Parenzan: «Considerate i ragazzi come atleti, non come disabili»

Il campione triestino, oro nel tennis tavolo alle scorse Paralimpiadi estive, a Cortina per sostenere gli azzurri
March 12, 2026
Parenzan: «Considerate i ragazzi come atleti, non come disabili»
Matteo Parenzan / Ansa / Ferrario / Cip
Si può essere protagonisti e lanciare un forte messaggio anche senza gareggiare. Semplicemente facendo da spettatore alle gare cortinesi. Nel parterre dell’Olimpia delle Tofane, ad assistere alle competizioni di superG dello sci alpino, c’era anche Matteo Parenzan, il campione paralimpico di tennis tavolo, presente per due giorni nella Perla delle Dolomiti in ruoli diversi, tra sport e business. Il triestino non ha lesinato di concedersi a tifosi, tra autografi e fotografie.
Matteo, che emozione prova quando qualcuno le chiede di fare un selfie con lei?
«Sono felice, mai mi sarei aspettato questo genere di richiesta. Mi sono divertito insieme ai colleghi Barlaam, Caironi, Amodeo e Ghiretti. Abbiamo fatto squadra anche sulla neve».
Meglio lo sport estivo o quello invernale?
«È stato davvero emozionante vivere questi Giochi in casa, anche senza essere protagonista in campo. Mai avevo assistito a una gara di sci prima d’ora e vedere sfrecciare gli atleti, specialmente quelli seduti nei gusci aerodinamici, è stato fantastico. Ma la cosa più stupefacente è stata un’altra».
Quale?
«Assistere dal vivo a una partita di curling e comprendere quanto sia difficile in pratica uno sport che in tv sembra molto banale. Solo quando sei in pista ti rendi conto di quanto sia complicato piazzare con precisione le pietre, senza tra l’altro poter contare sulla spazzata dei compagni come avviene tra i normodotati».
Cosa ha fatto in questi giorni ampezzani?
«Oltre a vedere le gare di sci, snowboard e curling, ho partecipato ad alcuni eventi delle aziende di cui sono testimonial e ad altre attività a Casa Italia e Casa Veneto. In precedenza ero stato tedoforo a Trieste, la mia città, sia per la staffetta olimpica in strada, sia per la fiamma paralimpica sul palco».
Si sarebbe mai aspettato questa attenzione mediatica nei suoi confronti?
«È frutto della percezione diversa che è nata durante i Giochi di Parigi grazie alle lunghe dirette sulla Rai. In quell’occasione si è capito finalmente che anche noi siamo atleti come gli altri e che la disabilità non è estranea alla società, ma è parte di essa. Da lì molti di noi sono stati coinvolti in sponsorizzazioni, partnership con aziende importanti, paginate sul web e sui social. La visibilità dei medagliati paralimpici di Parigi è stata davvero elevata dopo i Giochi».
L’anno scorso si è preso quasi un anno sabbatico, ha giocato poco e ha perso qualche posizione nel ranking mondiale. Per questa stagione quali sono i suoi programmi?
«Tra dieci giorni disputerò il mio primo torneo, un challenge internazionale a Lignano Sabbiadoro. Poi farò qualche Future e sarò presente in tabellone in tutti e sei i tornei élite, che sono gli slam del tennis tavolo. Tre sono in Asia, a Taipei, Pechino e Bangkok, uno negli Stati Uniti e due in Europa, il primo in Slovenia e l’ultimo a Parigi».
Tornerà quindi dove si è rivestito dell’oro con i tre agitos?
«Purtroppo no, perché quell’arena è adibita ad altro adesso. Il nostro torneo si disputerà vicino a Versailles.
Qual è l’obiettivo del 2026?
Provare a vincere il mondiale, in novembre in Thailandia. La rassegna iridata è molto ambita perché si disputa ogni quattro anni, quindi è come una Paralimpiade. Poi mi piacerebbe salire nuovamente in classifica e entrare tra i primi quattro. Al momento sono il cinque, dopo essere stato anche numero uno due anni fa per otto mesi».
Per far questo dovrà giocare tanto?
«Non troppo, il giusto. Devo anche allenarmi e poi non mi piace che gli avversari possano vedermi in azione molto spesso. A volte conta pure sapersi nascondere».
Tornando a Milano Cortina, che messaggio vuole lanciare?
«Di fare il possibile per seguire in tv le gare e se capita l’occasione anche di andare a vedere qualche competizione dal vivo e fare il tifo per gli azzurri. Mi raccomando, considerate i ragazzi in gara come atleti e non come disabili».
Ormai i tempi del pietismo sembrano superati.
«Meno male. Ci siamo conquistati la giusta visibilità, non perché siamo strani, ma perché tutti noi atleti paralimpici stiamo facendo qualcosa di straordinario in termini prestazionali. Lo sport è la nostra professione e quindi anche le nostre gare devono essere giudicate e commentate con gli stessi criteri dello sport dei normododati».

© RIPRODUZIONE RISERVATA