Torna paradossalmente in mente la storia di Davide e Golia. «Chi ha vinto?», conclude Daniel. Ai margini di al-Murrajal, la strada verso Gerusalemme, giacciono macerie di quelle che una volta, non molto lontana, erano comunità beduine.

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