Chiara Lubich, resurrezione nella notte del mondo

Nel cuore di una città ferita dalla guerra, Chiara Lubich intravede una via inattesa: scoprire il divino nell’altro e generare “cellule vive” di fraternità capaci di ricreare il tessuto umano e sociale
March 14, 2026
Chiara Lubich, resurrezione nella notte del mondo
Chiara Lubich nel 1949 sulle Dolomiti con le sue prime e primi giovani che l’hanno seguita e hanno condiviso quell’esperienza mistica / ©CSC - Audiovisivi
Da tempo, di fronte a quell’inquietante panorama mondiale che ogni giorno lascia col fiato sospeso, mi torna e ritorna quel «tutto andava alla rovina»… alla ricerca di una luce. Ho ripreso in mano quelle pagine che, mentre parlano di rovina, annunciano una via di resurrezione, non solo personale, ma sociale, globale: “Resurrezione di Roma”. È un articolo rivolto a… tutti, pubblicato su una rivista, “La Via”, diretta da Igino Giordani. La firma: Chiara Lubich. La data ottobre 1949. Lo si coglie subito: quel testo è intriso di luce mistica, altamente spirituale e profondamente umana insieme. Espressa in prima persona, in chiave narrativa, calata nel concreto del vissuto. È un “condensato” della straordinaria esperienza di luce vissuta da Chiara in quei mesi nell’incantevole cornice delle Dolomiti che prenderà il nome di: Paradiso ’49. E prima ancora, della vita rivoluzionaria accesa sei anni prima a Trento. Un patrimonio già sondato da molti studi, ma non cessa di svelare sempre un nuovo. Tento la ricerca scavando in quel vissuto.
Il contesto: nel settembre 1949 Chiara Lubich da quell’esperienza di luce dai monti trentini, scende a Roma. Forte l’impatto con la città degradata, dove ancora aperte erano le ferite morali e sociali inferte dal conflitto. Si rivela sin dalla prima riga: «Se guardo Roma, vedo il mio ideale lontano». Alza gli occhi a Colui che «era sceso per ricomporre la famiglia, a far di tutti uno». Pure lui «aveva visto un mondo come questo e al colmo della sua vita parve travolto, vinto dal male». Per far di tutti uno, l’ideale per cui aveva dato la vita… Vinto dal male… Se guardo a questo nostro oggi: disumanizzazione, genocidio. Rimbalzano sui media. Insopportabili. Cerca di spiegarlo la psicologia: «Prima che le mani si macchino di sangue, la mente ha già cancellato l’umanità dal volto del nemico». Non si vede più l’uomo. Solo ostacoli da eliminare o peggio “animali umani”, “merce” da cui trarre profitto, consumare. «Ogni morte viene assorbita in una narrazione che spegne coscienze e compassione, la rende accettabile, persino necessaria, senza rimorsi». (Gaza: disumanizzazione e genocidio, Nathan Levi, “settimananews”).
Spegne coscienze e compassione. Riprendo il testo. Ancora Chiara ha lo sguardo fisso sull’Uomo-Dio. Mette in luce che nonostante le sue parole di Fuoco e di Verità che bruciavano il frascame delle vanità sotterranti l’Eterno che è nell’uomo e passa fra gli uomini, la gente, molta gente, pur comprendendo, non voleva capire e rimaneva con gli occhi spenti perché l’anima era oscura. Qui il contrasto tra la forza di trasformazione delle sue Parole, e il non voler capire.
Ieri come oggi quel non voler capire, quel non voler vedere quant’è pervasiva l’anestesia dell’anima, del cuore, quell’indifferenza che rende l’altro invisibile, così rimarcati dai Papi. Ritorno alla narrazione. Comincia a profilarsi la svolta. Ancora lo sguardo a Colui che non nominato, è ben evidente: «Guardava il mondo che correva alla rovina, ma non dubitava: riguardava pregando di notte il Cielo lassù ed il Cielo dentro di sé dove la Trinità viveva ed era l’Esser vero, il Tutto concreto. Mentre fuori per le vie camminava la nullità che passa». L’uomo ridotto a nullità. Parole ermetiche che subito mi richiamano quegli uomini morti-in-vita che attraversano il London bridge, protagonisti di una terra devastata per assenza di amore, come scrive Eliot in The Waste Land, il suo capolavoro. Nullità. Lapidario Igino Giordani: «L’io senza Dio è decapitato. Spogliato del divino è lasciato cadavere» (Disumanesimo, 1949). Dunque è l’Essere vero, talmente concreto che salva dalla rovina, dalla disumanizzazione. Non così la sua assenza.
Dal Cielo alla terra. Anche Chiara non vuole staccarsi dall’Eterno, dall’Increato, che è radice al creato e perciò la Vita del tutto, per credere alla vittoria finale della Luce sulle tenebre. La Vita del tutto. L’aveva “vista” dietro a quella splendida natura, lì montagna. La vittoria sulle tenebre. L’aveva ben sperimentata anni prima quando il farsi Dio senza Dio dei totalitarismi aveva portato agli orrori del fratricidio, dei campi di sterminio, sino alla distruzione atomica. E proprio in quel tempo buio era stata investita dalla luce folgorante dell’Amore che è Dio che le aveva fatto gridare: «Noi crediamo all’Amore anche sotto le bombe, anche vicino alla morte». Era scoccata la scintilla ispiratrice di un nuovo che si edificava. In Lui, la forza di trasformazione sociale più radicale.
Poi si rivela la chiave del capovolgimento. Chiara non vuole più guardare Roma. Le si apre un altro sguardo, attraverso la pupilla che è vuoto sull’anima, per il quale passa tutta la luce che è dentro (se lascio viver Dio in me). Lo scavo si fa ardito. «La pupilla che è vuoto sull’anima». Parole che si schiudono nella narrazione di quella profonda esperienza mistica di quei mesi tuttora vivissima. È la pupilla che si apre dalla ferita dell’abbandono di quell’Uomo che è Dio che, per riversare sull’umanità la Vita del Tutto, il divino, arriva a sperimentare nella sua anima, nella sua carne l’inferno della sua assenza, tanto da lanciare quel grido lancinante: Dio mio perché mi hai abbandonato? Tutto assume per trasformare, anche quelle grida che salgono da lì, da Gaza, Sudan, Ucraina, Haiti, Venezuela, Myanmar, Iran e ben oltre. Ha raggiunto ogni uomo sulla terra (GS 22).
Ancora quello sguardo sull’umanità, con l’occhio di Dio che tutto crede perché è Amore e fa vedere e scoprire la stessa Luce negli altri. È quello sguardo capace di «scoprire il divino negli altri», le potenzialità sopite. E suscita reciprocità nell’amore (Gv 13,34).
È quanto si rende esplicito subito dopo: Così prolungo il Cristo in me nel fratello. E compongo una cellula viva e completa del mistico Corpo di Cristocellula viva, focolare di Dio che possiede il Fuoco da comunicare e con esso la Luce. È Dio che fa di due uno, ponendo. Sì a terzo come relazione di essi: Gesù fra noi. Quella presenza promessa dal Risorto a due o più riuniti nel suo nome (Mt 18,20). Sarò sempre con voi, fino alla fine del mondo (Mt 28,20).
La via di Resurrezione. Per ieri e ancor più per oggi. Presenza del Risorto tangibile per la sua luce, pace, forza, che risponde a quella sete di Dio che sta affiorando, per crescere in umanità, proprio grazie a scrittori, registi, attori, giornalisti. E ai loro successi inediti toccando record di vendite di libri, di ascolti, di incassi. È qui quella forza generativa tale che, come scriveva Igino Giordani, dà vita a quelle cellule che «piantate nei punti più consunti del tessuto sociale, vi ricreano la vita». (Le due città) Perché si ricreano relazioni, si ricompongono fratture e ostilità. Oggi quale emergenza.
Da tempo mi ritorna un’intuizione: non sarà che si sta attuando quella profezia di Dostoevskij che riecheggia sui social: «Più buia è la notte, più luminose sono le stelle. Più profondo è il dolore, più vicino è Dio»?
Risuona perciò di grande attualità la consegna lasciata da Chiara: Occorre avere il coraggio di non badare ad altri mezzi o di metterli almeno sottordine. Bisogna far rinascere Dio in noi, tenerlo vivo e traboccarlo sugli altri come fiotti di Vita e resuscitare i morti. E tenerlo vivo fra noi amandoci (e per amarsi non occorre strepito: l’amore è morte a noi – e la morte è silenzio e vita in Dio – e Dio è silenzio che parla. Allora tutto si rivoluziona: politica ed arte, scuola e religione, vita privata e divertimento. Tutto.

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