Un altro segnale di Sanchez a Israele: la Spagna revoca l’ambasciatore
Poco più di una settimana dopo il suo "No alla guerra", il premier ha deciso di ritirare definitivamente la propria ambasciatrice a Tel Aviv, Ana Sólomon Pérez

Che non fossero solo “quattro parole” – tre, in realtà, nella traduzione italiana – lo si era capito fin da quando il premier Pedro Sánchez, le ha dette, chiarendo in modo inequivocabile la posizione del governo spagnolo: “No alla guerra”. Erano trascorse, allora, 72 ore dall’attacco di Israele e Usa all’Iran e, fin dal principio, Madrid non aveva nascosto il proprio scetticismo. Di fronte alle accuse di Donald Trump di “non cooperare”, appena ripetute, il leader del Partito socialista (Psoe) ha deciso di non indietreggiare. Al contrario ha “blindato” la rotta della politica estera nazionale: “No alla guerra”. Poco più di una settimana dopo, le “quattro parole” si sono tradotte nella decisione di ritirare definitivamente la propria ambasciatrice a Tel Aviv, Ana Sólomon Pérez, dopo la mossa analoga dell’esecutivo di Benjamin Netanyahu, nel maggio 2024, di fronte al riconoscimento spagnolo della Palestina. Anche quella volta, Madrid aveva fatto da apripista in Europa, al fianco di Irlanda e Norvegia. In meno di due anni, però, lo scenario geopolitico è cambiato. In senso sfavorevole a Madrid. Non solo perché a Washington il riluttante Joe Biden è stato sostituito da Trump, alleato e “amico” – ha dichiarato più volte – del premier israeliano. Nella stessa Unione, le forze conservatrici e populiste hanno acquistato peso. E il mandato-bis di Ursula von der Leyen ha visto una discreta apertura della presidente della Commissione nei loro confronti. Oltre che dello stesso presidente Usa. I medesimi leader europei che avevano condannato il conflitto a Gaza, si sono fatti prudenti sull’intervento militare a Teheran. Qualcuno – come il cancelliere tedesco Friedrich Merz – addirittura lo sostiene.
L’esempio spagnolo – così definito e spesso citato dalla stessa Von der Leyen – è diventato così “l’eccezione spagnola”. In questo contesto, Sánchez gioca una doppia partita. “In chiave interna, il premier vuole ricompattare la sinistra, provata da una legislatura complessa più sul piano politico – per la polarizzazione e gli scandali di corruzione – che su quello economico, dati i buoni risultati – spiega Enric Juliana, analista di “La Vanguardia” e tra i più profondi conoscitori del socialismo spagnolo -. L’opposizione alla guerra è un buon collante: proprio il no al conflitto iracheno nel 2003 è stato determinante per riportare il Psoe alla Moncloa l’anno dopo. In questo è favorito dall’antiamericanismo diffuso fra gli spagnoli, accentuato ulteriormente dal ritorno di Trump alla Casa Bianca”. C’è, poi, un ulteriore fattore: il duello con l’ultradestra di Vox. “La campagna socialista del “no alla guerra” è accompagnata, visivamente, dalla bandiera spagnola.
Un messaggio rivolto a Vox che sfida proprio sul terreno dell’orgoglio nazionale. La sinistra si pone come la rappresentante dell’autentico patriottismo, indipendente quando occorre, anche da Bruxelles. Un’autonomia, però, fedele ai valori europei. Per questo, Madrid ha inviato la propria fregata a Cipro. Nel rapporto con l’Ue Sánchez si muove consapevolmente in un equilibrio precario. L’intesa cordiale con Von der Leyen è ormai un capitolo chiuso. La freddezza dell’ultimo anno ha lasciato il posto a un’incolmabile distanza. Il ministro degli Esteri di Madrid, José Manuel Albares ha detto esplicitamente di sentirsi più in sintonia con la posizione del presidente del Consiglio Ue, António Costa, sulla difesa del multilateralismo. Il premier socialista non vuole limitarsi, però, ad essere “l’eccezione”. Fonti ben informate parlano di una serie di telefonate dalla Moncloa alle principali cancellerie europee in vista del Consiglio della prossima settimana. L’idea è quella di raggruppare un fronte degli scontenti di Trump. Perché – ripetono fonti socialiste – il prossimo dopo l’Iran, forse, sarà Cuba. Ma prima o poi toccherà il turno della Groenlandia.
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