Le protesi di Mike Schultz aiutano anche per gli avversari

Fuoriclasse in pista e inventore delle protesi di cui si servono anche i migliori atleti in gara: «Aiutare gli altri e il mio sport vale più della corsa alla medaglia»
March 13, 2026
Le protesi di Mike Schultz aiutano anche per gli avversari
Mike Schultz in gara / Reuters / Stoyan Nenov
Lo chiamavano “Monster Mike”. Tra gli atleti presenti a Cortina si aggira anche un papà dagli effetti speciali. Prima di diventare un fuoriclasse del parasnowboard (una medaglia d’oro e due d’argento ai Giochi), lo statunitense Mike Schultz, oggi 44enne, è stato un asso nelle corse di snowcross, le spericolate competizioni con motoslitte su piste di neve o ghiaccio.
Un vero funambolo dalla guida aggressiva e spettacolare. Unita a una passione viscerale derivata dal motocross che praticava sin da quando aveva 15 anni. Un pilota grintoso e competitivo, capace di mangiarsi letteralmente le piste, affrontando a tutta velocità e senza paura curve, salti e ostacoli. Fino a quando però nel 2008 la sua vita conosce una brutta e inattesa sterzata. Mentre partecipa a una gara professionistica di snowcross, esce dal percorso, vola dalla sua motoslitta e atterra sulla gamba sinistra. Grave frattura al ginocchio e dopo diversi interventi chirurgici gamba amputata. La frustrazione è enorme perché durante la riabilitazione si accorge che le protesi disponibili non gli permettono più di praticare al meglio i suoi adorati sport estremi. Dopo il tremendo sconforto si ricorda però di essere cresciuto in una fattoria del Minnesota, alla scuola di un papà tuttofare molto abile nei lavori artigianali e meccanici, soprattutto nella saldatura.
La protesi non esiste? Decide di elaborarla da sé. Studiando senza posa. «Ero molto motivato. Cosa c’è di più motivante che ricostruire la propria gamba per tornare a fare ciò che si ama di più?». Dal progetto ai primi esemplari: «In origine ne ho costruite solo una o due per me… ma quando ho capito che così tante altre persone potevano beneficiarne, ho deciso di fondare un’azienda per creare protesi ad alte prestazioni per gli sport d’azione».
Un’invenzione personale che gli permette di scoprire e primeggiare anche in una disciplina nuova: lo snowboard paralimpico di cui diventa subito uno specialista. Al debutto assoluto a PyeongChang 2018 vince l’oro nello snowboard cross e l’argento nel banked slalom.
Con una curiosa singolarità: se a trionfare sono i suoi avversari in molti casi lui è compartecipe dei loro successi. Perché la sua protesi è oggi un’azienda chiamata BioDapt di cui si serve anche il 95% dei migliori atleti paralimpici di snowboard. E la sua soddisfazione va ben oltre quel che potrebbe sembrare anche un conflitto di interessi: «Ho due cappelli - quello dell’atleta e quello dell’imprenditore - ma nella mia mente la visione più grande è ciò che sto facendo per aiutare lo sport paralimpico». Anche perché se la mettiamo dal punto di vista strettamente sportivo quando gli altri vincono a perderci è anche lui: «È una lama a doppio taglio… la tecnologia che sto costruendo per rendermi più veloce sta aiutando anche i miei avversari. Ma aiutare gli sport paralimpici è molto più gratificante. È molto più grande della mia corsa alla medaglia d’oro».
Da una difficoltà personale a un dono per gli altri. Se si volta indietro non ha dubbi: «La sfida più grande è stata l’amputazione che mi ha cambiato la vita, mentre ero all’apice della mia carriera da pilota professionista di motoslitte. Da allora, il mio obiettivo è stato quello di trasformare qualcosa di negativo in qualcosa di buono». Un motivo d’orgoglio in più agli occhi di sua moglie Sara e di sua figlia Lauren, nata nel 2013, la sua vittoria più bella. «Mia figlia mi motiva a essere una persona ancora migliore e un modello da seguire».
Non è un mistero che alla base dei suoi successi c’è una vita familiare molto solida: «È decisamente uno sforzo di squadra. Sono così spesso in viaggio per allenamenti e competizioni… E quindi mi appoggio molto a Sara per colmare quei vuoti mentre sono via».
Quando la coppia ha dovuto gestire una figlia appena nata e gli effetti della disabilità, Sara ha lasciato il suo lavoro di infermiera per dedicarsi alla famiglia e anche al lavoro di comunicazione per l’azienda di Schultz.
La paternità all’inizio è stato un periodo molto duro per Mike perché la disabilità condizionava anche gesti semplici nei riguardi della figlia neonata: «Non potevo portarla in giro di notte… Una volta sono inciampato e ho dovuto “lanciarla” sul letto affinché non cadesse». Ma nel tempo essere riuscito a diventare un esempio per la figlia è stata una carica di adrenalina. Una volta Lauren ha scritto di voler diventare fisioterapista proprio vedendo le opere del papà: «È il momento di cui un padre può essere più orgoglioso».
Qualcosa che vale molto più di tante vittorie. «Non importa se sono un atleta di livello mondiale per lei sono semplicemente papà». Mike non lo nasconde, dopo ogni competizione non vede l’ora di tornare presto a casa.
E come ha già annunciato le Paralimpiadi italiane saranno l’ultimo capitolo della sua lunga carriera: «Quest’anno sono stato in viaggio per circa 170 giorni, il che è molto difficile cercare di essere presente come padre». E allora Schutz a Cortina è pronto di nuovo a vestire i panni di “Monster Mike” per congedarsi magari sul podio dalla sua incredibile avventura. E se non vi riuscirà ha già la certezza che Lauren sarà comunque fiera di lui, il suo papà campione e il “papà” di uno sport a cui un giorno ha dato nuove gambe.

© RIPRODUZIONE RISERVATA