«Non solo Maria». Più spazio alle donne nella guida della Chiesa
di Agnese Palmucci, Roma
Il rapporto del Gruppo di studio numero 5 del Sinodo rilancia la partecipazione femminile nei processi decisionali ecclesiali: non esiste alcun impedimento dottrinale ai ruoli di responsabilità. E nei cambiamenti richiesti c'è anche quello del linguaggio

«Non c’è nulla, nel solo fatto di essere donna, che impedisca di assumere ruoli di guida nella Chiesa». A ribadirlo, nero su bianco, il rapporto finale del Gruppo di studio 5 – uno di quelli istituiti da papa Francesco per approfondire le questioni emerse dal Sinodo sulla Sinodalità – che è stato pubblicato oggi, 10 marzo, e che riassume una lunga riflessione sul tema della partecipazione delle donne alla vita e alla guida della Chiesa. Si tratta del terzo documento reso noto dalla Segreteria del Sinodo su richiesta dello stesso Leone XIV, dopo la pubblicazione, la scorsa settimana, dei report dei Gruppi 3 e 4, rispettivamente sulla missione nell’ambiente digitale e la formazione dei sacerdoti. Tra le urgenze messe in luce dal Gruppo 5, coordinato dal Dicastero per la Dottrina della fede, vi sono «la creazione di maggiori spazi di partecipazione femminile in ruoli istituzionali» e «il pieno riconoscimento dell’identità della donna» all’interno della Chiesa. Senza mettere da parte l’esigenza di accogliere i «disagi» manifestati, superando «la concezione della partecipazione attiva delle donne come di una «concessione» da parte dell’autorità gerarchica».
Tra generatività e difficoltà. Rivedere il codice linguistico
Il rapporto inizia con un «caloroso e doveroso «grazie» a tutte le donne impegnate nel servizio della Chiesa in ogni parte del mondo», dall’Amazzonia all’Europa centrale, dalle periferie più povere delle Filippine ai villaggi dell’Africa e dell’America latina. L’evidente generatività della presenza femminile nella Chiesa, però, si legge ancora nel dossier, «fa risaltare in maniera ancora più vivida quanto ancora rimane da fare» per la promozione della vocazione delle donne. Si riconosce, infatti, che nonostante i passi avanti la strada da compiere è ancora molta. Tra i disagi manifestati dalle donne «quello più evidente» è dato dal numero sempre crescente di coloro che non si riconoscono «cattoliche». A questo si aggiunge anche il «crescente disimpegno» dell’attiva partecipazione alle realtà ecclesiali locali, oltre alla «diminuzione di vocazioni alla vita religiosa femminile» in Occidente. In ultimo si sottolinea l’urgenza «di rivedere le forme attualmente vigenti della guida della Chiesa per renderle più accessibili alle donne». Dal testo emerge anche la richiesta di rivedere con attenzione il «codice linguistico», talvolta marginalizzante, utilizzato sia dal clero che da parte dei laici nel campo della preghiera liturgica e della predicazione.
Riconsiderare l’«archetipo mariano» dei ruoli femminili
La riflessione sulla partecipazione della donna al servizio della Chiesa implica un vero e proprio «cammino di conversione» a tutti i livelli, si legge nel documento. E questa «non deve essere intesa come una rivendicazione da parte di qualche gruppo, ma come una realtà che riguarda l’intimo tessuto delle relazioni» in ambito ecclesiale. La partecipazione si fonda infatti «sulla dignità del comune Battesimo», e questo spinge anche a «riconsiderare l’archetipo mariano dei ruoli femminili», con attenzione particolare al «modo di presentare la figura di Maria in questo specifico ambito». Proprio riguardo a questo, «sarebbe utile spostare l’attenzione su altri aspetti di Maria, rispetto alla sola maternità, quali il suo ruolo di testimone, di donna riflessiva e interrogante, pienamente inserita nelle gioie e nei dolori del suo popolo». Nel documento, poi, il Gruppo di lavoro dedica una lunga parte alla descrizione dei carismi delle figure femminili della Bibbia, poiché la Scrittura, si legge, resta «il punto di partenza obbligato per la maturazione di qualsiasi tipo di approfondimento» sulla questione.
Valorizzazione della «dimensione carismatica»
Dal rapporto finale emerge il bisogno di superare a «livello ecclesiologico» un’«artificiale separazione di generi e di ruoli», tenendo conto «della comune dignità di creature fatte a immagine e somiglianza di Dio». Proprio in forza del Battesimo, infatti, «le donne vanno valorizzate in quanto espressione di particolari vocazioni ed esperienze spirituali e religiose». In questa prospettiva si collocano, ad esempio, le nomine di donne in posti di rilievo all’interno della Curia romana, via promossa da papa Francesco e confermata da papa Leone XIV. Mentre nella nomina di un parroco «il vescovo si fonda sull’Ordine sacro», si specifica ancora nel testo, «i Pontefici, nominando delle donne in importanti ruoli ecclesiali, hanno tenuto conto soprattutto dello specifico carisma delle persone che hanno nominato» concedendo loro la partecipazione alla «potestà di governo universale». Accanto alla «via sacramentale e distinta da quest’ultima», dunque, «vi è la via carismatica che può essere percorsa in modo fruttuoso per aprire nuovi spazi di partecipazione per i fedeli laici, e per le donne in particolare». La richiesta del Gruppo di studio, a partire da ciò, è che «la teologia e il diritto canonico» si facciano carico «di esplorare nuove forme di esercizio dell’autorità fondate sul sacramento del Battesimo e distinte da quelle derivanti dall’Ordine sacro», in modo che «si possano trovare forme canoniche adeguate per rendere effettiva la partecipazione delle donne in ruoli di guida nella Chiesa».
Se nel report non si fa cenno alla questione del diaconato femminile, su cui la riflessione è ritenuta ancora «non matura», si ribadisce che attualmente ai ministeri previsti anche per le donne da ordinamento canonico «si affiancano ministeri non istituiti ritualmente, ma esercitati con stabilità», proprio legati ai carismi specifici. Tra questi, sono evidenti i carismi «di leadership, orientamento, animazione e gestione dei processi», ma anche altri più legati «alla preghiera comunitaria, all’accompagnamento spirituale, alla vicinanza ai più bisognosi». In tutto ciò, si legge ancora nel documento, «Maria è il modello supremo della dimensione carismatica».
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