C’è solo una forza più distruttiva del Male, la propaganda del Male

Il contrario della forza non è la debolezza. È la ragione. Gli storici diranno del tempo presente che prevalse la forza. L’incultura della violenza, evocata, minacciata, praticata come misura primaria dei rapporti. Una legge primitiva delle relazioni fra comunità, nazioni e Stati
March 12, 2026
C’è solo una forza più distruttiva del Male, la propaganda del Male
/Foto Icp
 
C’è solo una forza più distruttiva del Male, la propaganda del Male. Nel libro dell’Apocalisse, Giovanni Evangelista, ultimo apostolo in vita alla fine del primo secolo dopo Cristo, si accomiata quasi centenario dalle comunità cristiane d’Asia, e racconta le visioni profetiche vissute nell’esilio di Patmos. Apocalisse nell’etimo greco rimanda alla «rivelazione» e Giovanni intende proprio «togliere il velo», divulgare i destini dell’umanità e del mondo. Al tredicesimo capitolo racconta di avere visto una bestia sorgere dal mare, dotata di dieci corna e sette teste. È la tirannia, bestiale, quindi disumana e disumanizzante, che muove guerra ai santi, e vince, che esercita potere su ogni stirpe, popolo, lingua, nazione. Dalla terra vede quindi salire un’altra bestia che ha due corna e dispone di tutto il potere della prima, che seduce gli abitanti della terra costringendoli ad erigere una statua alla prima bestia e adorarla, pena la messa a morte, e impone un marchio a tutti: piccoli, grandi, ricchi, poveri, liberi, schiavi. È la propaganda, che omologa l’umanità nell’obbedienza al male. Il male si affaccia presto nella vicenda umana e dal momento in cui la prima coppia umana si ribella al Signore, ogni uomo è peccatore e il peccato diviene inscindibile dall’uomo quanto questi è inseparabile dal peccato, parole di Jose Saramago. C’è una speciale declinazione del male che è impastata di politica. Sono le atrocità di massa giocate sul corpo e sull’anima dei popoli, per il potere, la terra, le ricchezze. Depravazioni rivoltanti della politica. Stermini, deportazioni, torture, persecuzioni, discriminazioni.
Il contrario della forza non è la debolezza. È la ragione. Gli storici diranno del tempo presente che prevalse la forza. L’incultura della violenza, evocata, minacciata, praticata, sta affermandosi prepotentemente come misura primaria dei rapporti interpersonali, legge primitiva delle relazioni fra comunità, nazioni e Stati e strumento di soluzione delle controversie economiche e politiche. Come cent’anni fa. Inciviltà e brutalità si estendono al linguaggio, eccitando altra disumana barbarie. Quando le persone sono definite «spazzatura», «bestie», «animali umani», gli innocenti si trovano destinati a terapie di purificazione o radicale eliminazione. Verbi come «massacrare», «annientare», «decimare» usati da chi ha responsabilità pubbliche evocano distintamente punizioni collettive e rivendicano massacri di civili inermi come azioni virtuose. Nella comunicazione dominante prevalgono i radicalismi. Sono azzerate sfumature e gradazioni. Il mondo è dipinto in forma manichea, secondo contrapposizioni estremizzanti. Bianco e nero. Giusto e sbagliato. Vero e falso. Fra il bene e il male non c’è più niente.
Malafede o equivoco animano i ritornelli secondo i quali quanto accade dimostra che il diritto internazionale non esiste, che è un teatro di cartapesta; o vale fino a un certo punto, in modica quantità; che non bisogna abusarne; è obsoleto; si applica ai buoni, non ai cattivi. Sottintendendo che chi fa tuonane cannoni e parole dispone di prerogative divine, l’arbitrio di discernere il bene dal male e decidere chi merita castighi. Morte, tortura, fame, stupro, persecuzione, esclusione. Per cominciare, non esiste un diritto internazionale. Il diritto dei commerci e degli investimenti internazionali, per esempio, non ha mai smesso di essere rispettato. Sono vilipese le regole che proteggono il mondo e le persone dagli abissi della guerra e dalle degenerazioni più ripugnanti del potere governativo. No, non sono saltate le regole del diritto internazionale. Non c’è niente di accidentale o ineluttabile. Qualcuno vuole tornare all’anno zero della civiltà, vuole le mani libere. C’è una nuova pretesa di abbattere gli impegni assunti dopo la Seconda guerra mondiale e di agire al di fuori delle regole, erodendo la sovranità di Stati e organismi internazionali, ha detto il presidente Mattarella. Altri assentono o tacciono. No, non è una crisi del diritto, è un declino politico. È curioso che davanti al dilagare del peccato e della violenza non si incolpino i peccatori ma i Comandamenti, giacché nonostante quei precetti si continua a uccidere, rubare, mentire. Si compie una sovversione di valori nella carneficina dei bambini, nell’imposizione della censura a chi dissente, nella somministrazione ai giudici internazionali che accertano i crimini di promesse di morte e pene destinate a terroristi, assassini e briganti. Nella legittimazione della violenza, nel silenzio indifferente, nella cautela codarda si celebra un catastrofico fallimento intellettuale e morale, individuale e collettivo. Relativismo etico.
Quattro principi qualificano l’ordinamento internazionale e l’ordine della civiltà umana che è emerso dalle guerre mondiali. Il bando dell’uso della violenza armata. Il dovere dei belligeranti di rispettare regole di umanità nella condotta delle ostilità. Il diritto dei popoli all’autodeterminazione. La supremazia dei diritti umani fondamentali sul potere di governi e parlamenti. Non sono ideali confinati nel limbo inoffensivo della trascendenza o costrutti giuridici che si possano cancellare con un tratto di penna senza conseguenze. Sono scolpiti nella carne sanguinante della storia, parlano di decine di milioni di morti massacrati, di bambine violentate, genocidi, colonialismi, persecuzioni, campi di concentramento, processi spettacolo con le sentenze di condanna già scritte nello spartito. Uno. Gli Stati devono astenersi dalla minaccia e dall’uso della forza armata contro l’integrità territoriale e l’indipendenza altrui salvo che non siano autorizzati dal Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. O che sia indispensabile per difendersi da un attacco già sferrato o incombente, cioè con i missili del nemico in fase di lancio, gli aerei in volo, i carrarmati in marcia. Purché l’imminenza dell’aggressione sia provata al di là di ogni ragionevole dubbio, non vi sia altro modo per impedirla e la reazione sia proporzionata. La guerra «preventiva» è aggressione. Due. Le ostilità devono rispettare norme di civiltà. Non si infliggano sofferenze superflue. Si risparmino bambini e innocenti, scuole, case, ospedali. Non si attacchi quando è prevedibile che si causeranno danni incidentali smodati a vite e beni materiali. Si impieghi ogni possibile accorgimento per risparmiare gli incolpevoli. Nel dubbio ci si astenga. Tre. I popoli hanno diritto di scegliere chi li governa, liberi da dominazioni e influenze esterne. Quattro. Gli Stati non possono usare violenza e persecuzione a piacimento nei confronti dei propri cittadini. Non sono loro affari interni, riguardano tutti. Gli Stati e gli aguzzini individualmente rispondono dei crimini contro l’umanità davanti a tribunali internazionali e interni, agli altri Stati e alle organizzazioni multilaterali.
Lo slogan corrente propaganda «pace attraverso la forza», citazione, non sappiamo se voluta, del rivoluzionario russo Ivan Kaliayev cui Albert Camus fa dire: «Noi uccidiamo per costruire un mondo ove più nessuno ucciderà. Noi accettiamo di essere criminali perché finalmente la terra si popoli di innocenti». Lo slogan contiene un’ovvietà e un’eversione. Le guerre si combattono sempre per imporre una pace favorevole, cioè per ottenere una situazione più vantaggiosa rispetto alla precedente. Ciò presuppone che chi muove guerra abbia finalità determinate e realistiche, e sia in grado di contenere le dinamiche caotiche della violenza armata. Non è mai così. Dopo la pioggia di rado viene il sereno. La ruota della storia gira. La contingenza tattica è nemica della strategia. L’uso della forza ha esiti incontrollabili e imprevedibili, specie se comporta il tradimento dei valori che le nazioni hanno cullato e nutrito. Riguarda tutti, non solo i governi. Non molto tempo fa ci ha afferrato una vertigine. Poi, goccia dopo goccia, ci siamo assuefatti al quotidiano dispendio di sangue e sofferenza. Da spettatori, ci si abitua alla guerra come alla pace. L’indifferenza ha invitato il male in noi. E il male non ci ha più lasciato.

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