I "figli perduti" di Kiev. Nuovo rapporto Onu su altri 1.200 bambini "trasferiti" in Russia

Tra casi di adozioni illegali, cambi di identità e cittadinanza, e anche suicidi
March 12, 2026
I "figli perduti" di Kiev. Nuovo rapporto Onu su altri 1.200 bambini "trasferiti" in Russia
Alcune delle immagini contenute nel report dell'Onu
L’attacco all’Ucraina non è cominciato con i missili e l’assalto dei corpi speciali all’alba del 24 febbraio 2022. La guerra andrebbe retrodatata di una settimana. Era iniziata con il sequestro dei primi bambini a partire dal 16 febbraio, quando i leader separatisti Denis Pushilin e Leonid Pasechnik ordinarono  l’«evacuazione» verso la Russia degli istituti che ospitavano i minori.
Il nuovo rapporto della Commissione Onu sui crimini di guerra in Ucraina aggiunge un altro capitolo al dossier investigativo che porterà sul tavolo della Corte penale internazionale nuove prove d’accusa. Sono stati identificati altri 1.205 bambini trasferiti illegalmente in Russia o sottoposti alle autorità di occupazione. Di loro, solo 240 hanno fatto ritorno a casa. La maggior parte, oltre l’80%, resta irraggiungibile e di molti si sono perse le tracce, forse per sempre. Prima di distribuirli in 21 regioni della Federazione, a migliaia di chilometri dalla terra di nascita, le autorità di Mosca ne hanno alterato l’identità: nuovo nome, nuova data e città di nascita, nuova cittadinanza. In altre parole, non sono mai stati ucraini, ma «orfani russi» adottati da famiglie russe.  Come i due piccoli originari di Kherson che oggi hanno 4 e 6 anni. Nel settembre del 2022 vennero assegnati a genitori adottivi nella regione di Mosca. Per la bambina, la Commissione riferisce di aver ottenuto «documenti che indicano un’adozione formale, con modifica del nome e del luogo di nascita registrato». Le tracce portano fino al livello più alto del Cremlino. La bimba aveva 11 mesi al momento in cui venne adottata. Non da una coppia qualunque. I certificati ottenuti dalla commissione Onu mostrano il nome di Sergej Mironov, un pezzo grosso della Duma. Il 73enne parlamentare per un decennio, fino al 2011, è stato presidente del Consiglio Federale e della Camera alta del Parlamento russo. Da esponente dell’opposizione morbida al sistema Putin, si è poi spostato su posizioni di aperto sostegno allo zar. «La Commissione ha ottenuto una copia della registrazione elettronica di un atto di adozione della bambina, con il suo nome originario e il luogo di nascita nella regione di Kherson, e con un nome e un luogo di nascita modificati nella regione di Mosca», si legge nel rapporto. «Una copia del nuovo certificato di nascita della bambina e la relativa registrazione elettronica - viene precisato - riportano soltanto il nome modificato, il luogo di nascita modificato e questa coppia come suoi genitori».
Le autorità di Kiev sostengono che siano circa 19.500 i bambini allontanati forzatamente, un dato sempre contestato da Mosca. Che si tratti di diverse centinaia lo confermano però anche le informazioni provenienti dalla Russia. Il difensore civico ucraino Dmytro Lubinets ha recentemente parlato di  oltre 1.900 bambini rimpatriati, per quanto «non esiste un meccanismo ufficiale per confermare quanti bambini ucraini siano stati deportati o allontanati con la forza». La mediazione condotta lontano dai riflettori ha contribuito a creare canali utili ai ricongiungimenti. Kiev ha ringraziato più volte la missione della Santa Sede per questo lavoro. Riconoscimenti sono andati anche al segretario di Stato vaticano, il cardinale Pietro Parolin, e al presidente della Cei, il cardinale Matteo Zuppi, incaricato da Papa Francesco e da Papa Leone di una missione di «diplomazia umanitaria».
Sommando i 1.900 minori rimpatriati citati da Lubinets ai quasi mille che, secondo l’Onu, risultano ancora dispersi, le autorità internazionali ritengono accertata l’identificazione di almeno 3mila bambini deportati. Di molti altri, però, mancano ancora informazioni aggiornate e verificabili. 
Tra loro, una bambina come altre finita in un centro dove venivano accolti i minori da famiglie in difficoltà. Da quattro anni la madre chiama ogni due giorni il numero di telefono che Kiev ha dedicato a questi casi. Non sa dove sia sua figlia. Sa soltanto che è stata portata via, che si trova da qualche parte nella Federazione Russa, e che nessuna autorità di Mosca le ha mai risposto. «Sono ancora alla ricerca di mia figlia», ha dichiarato alla Commissione internazionale indipendente dell’Onu: «Ho una paura terribile di cosa penserà di me, e di come stia sopravvivendo».
Quella ricostruita non è una somma di episodi, ma la meccanica della deportazione secondo uno schema studiato a tavolino. Nella regione di Donetsk, tra i minori censiti dai funzionari dell’occupazione, c’erano anche cinque fratelli tra i 4 e i 14 anni. In un primo momento furono separati e allontanati insieme a un gruppo di 31 ragazzi. Per ragioni mai chiarite, vennero poi trasferiti altre tre volte, fino a essere ricongiunti solo lo scorso anno nella stessa famiglia, in una città della regione di Mosca.
Dopo che Vladimir Putin e Maria Llova-Belova, la commissaria russa ai diritti per l’infanzia, sono stati iscritti tra i ricercati della Corte penale internazionale per i crimini contro i minori ucraini, perfino a Mosca hanno dovuto dare un segnale. Belova aveva adottato un minorenne originario di Mariupol e con lei Irina Rudnitskaya, a capo di un’organizzazione che promuove i “valori della famiglia” e sostiene i genitori affidatari. Rudnitskaya, che ha adottato 12 bambini tra cui almeno un ucraino, è stata arrestata e poi rimessa in libertà vigilata con l’accusa di traffico di minori. Che presto verranno chiesti nuovi mandati di cattura non è solo un’ipotesi. Nei giorni scorsi  il procuratore aggiunto della Corte penale internazionale, Mame Mandiaye Niang ha concluso la sua prima visita ufficiale a Kiev. «Constatare questa portata di distruzione di infrastrutture critiche, provocata presso centrali elettriche e altri siti che abbiamo mappato in tutta l’Ucraina, sottolinea l’importanza del nostro impegno e la necessità di continuare a rafforzare le nostre azioni in corso per l’accertamento delle responsabilità in questa situazione», ha detto Niang. «Abbiamo già ottenuto mandati di arresto emessi dalla Corte in questa linea di indagine. Il nostro lavoro proseguirà con determinazione, anche in relazione ai recenti attacchi», ha aggiunto prima di lasciare l’Ucraina. In Russia di solito la prendono male. Il giudice Rosario Aitala, che da presidente della Camera penale competente sull’Ucraina ha istruito l’indagine e firmato i mandati di cattura, è stato condannato in contumacia a 15 anni di carcere da un tribunale di Mosca.
Alcuni dei trasferimenti sono avvenuti con la complicità dei direttori delle case di accoglienza. A Kherson una funzionaria ucraina, ufficialmente ricercata dalle autorità di Kiev, pochi giorni prima che i russi venissero messi in fuga dalla controffensiva ha consegnato 7 minori tra 11 e 17 anni ai soldati russi che li hanno portati  a Krasnodar Krai, la regione meridionale russa che affaccia sulla Crimea. Due fratelli di 13 e 17 anni vennero separati. Il più grande, divenuto maggiorenne, era riuscito a riallacciare i contatti con la madre in Ucraina. «La chiamava regolarmente – riportano i ricercatori delle Nazioni Unite – e le diceva che avrebbe cercato modi per tornare in Ucraina». Poi silenzio: «Si è suicidato nel gennaio 2024».

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