La storia del cattolico Margas, torturato e poi "suicidato" in Pakistan
Il corpo del 21enne trovato dai familiari. Il giovane lavorava per due musulmani. Cordoglio e allarme nella comunità cattolica del Pakistan, spesso nel mirino per la propria fede

Probabilmente torturato e poi impiccato per simulare un suicidio. La fine del 21enne cattolico Marqas Maishi ha suscitato cordoglio e allarme tra la comunità cattolica del Pakistan spesso nel mirino per la propria fede, ma resa anche vulnerabile da condizioni socio-economiche che la espongono a discriminazione e sfruttamento. Il giovane lavorava in una azienda agricola di proprietà dei musulmani Muhammad Mohsin Kharal e Muhammad Basharat Kharal nelle vicinanza della città di Sargodha e a denunciare l’accaduto sono stati i familiari che il 3 marzo, informati del “suicidio” sul posto di lavoro, ne hanno constatato la morte per impiccagione.
Sotto shock i congiunti che non soltanto hanno dovuto recuperare il cadavere dal luogo del decesso, ma sono stati i primi a notare tagli, lividi e bruciature sul corpo nell’ospedale dove l’avevano portato. I datori di lavoro avrebbero tentato, attraverso i loro legali, di evitare la denuncia e l’intervento della polizia che si è mossa solo quando i parenti e alcune decine di altri cattolici hanno inscenato una protesta portando con loro il corpo di Marqas Masih e bloccando una delle vie principali della città. Di conseguenza, è stato disposta l’autopsia dalla quale sono emersi altri sospetti di tortura confermati anche dalla Fondazione Pontificia Aiuto alla Chiesa che Soffre, in contatto con la famiglia, che da subito ha avuto il supporto della Chiesa locale.
La Commissione nazionale Giustizia e Pace ha diffuso un comunicato sollecitando un'indagine approfondita. Il suo segretario esecutivo Naeem Yousaf Gill, ha chiesto «un'indagine pienamente trasparente» per chiarire il movente del presunto omicidio. Non necessariamente di natura religiosa, data la condizione di povertà e di sottomissione che accomuna molti cristiani ai compatrioti di altra fede costretti a subire condizioni estreme se non una sostanziale schiavitù. Tuttavia, ha spiegato ancora Gill, in diverse circostanze i parenti in visita alla vittima sul posto di lavoro sono stati bersaglio di espressioni d'odio anticristiano.
Ai dubbi sulle cause del decesso del giovane e alla richiesta di fare chiarezza si è associato monsignor Samson Shukardin, vescovo di Hyderabad e presidente della Conferenza episcopale cattolica del Pakistan, che ha chiesto alle autorità di «condurre un'indagine completa sull'accaduto, per fare piena luce sui fatti e garantire che sia resa giustizia a questa comunità vulnerabile». Anche Tahir Naveed Chaudhry, ex parlamentare e avvocato si è posto a fianco della famiglia. Come sottolineato anche da Asher Adeel, attivo nella difesa dei diritti umani a Sargodha, il caso riflette la vulnerabilità delle minoranze religiose in Pakistan, dove i cristiani in condizione di povertà spesso devono cercare impieghi mal retribuiti nel settore informale sotto influenti proprietari terrieri. Sono stati numerosi negli anni i casi di violenza o di uccisione che hanno coinvolto lavoratori cristiani. Ultimo di ampia risonanza quello, a maggio 2025, di Kashif Masih, bracciante torturato a morte da un gruppo di musulmani di cui faceva parte anche un ex poliziotto. Messo a morte senza processo per un presunto furto, la sorte di Kashif ha sollevato indignazione e la richiesta alle autorità di maggiore impegno nella prevenzione di questi delitti.
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