Fenomeno Thiel: la tecnologia come ordine del mondo

Per anni abbiamo pensato che il problema fosse governare l’innovazione. Oggi sappiamo che la domanda è più radicale: quale umanità stiamo rendendo possibile? Perché ogni architettura tecnica educa e ogni modello economico produce una pedagogia implicita
March 12, 2026
Fenomeno Thiel: la tecnologia come ordine del mondo
Peter Thiel /Imagoeconomica
Arriva in Italia Peter Thiel, uno dei protagonisti più influenti della Silicon Valley. Nato in Germania e cresciuto negli Stati Uniti, è cofondatore di PayPal insieme a Elon Musk e fondatore di Palantir, azienda che sviluppa software avanzati di analisi dei dati utilizzati da governi, intelligence e apparati di difesa. La sua presenza a Roma dal 15 al 18 marzo (alcune voci di stampa avevano parlato di un evento alla Pontificia Università di San Tommaso d’Aquino – Angelicum – , che però ha smentito) sta suscitando un intenso dibattito culturale, ma anche polemiche politiche, sul ruolo delle grandi piattaforme tecnologiche e sul loro rapporto con la democrazia. 
Peter Thiel non arriva a Roma come un semplice protagonista dell’economia digitale. Arriva come il portatore di una visione ed è questo che rende la sua presenza interessante, e insieme inquietante. Non è soltanto un miliardario della Silicon Valley o il fondatore di Palantir ma è uno degli interpreti più radicali di un passaggio d’epoca: quello in cui il mercato, la tecnica e la finanza smettono di presentarsi come strumenti e iniziano a proporsi come principio d’ordine del mondo. Il punto, infatti, non è più soltanto economico. Non siamo davanti a un capitalismo che produce ricchezza, consumo e nuove diseguaglianze, siamo davanti a qualcosa di più profondo: un sistema che usa il denaro per plasmare istituzioni, immaginari, gerarchie, perfino antropologie. Non si limita a organizzare gli scambi ma organizza il senso decidendo quali vite contano, quali paure meritano protezione, quali libertà possono essere sospese in nome della sicurezza. L’economia diventa così una forza pedagogica e politica. Non descrive il mondo: lo costruisce.
Dentro questo orizzonte, Thiel rappresenta una posizione precisa presentandosi come difensore dell’umano contro il conformismo ideologico e contro il rischio di una tecnocrazia senza volto. Ma il suo pensiero è attraversato da un paradosso decisivo: per salvare l’uomo, propone dispositivi che finiscono per restringere ciò che nell’uomo è più umano; per difendere la libertà, affida crescente potere a strutture di controllo. È qui che Palantir smette di essere solo un’azienda e diventa un simbolo e l’espressione di una mentalità. L’idea che la complessità della vita possa essere trasformata in informazione leggibile, la fragilità in variabile, il conflitto in previsione. Non più comprendere l’umano, ma renderlo trattabile.
In questa postura affiora la radice della sua visione hobbesiana della convivenza. Alla base c’è il sospetto che l’uomo sia anzitutto un essere pericoloso, segnato da passioni, portato naturalmente al conflitto, bisognoso di contenimento. Se l’antropologia di partenza è questa, allora il resto segue quasi automaticamente. Se l’uomo è minaccia, serve un ordine più forte, se il legame sociale è fragile, servono apparati più pervasivi, se il caos è sempre alle porte, la libertà deve arretrare perché avanzi la sicurezza. Ma proprio qui si vede il prezzo di una impostazione che concepisce l’umano come rischio: tutta la società si organizza contro di lui. La politica si irrigidisce, l’economia seleziona, la tecnica sorveglia. La libertà non è più un compito da coltivare, ma un margine da concedere. La persona non è più un mistero da accompagnare, ma un comportamento da prevedere. E così la promessa di protezione genera il suo opposto: una società che per paura di essere ferita finisce per amputare ciò che la rende viva. La diagnosi di Shoshana Zuboff, da questo punto di vista, appare perfino superata dagli sviluppi recenti. Non si tratta più soltanto di estrarre dati dall’esperienza umana per trasformarli in profitto ma si tratta di convertire l’esperienza in governo, in comando, in architettura del reale. Il capitalismo della sorveglianza diventa una vera antropologia della sorveglianza.
Per questo la questione che Thiel mette sul tavolo va presa sul serio, perché costringe a far emergere la domanda decisiva, quella che il nostro tempo ha progressivamente rimosso. Liberi da che cosa, certo. Ma soprattutto: liberi per che cosa? A questa domanda non si risponde con un supplemento di tecnica e neppure con una reazione nostalgica o antimoderna. Si risponde tornando al cuore della questione: quale idea di uomo stiamo assumendo, spesso senza dirlo, quando progettiamo tecnologie, istituzioni, modelli economici? Se partiamo dall’idea che l’uomo sia fondamentalmente negativo, un pericolo da contenere, allora il controllo sembrerà inevitabile. Ma se riconosciamo che nell’uomo c’è una positività originaria, allora tutto cambia. Questa positività ha un segno preciso: il desiderio. Non il desiderio ridotto a impulso da sfruttare commercialmente o a pulsione da disciplinare, ma il desiderio come apertura costitutiva al senso, al bene, alla relazione. È qui che si decide la differenza tra una società che addestra e una società che educa. Perché il desiderio può essere colonizzato, manipolato, eccitato artificialmente, ma può anche essere accompagnato, valorizzato come criterio. E allora la vera sfida del nostro tempo, prima ancora che politica o tecnologica, è educativa. Educare significa custodire e orientare il desiderio umano, non sostituirlo con automatismi, non consegnarlo alle piattaforme, non ridurlo a consumo o a paura.
Per anni abbiamo pensato che il problema fosse governare l’innovazione. Oggi sappiamo che la domanda è più radicale: quale umanità stiamo rendendo possibile? Perché ogni architettura tecnica educa e ogni modello economico produce una pedagogia implicita. La partita, in fondo, è tutta qui, non tra tecnofobia e tecnolatria o tra apocalittici e integrati. Ma tra due immagini dell’uomo: una fondata sulla paura, l’altra sul desiderio. Una vuole blindare la vita, l’altra vuole farla fiorire. Da questa scelta che dipenderà il nostro futuro.

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