Cuba, qualcosa si muove: cosa può succedere con gli Usa dopo l'accordo sui 51 prigionieri
L'Avana ha ufficializzato le trattative in corso con Washington. Anche la Santa Sede ha confermato i contatti con il regime castrista per il rilascio dei detenuti. Ora la Casa Bianca valuta gli scenari possibili: cresce l'ipotesi "venezuelana", mentre il nodo per l'isola resta la sospensione delle sanzioni

L’Avana ha confermato «trattative in corso» con Washington per «cercare soluzioni, attraverso la via del dialogo, alle differenze» tra i due Paesi. Ad annunciarlo è stato lo stesso presidente cubano, Miguel Díaz-Canel, intervenuto dalla sede del Comitato centrale del Partito comunista, sottolineando la presenza di «fattori internazionali che hanno facilitato lo scambio» tra l’isola e la Casa Bianca.
Cuba affronta «condizioni molto avverse», ha ammesso Díaz-Canel, confermando le «misure emergenziali» annunciate lo scorso 5 febbraio, in quanto «da più di tre mesi non entra un’imbarcazione di combustibile» nell’isola. Interpellato sui continui blackout – che di recente hanno innescato nuove proteste – il leader cubano ha risposto: «La colpa è del blocco energetico che ci è stato imposto».
La conferma delle trattative giunge ore dopo che il ministero degli Esteri cubano ha annunciato il rilascio di 51 prigionieri «in prossimità alle celebrazioni religiose della Settimana Santa». I beneficiari della grazia avrebbero «compiuto una parte significativa della pena» e mantenuto «una buona condotta in prigione». La decisione dell’Avana – si legge nella nota – rientra nei processi di «revisione e scarcerazione delle persone private di libertà» nell’ambito delle «relazioni tra lo Stato Cubano e il Vaticano».
Il governo cubano rivendica le liberazioni come una «prassi abituale», affermando che, dal 2010, 9.905 persone hanno ricevuto un «indulto» e, negli ultimi tre anni, altre 10mila persone sono state «scarcerate» per «differenti benefici». Anche la Santa Sede ha confermato i contatti con l’Avana per il rilascio dei detenuti e lo scorso 28 febbraio papa Leone XIV ha ricevuto personalmente il ministro degli Esteri cubano Bruno Rodríguez Padilla.
In passato, a metà gennaio 2025, Palazzo della Revolución, su richiesta di papa Francesco, ha rilasciato 553 prigionieri (alcuni di loro tornati in cella), in occasione del Giubileo. In risposta l’amministrazione Biden aveva escluso Cuba dall’elenco dei Paesi sponsor del terrorismo. La decisione è stata però revocata da Trump, intento a soffocare l’isola con la sua strategia di «massima pressione», già testata – senza successo – nel suo primo mandato.
Attualmente Cuba affronta la sua peggiore crisi dagli anni Novanta. L’89% della popolazione vive in condizioni di povertà estrema e, negli ultimi tre anni, l’emigrazione ha decimato la popolazione da 11 a 9 milioni di abitanti. Sul fronte energetico il Paese affronta continui blackout, anche di venti ore, che raggiungono oltre la metà del territorio cubano. Secondo alcune fonti i rilasci fanno parte di un «gesto distensivo» nei confronti degli Stati Uniti.
Gianni La Bella, mediatore della Comunità di Sant’Egidio, commenta con Avvenire che la Chiesa universale ha «recepito il dolore del popolo cubano» e cerca «vie di conciliazione», affinché il dialogo preceda «ogni atto di prepotenza». La Bella sottolinea che la «comunità internazionale non può restare indifferenti» ma deve riprendere «gli sforzi già compiuti durante il papato di Francesco, per alleviare le sofferenze di un intero popolo. Qualche giorno fa Usa Today ha parlato di un «cambio di rotta» di Washington verso l’Avana: non più «regime change» né «transizione immediata», ma un focus più «pragmatico», incentrato su accordi per l’eventuale amministrazione di porti, turismo ed energia. In cambio l’Amministrazione Trump potrebbe aprire a una «sospensione parziale» delle sanzioni contro l’isola. Sul tavolo dei negoziati la possibile uscita di Díaz-Canel, ma garantendo la permanenza di membri della famiglia Castro a Cuba. Formula alla “venezuelana”, ma senza interventi rocamboleschi all’orizzonte.
Questa ipotesi sembra più nelle corde di Trump, che anche da imprenditore, nel 1999, ha investito 68mila dollari per «esplorare» eventuali opportunità sull’isola, (sotto la voce «interventi caritatevoli»). Nel 2008 Trump ha registrato il suo marchio a Cuba, con una pratica approvata nel 2010 e scaduta nel 2018. Di qui il protagonismo assunto da Raúl Guillermo Rodríguez, il nipote di Raúl Castro, che offre una prospettiva più «affaristica» alle trattative.
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