La preghiera per la pace in Medio Oriente, il ricordo di padre Pierre: le parole di Leone XIV
All'udienza generale in piazza San Pietro la riflessione del Pontefice sulla "Lumen Gentium", il richiamo alla morte in Libano del parroco maronita padre e alla situazione drammatica in Iran

Nell’udienza generale di stamattina in piazza San Pietro il Papa ha continuato la sua riflessione sulla costituzione dogmatica Lumen Gentium, uno dei documenti più importanti del Concilio Vaticano II, promulgata il 21 novembre 1964 da Paolo VI durante la terza sessione del Concilio e dedicata principalmente alla natura e alla missione della Chiesa. «Dio, che ha creato il mondo e l’umanità e che desidera salvare ogni uomo, compie la sua opera di salvezza nella storia scegliendo un popolo concreto e abitando in esso», ha detto in esordio Leone XIV, «per questo Egli chiama Abramo e gli promette una discendenza numerosa come le stelle del cielo e come la sabbia del mare (cfr Gen 22,17-18). Con i figli di Abramo, dopo averli liberati dalla condizione di schiavitù, Dio stringe un’alleanza, li accompagna, se ne prende cura e li raccoglie ogni volta che si smarriscono. Perciò l’identità di questo popolo è data dall’azione di Dio e dalla fede in Lui. Esso è chiamato a diventare luce per le altre nazioni, come un faro che attirerà a sé tutti i popoli, l’intera umanità (cfr Is 2,1-5)».
«Il Concilio – ha ricordato il Pontefice – afferma che “tutto questo però avvenne in preparazione e in figura di quella nuova e perfetta alleanza che doveva concludersi con Cristo, e di quella più piena rivelazione che doveva essere trasmessa dal Verbo stesso di Dio fattosi uomo” (LG, 9). È infatti Cristo che, nel dono del suo Corpo e del suo Sangue, raccoglie in sé stesso e in modo definitivo questo popolo. Esso è ormai formato da persone provenienti da qualunque nazione ed è unificato dalla fede in Lui, dall’adesione a Lui e dal vivere della sua stessa vita, animati dallo Spirito del Risorto. Questa è la Chiesa: il popolo di Dio che trae la propria esistenza dal corpo di Cristo e che è esso stesso corpo di Cristo; non un popolo come gli altri, ma il popolo di Dio, convocato da Lui e formato da donne e uomini provenienti da tutti i popoli della Terra. Il suo principio unificatore non è una lingua, una cultura o un’etnia, ma la fede in Cristo. La Chiesa è pertanto – secondo una splendida espressione del Concilio – “l’assemblea di coloro che guardano nella fede a Gesù” (LG, 9). Si tratta di un popolo messianico, proprio perché ha per capo Cristo, il Messia. Quanti ne fanno parte non vantano meriti o titoli, ma solo il dono di essere, in Cristo e per mezzo di Lui, figlie e figli di Dio. Prima di qualunque compito o funzione, dunque, ciò che conta davvero nella Chiesa è essere innestati in Cristo ed essere, per grazia, figli di Dio. Questo è anche l’unico titolo onorifico che dovremmo ricercare come cristiani. Siamo nella Chiesa per ricevere incessantemente la vita dal Padre e per vivere come suoi figli e fratelli tra di noi. Di conseguenza, la legge che anima le relazioni nella Chiesa è l’amore, così come lo riceviamo e lo sperimentiamo in Gesù; e la sua meta è il Regno di Dio, verso il quale essa cammina insieme a tutta l’umanità». «Anche chi non ha ancora ricevuto il Vangelo – ha aggiunto papa Prevost – è perciò, in qualche modo, orientato al popolo di Dio. La Chiesa, cooperando alla missione di Cristo, è chiamata a diffondere il Vangelo ovunque e a tutti (cfr LG, 17), perché ciascuno possa entrare in contatto con Cristo. Questo significa che nella Chiesa c’è e deve esserci posto per tutti e che ogni cristiano è chiamato ad annunciare il Vangelo e a dare testimonianza in ogni ambiente in cui vive e opera. È così che questo popolo mostra la sua cattolicità, accogliendo le ricchezze e le risorse delle diverse culture e, al tempo stesso, offrendo loro la novità del Vangelo per purificarle ed elevarle (cfr LG, 13). In questo senso, la Chiesa è una ma include tutti».
Infine il Pontefice, per descrivere la Chiesa, ha citato il teologo gesuita Henri de Lubac e una sua definizione immaginifica contenuta nel libro Cattolicismo. Aspetti sociali del dogma: «Arca unica della salvezza, deve accogliere nella sua vasta navata tutte le diversità umane. Unica sala del banchetto, le vivande che distribuisce sono attinte da tutta la creazione. Veste senza cuciture di Cristo, essa è anche – ed è la stessa cosa – la veste di Giuseppe, dai molti colori». «È un grande segno di speranza – ha concluso Leone XIV – soprattutto ai nostri giorni, attraversati da tanti conflitti e guerre: sapere che la Chiesa è un popolo in cui convivono, in forza della fede, donne e uomini diversi per nazionalità, lingua o cultura. È un segno posto nel cuore stesso dell’umanità, richiamo e profezia di quell’unità e di quella pace a cui Dio Padre chiama tutti i suoi figli». Al termine della catechesi e dei saluti il Papa ha richiamato la drammatica situazione del Medio Oriente: «Si celebrano oggi a Qlayaa, in Libano, i funerali di Padre Pierre El Raii, parroco maronita di uno dei villaggi cristiani nel sud del Libano, che in questi giorni stanno vivendo, ancora una volta, il dramma della guerra. Sono vicino a tutto il popolo libanese, in questo momento di grave prova. In arabo “El Raii” significa “il pastore”. Padre Pierre è stato un vero pastore, che è rimasto sempre accanto al suo popolo, con l’amore e il sacrificio di Gesù Buon Pastore. Non appena ha sentito che alcuni parrocchiani erano rimasti feriti da un bombardamento, senza esitazione è corso ad aiutarli. Voglia il Signore che il suo sangue sparso sia seme di pace per l’amato Libano. Cari fratelli e sorelle, continuiamo a pregare per la pace in Iran e in tutto il Medio Oriente, in particolare per le numerose vittime civili, tra cui molti bambini innocenti. Possa la nostra preghiera essere conforto per chi soffre e seme di speranza per il futuro».
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