Fenomeno Thiel: la Silicon Valley diventa agente del caos

Dalle visioni apocalittiche del fondatore di Palantir, emerge una nuova “teologia” delle Big Tech secondo cui i processi di governo mondiale sarebbero l’Anticristo e solo il progresso tecnologico gestito dai grandi poteri (lasciato libero da ogni vincolo) potrà portare pace e sicurezza
March 12, 2026
Fenomeno Thiel: la Silicon Valley diventa agente del caos
Peter Thiel /Fotogramma
Arriva in Italia Peter Thiel, uno dei protagonisti più influenti della Silicon Valley. Nato in Germania e cresciuto negli Stati Uniti, è cofondatore di PayPal insieme a Elon Musk e fondatore di Palantir, azienda che sviluppa software avanzati di analisi dei dati utilizzati da governi, intelligence e apparati di difesa. La sua presenza a Roma dal 15 al 18 marzo (alcune voci di stampa avevano parlato di un evento alla Pontificia Università di San Tommaso d’Aquino – Angelicum – , che però ha smentito) sta suscitando un intenso dibattito culturale, ma anche polemiche politiche, sul ruolo delle grandi piattaforme tecnologiche e sul loro rapporto con la democrazia. 
In una email dei file Epstein, il miliardario scrive nel 2016 a Peter Thiel: «Brexit: solo l’inizio. Ritorno al tribalismo come contromossa per rispondere alla globalizzazione. Fantastiche nuove alleanze». Il nome di Thiel (già fondatore con Elon Musk di PayPal) sta venendo alla ribalta negli ultimi tempi come importante guru del digitale, eminenza grigia del nuovo potere americano, con la sua Palantir che garantisce software indispensabili alla difesa di molti Paesi. L’involuzione dei creatori delle grandi piattaforme americane, che possiedono capitali immensi e soprattutto una supremazia tecnologica insidiata per ora solo dalla Cina mentre l’Europa deve recuperare un gap significativo, è ormai nota.
Da giovani utopisti della Silicon Valley ad agitatori del nuovo disordine mondiale: come è potuto accadere? Il sogno della grande Rete mondiale delle origini era un progetto unitivo, che doveva rispondere al male dei totalitarismi e della Shoah nel ‘900. Il progetto era restituire valore agli individui, liberi, uguali e soprattutto connessi. Ma il sogno di un mondo dove tutti contano allo stesso modo ha mostrato le prime crepe con la disintermediazione operata soprattutto dai social network, quando si è tolto peso ai corpi intermedi, come gruppi sociali, partiti, Chiese, e si è sostenuto il populismo tecnologico al servizio di potenti forze internazionali disgregatrici. Ora si arriva all’elogio del tribalismo, alla spinta verso la frammentazione e la divisione sociale accompagnata da un disprezzo verso le istituzioni internazionali e verso la debolezza dell’Europa che, troppo sbilanciata a tutelare i diritti dei più vulnerabili, non sarebbe capace di garantire sicurezza. La costruzione culturale di capitalisti come Thiel si basa sull’idea di una perdita di identità dell’Europa, che non avrebbe fatto i conti (lezione di Machiavelli), con l’inevitabile violenza e l’inimicizia assoluta che caratterizza le società, ma avrebbe invece preteso di addomesticarle.
È possibile ricostruire un “profilo culturale” dei responsabili di aziende come Palantir, X, Meta? Peter Thiel, come Alexis Karp e altri, destano curiosità per i loro riferimenti che attingono ad una cultura europea di stampo filosofico. In un mondo dove prevale solo la ragione tecnologica, conoscere autori come René Girard, Jurgen Habermas, Leo Strauss, Carl Schmitt e altri suscita stupore. Ma l’uso che questi imprenditori del digitale fanno delle teorie di grandi filosofi o politologi dovrebbe preoccupare, più che destare ammirazione. L‘interpretazione della teoria mimetica di Girard, ad esempio, rivela una sostanziale ambiguità. Indubbiamente, il filosofo francese ha mostrato come il desiderio “di essere l’altro” o meglio l’invidia di “avere ciò che ha l’altro” guidi gli essere umani. La mimesi, da Caino e Abele, ispira i nostri comportamenti e spiega il successo dei social network in cui ci specchiamo e ci confrontiamo. Ma lo sfruttamento economico del desiderio mimetico operata dai social è una conseguenza che contraddice in pieno il pensiero di Girard, dato che egli cercava una soluzione al circolo vizioso della violenza che impone la vendetta; e la risposta per lui poteva essere solo il rifiuto della logica di forza che Gesù ha voluto mostrare al mondo scegliendo di morire innocente sulla Croce.
A sua volta la teoria di Jurgen Habermas sullo spazio pubblico come luogo di confronto porta a una maggiore fiducia nel dialogo, non certo a legittimare una comunicazione senza regole. Bersagli del ribaltamento delle idee di Girard ed Habermas sono l’inclusione dell’altro e la difesa dei diritti gestite e regolate da entità sovranazionali. All’Onu e all’Unione Europea e alle altre istituzioni costruite faticosamente dopo la Seconda guerra mondiale andrebbe sostituito il potere delle grandi piattaforme totalmente libere di investire e di produrre, ponendosi alla pari con gli Stati nazionali. Non a caso il nemico principale di questi argomenti è la regolazione da parte dell’Europa dei processi tecnologici e dell’IA. Dalle visioni apocalittiche di Peter Thiel (usate come cornice retorica), emerge una nuova “teologia” della Silicon Valley, secondo cui i processi di governo mondiale sarebbero l’Anticristo e solo il progresso tecnologico gestito dai grandi poteri (lasciato libero da ogni vincolo) potrà portare pace e sicurezza. Politiche umanitarie, regole imposte alla tecnologia, sottovalutazione della violenza “naturale” degli uomini e difesa dei diritti dei deboli (criticate come “woke”) secondo Thiel hanno infatti prodotto la decadenza occidentale.
Non è difficile immaginare come questa “teologia” si sposi con la “religione della prosperità” dei gruppi evangelicali e dell’Alt right, che sostengono una politica reazionaria, autoritaria e anti-immigrazione globale: un cristianesimo senza la Croce, il pentimento e il perdono. Si assiste così a una teorizzazione “filosofico-religiosa” della libertà senza limiti di cui le Big Tech dovrebbero beneficiare. Libertà anche di hate speech e di disinformazione. Non a caso la maggior parte delle imprese della Rete hanno ormai rinunciato alla moderazione dei contenuti, adducendo il motivo che gli utenti sarebbero maturi per decidere, ignorando quindi volutamente la manipolazione intenzionale realizzata da poteri come la Russia di Putin con le loro guerre ibride. In base a queste teorie la Muai (Malicious use of Artificial Intelligence) cioè l’uso malevolo dell’Intelligenza Artificiale e tutte le forme di complottismo e disinformazione dovrebbero avere campo libero. Gli Stati e soprattutto l’Unione Europea dovranno quindi difendere fortemente la concezione democratica e antiautoritaria delle loro politiche sul web, così come un’etica non ambigua e non teorizzata dagli stessi produttori. Mai come ora - e non solo in questo campo ma soprattutto nella difesa della pace, l’Europa dovrà credere alla forza - basata sul diritto e sulla solidarietà anziché sulla prevaricazione del più potente, che ha ereditato dalle sue radici giudaico-cristiane.

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