La ex detenuta Sasha Skochilenko: Mosca incarcera i ragazzi, liberiamoli
A colloquio con la giovane artista russa che ha scontato due anni di prigione per aver sostituito i cartellini del supermarket con messaggi sulla guerra. «I prigionieri ucraini nelle fosse, è inumano»

La giovane artista Alexandra Skochilenko “Sasha” per avere sostituito 5 cartellini dei prezzi in un supermercato di Pietroburgo con messaggi sulla guerra in Ucraina è stata condannata a 7 anni di reclusione. Ne ha scontati oltre due prima di essere rilasciata in occasione dello storico scambio di prigionieri tra Russia e alcuni Paesi occidentali nel 2024. Questo il nostro colloquio durante il nostro incontro a Roma.
Ci siamo incontrate a Vienna un anno e mezzo fa, poco dopo il rilascio. Come come va ora la tua vita a Berlino ora?
Sto bene perché quello che sognavo in prigione si è avverato. Certo ho avuto un trauma enorme dopo la prigione, ma ci ho lavorato quest’anno con la psicoterapia e ora sto molto meglio. Sarebbe tutto fantastico se le ragioni per cui sono stata in prigione fossero sparite. Invece la guerra continua. Incontro molte persone ucraine che hanno sofferto e ne pagano le conseguenze. Pensavo che dopo quel che ho fatto sarebbe stato più facile guardarle negli occhi. Ma resta comunque molto difficile, soprattutto quando mi dicono “Ammiro il tuo coraggio” o “Non riesco a immaginare come sia stato per te”. In quel momento penso che tutto quello che ho passato è comunque niente rispetto alla sofferenza di chi è colpito dalla guerra. Non avere un menù speciale (Sasha è celiaca e in carcere non era prevista un’alimentazione adatta a lei, ndr) non è paragonabile al fatto di non sapere se tornerai in una delle città assediate o temere che domani tuo figlio possa non esserci più. Inoltre, in Russia sempre più persone vengono incarcerate. Non basta una rara buona notizia sul rilascio di qualcuno, perché le notizie per lo più sono negative. Quando mi hanno incarcerata, le pene erano tra i cinque e i sette anni. Ora sono aumentate e vanno dai dieci fino a venti anni.
Ricordo che la prima cosa che mi dicesti a Vienna è che eri molto preoccupata per i bambini che si trovano in carcere. E ora?
Il tema degli adolescenti e dei minorenni in carcere è molto potente e può aiutare ad aprire gli occhi su quello che realmente succede in Russia. È un argomento che non può trovare scuse neanche tra coloro che ritengono che il regime di Putin sia una cosa buona e normale. Io penso che le repressioni che si esercitano sugli adolescenti siano crimini che meritano un tribunale internazionale speciale. Come per i casi degli ucraini detenuti nelle carceri russe, perché questi vengono detenuti in vere e proprie fosse. Nessuna condizione carceraria in cui si trovano prigionieri politici russi può essere paragonata per gravità a quella che vivono gli ucraini. Per quanto riguarda gli adolescenti, so che l’appello per uno scambio di questo genere di prigionieri politici, nel caso si dovesse mai verificare, sarebbe il più difficile nella storia, perché di un ragazzo bisogna prendersi cura, è necessario creare condizioni speciali. Ma mi chiedo se questa difficoltà possa essere una ragione per fermarci quando sappiamo di casi di violenza in prigione e che ci sono dei ragazzini che possono morire.
So che hai a cuore in particolare il caso di Arsenij Turbin che Avvenire segue dall’inizio.
Si, vive una situazione molto difficile. Arrestato quando aveva 15 anni, ora ne ha 17: è condannato a 5 anni per un crimine che non ha commesso. Cercano di costringerlo ad ammettere di aver partecipato ad atti terroristici. Arsenij ha semplicemente espresso le sue idee sul regime in Russia alle persone che incontrava, parlava con le nonnine sulle panchine. Lo tormentano, ostacolano in tutti i modi l’incontro con la madre. Si trova in un carcere lontano da dove vive la sua famiglia. Quando la madre affronta il viaggio raccogliendo tutte le sue forze e risorse per visitarlo, lo mettono in isolamento negandogli così di vederlo e parlargli. Negare a una madre di vedere suo figlio minore è del tutto disumano.
Quando eri in cella tua madre è stata in Italia, ricevuta dalla presidente del Consiglio comunale di Roma e ha avuto un’audizione con Laura Boldrini al Comitato diritti umani della Camera. Oggi è ancora impegnata?
Si, quotidianamente sostiene i prigionieri politici, è in contatto con i detenuti, scambia con loro lettere, così come è in contatto con altre madri, parenti e i gruppi di sostegno dei detenuti. Svolge un'opera straordinaria di diffusione delle informazioni e favorisce l'intreccio di legami per aiutare i prigionieri. Lo fa in modo del tutto volontario. Purtroppo, da quando sono stata liberata, di rado la invitano a parlare. Eppure lei ha un patrimonio di informazioni che molti attivisti per i diritti umani non hanno. Penso che alle madri dei minorenni bisognerebbe dare la possibilità di essere ascoltate perché le lacrime di una madre possono avere la forza che nessun altro atto al mondo riesce ad avere.
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