Il premio Nobel Sánchez: «Riprendano subito i negoziati. Basta con l'imperialismo Usa»

Per l’ex presidente del Costa Rica, “architetto” della zona demilitarizzata più grande del Centro America, «l'Iran non è il Venezuela e gli Stati Uniti mirano alla Cina. L’arte diplomatica? Non è passata di moda ma non ci sono leader capaci di esercitarla»
March 13, 2026
Una donna davanti a un edificio distrutto a Teheran
Una donna davanti a un edificio distrutto a Teheran
«Bisogna affrettarsi a tornare al tavolo dei negoziati perché una de-escalation, adesso, è quanto mai necessaria. Lo dico chiaro e tondo: la presidente del Consiglio italiano Giorgia Meloni e gli altri leader europei come Emmanuel Macron devono fare il possibile per raggiungere questo obiettivo. Bisogna scegliere il compromesso». Oscar Arias Sánchez, presidente del Costa Rica prima dal 1986 al 1990, poi dal 2006 al 2010, premio Nobel per la Pace nel 1987, lancia un appello ai governi europei. Lui, che nel 1987, con una instancabile azione di mediazione, mise fine alle guerre in Centro America e che negoziò la creazione della più ampia zona demilitarizzata del mondo, tra Costa Rica, Guatemala, El Salvador, Honduras e Nicaragua, invoca in confronto tra Iran, Stati Uniti e Israele che porti allo stop delle operazioni militari.
Ritiene che gli Stati Uniti abbiano calcolato male le loro possibilità di successo in questa guerra? Perché si sarebbero imbarcati in un’operazione simile?
Non ho alcuna remora nel dire e nel ripetere che gli Stati Uniti sono un Paese imperialista. Esercitano questa politica da ben 85 anni. Del resto, questo predicava la dottrina Monroe del 1823 che il presidente Donald Trump ha deciso di prenderla alla lettera e, addirittura, di espandere a tutto il globo nella variabile del Corollario Roosevelt. Questo modus operandi è una postura: culturale, politica, economica.
Dunque, Trump l’ha resa semplicemente più trasparente?
Esattamente. Gli Stati Uniti hanno sempre voluto essere il Paese unico dominante. La cosa fondamentale, per agire in questo modo, è individuare, di epoca in epoca, il nemico: prima furono i nazisti, poi l’Unione Sovietica, a un certo punto i khmer rossi, poi il terrorismo islamico. Adesso è la Cina. Nel caso specifico dell’Iran, la decisione di attaccare è volontaria. Giustificata, certo, dalla teoria della mossa “preventiva”. Anche se non c’era alcuna evidenza che Teheran avrebbe colpito per prima.
Esistono delle ragioni legate alla politica interna americana che hanno affrettato questa decisione?
Certamente. Come altre volte, questa è anche una guerra per l’elezione o la rielezione. Vale per Trump negli Stati Uniti e vale per Benjamin Netanyahu in Israele. Ma continuo a credere che il tycoon sia stato precipitato in questa scelta dalla pressione del premier israeliano, da una parte per compiacerlo e dall’altra per portare a termine una strategia di domino: annichilire tutti i Paesi del Medio e vicino Oriente in modo che nessuno possa diventare prevalente rispetto a Israele. Iraq, Afghanistan, Libia, Somalia, Yemen: in questi quarant’anni, tutti hanno avuto la stessa sorte.
Pensa che l’operazione statunitense in Venezuela sia il modello strategico applicato anche all’Iran?
Non ci sono similitudini tra le due situazioni. Il Venezuela con Nicolas Maduro è diventato un narco-Stato. E, infatti, gli Stati Uniti hanno provveduto ad arrestare Maduro, ma non a imporre un altro regime o a bombardare a tappeto. Più o meno come fecero con il generale Manuel Noriega a Panama nel 1989. Credo che se gli Stati Uniti avessero mai pensato di applicare all’Iran il “modello Venezuela” si sarebbero sbagliati di grosso.
Oscar Arias Sánchez, presidente del Costa Rica prima dal 1986 al 1990, poi dal 2006 al 2010, premio Nobel per la Pace nel 1987
Oscar Arias Sánchez, presidente del Costa Rica prima dal 1986 al 1990, poi dal 2006 al 2010, premio Nobel per la Pace nel 1987
Alla luce del mancato rinnovo del Trattato di non proliferazione nucleare, ritiene legittime le preoccupazioni sull’uso di armi atomiche in questo conflitto?
Un Paese dittatoriale che possiede la bomba atomica, come la Corea del Nord, fa paura soprattutto perché si farebbe meno problemi a usarla. Sta di fatto che la possiedono in gran quantità anche le democrazie. I tempi non depongono a favore della cautela.
Alla fine degli anni ‘80, lei scelse il compromesso. Era un mondo in cui il diritto internazionale si faceva rispettare di più?
Sì, scegliemmo il compromesso e abbiamo fatto bene. Il mio Costa Rica, intorno al nodo di Panama, insegnò al mondo come si fa la pace. Non è un sogno, la pace: è diventata una cosa concreta quando, nel 1945, sono nate le Nazioni Unite, volute proprio per garantire l’armonia globale. Questa armonia può esistere a una condizione: che il mondo sia multipolare e che le grandi potenze, anche con atteggiamenti coloniali, siano bilanciate. Ma quando c’è un solo Paese molto potente in posizione di preminenza, salta il banco. Gli Stati Uniti sono gli unici al comando da anni. Hanno la sindrome dell’impero romano. Aveva ragione William Fullbright quando parlava di “arroganza del potere”.
Emergono da diverse parti, pressioni per spingere al massimo il confronto militare. Anche il negoziato è passato di moda?
In un negoziato ottieni quello che puoi, non quello che chiedi. L’arte pragmatica del negoziare comprende la rinuncia a un qualche bene superiore, non personale ma comunitario, che non va interpretata come sconfitta. È così che si salvaguarda la pace. Purtroppo, oggi, non vedo nessun politico di alto rango capace di quest’arte.

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