A Beirut tra i fantasmi del quartiere controllato dai miliziani di Hezbollah
di Lucia Capuzzi, inviata a Beirut
Alla periferia della capitale libanese il tempo si è fermato dopo i bombardamenti israeliani. La nostra inviata ha visitato la roccaforte di Dahiyeh

Negli stendini sui balconi ci sono ancora i panni stesi. I proprietari non si sono fermati a raccoglierli nella grande fuga. La serranda del bar “Chez moi” è rimasta aperta, fuori dal chiosco “Mio Roma” c’è una valigia sfondata. È accaduto dodici giorni fa. Ma a Dahiyeh il tempo s’è fatto immobile. O, forse, è trascorsa un’intera era. Il sovraffollato e chiassoso sobborgo sciita nella Beirut del sud è svanito di colpo insieme ai razzi lanciati da Hezbollah sul nord di Israele nella notte tra il 1° e il 2 marzo. Buona parte dei circa mezzo milione di abitanti – ma non ci sono statistiche aggiornate – era ancora sveglia dopo l’Iftar, il pasto al calar del sole che interrompe il digiuno del Ramadan. Per due ore ha atteso, attonita, la reazione di Tel Aviv. Arrivata, implacabile, con gli ordini di evacuazione e i bombardamenti a tappeto sui bastioni dei miliziani: il sud del Libano e, ovviamente, Dahiyeh. Non è la prima volta. Anche i giovani – l’età media della popolazione è 29 anni –, hanno già vissuto almeno altre due guerre, nel 2006 e nel 2024. Nessuna, però, aveva colpito tanto nel profondo lo sterminato quartiere. Lo si respira insieme all’aria acre quando si oltrepassa il ponte per imboccare Hadath, la cintura d’asfalto all’entrata. Qua e là colonne di fumo nero. I resti degli edifici continuano a bruciare undici ore dopo l’ultimo raid. Man mano che ci si addentra nelle strade deserte, le macerie dei precedenti conflitti sono risucchiate dalle distruzioni di quello attuale. I palazzi scarnificati esibiscono viscere di mattoni. I loro frammenti, scagliati ad ogni esplosione, feriscono gli isolati intorno. Nel paesaggio in rovina quasi non si nota più il cratere in cui una bomba israeliana ha fatto sprofondare il quartier generale di Hassan Nasrallah insieme al suo inquilino, il 27 settembre 2024. L’assenza è onnipresente. Nel silenzio angosciante, il ronzio costante del drone di sorveglianza si fa frastuono. «I miei genitori non volevano andarsene. E nemmeno i miei nonni. Siamo riusciti a convincerli appena prima che un ordigno sgretolasse il nostro condominio come un castello si sabbia», racconta Ali, 25 anni. Ormai nessuno è rimasto. O quasi. C’è qualche decina di tossicodipendenti e disabili psichici che si aggira confusa e eccitata. E, soprattutto, ci sono le vedette di Hezbollah. Gli stranieri di norma non sono ammessi. Le condizioni per lo strappo alla regola sono inderogabili: niente foto, niente video, niente “tour”, solo un’occhiata fugace, poi via.
I miliziani sono nervosi. Israele appare indecisa ad andare avanti nonostante gli appelli alla de-escalation: proprio ieri il segretario generale dell’Onu, António Guterres, è giunto a Beirut per una missione di «solidarietà con il popolo libanese, trascinato in una guerra che non ha scelto». Il ministro israeliano della Difesa, Israel Katz, ha minacciato il Paese di «crescenti perdite territoriali e danni ingenti alle infrastrutture nazionali» fino al disarmo dell’organizzazione pro-Teheran. All’alba, un ordigno ha centrato il quarto piano di un edificio lungo Rue 60, via a maggioranza sciita del quartiere armeno di Burj Hammud, per «eliminare un terrorista e diverse infrastrutture belliche», secondo lo stringato comunicato delle forze armate di Tel Aviv. Non si sa di chi si trattasse: gli ulteriori dettagli annunciati non sono mai arrivati. A Jinah, 17 anni, non interessa: la sua urgenza è trovare ospitalità per la notte. Il condominio è sotto evacuazione, l’acqua e la luce sono saltati e non si sa quando le ripareranno, i vetri sono in frantumi e la madre, Fatoun, 45 anni, trema. Infagottata in una felpa di pile sopra il pigiama, la donna fuma nervosamente il narghilé. «Non avevano mai attaccato qui – dice –. Non possiamo restare e non abbiamo un posto dove andare». La gente di Beirut diventa ogni giorno più sospettosa nei confronti degli sfollati, che ormai sfiorano quota un milione in tutto il Paese secondo l’Organizzazione internazionale delle migrazioni mentre le vittime sono 773, fra cui un centinaio di bambini. Specie se i profughi appartengono alla comunità sciita. Teme che fra loro si infiltrino truppe di Hezbollah, reali o presunte.
Aerei israeliani hanno sorvolato ieri a bassa quota la capitale per lanciare una pioggia di volantini rivolti in arabo ai «cari cittadini libanesi» per invitarli a «contribuire a neutralizzare il gruppo armato, al soldo dell’Iran». Il messaggio termina con un qrcode attraverso cui «mettersi in contatto» con l’Unità 504 dell’intelligence militare e «partecipare allo sforzo» contro Hezbollah. La denuncia di eventuali sospetti è il modo più semplice. E più rischioso per l’equilibrio interno precario del Paese dei cedri. Già la tensione fra le sue differenti componenti è palpabile molto più che durante la guerra del 2024.
«Non mi dispiace per i rifugiati. Hanno ciò che si meritano. Hanno consentito di sopravvivere a Hezbollah che ci ha fatto precipitare nell’abisso di un nuovo conflitto». L’opinione di Alan, meccanico 41enne, è diffusa ad Ain el-Remmaneh, quartiere cristiano a ridosso di Dahiyeh. Si potrebbe dire che Beirut è una città spezzata. E, in parte, è così. C’è la parte meridionale, campo di battaglia tra la milizia filoiraniana e Israele. E il nord che, nonostante l’ostinazione, fatica a mantenere una forzata normalità. La capitale libanese è, però, in realtà, un reticolato di frontiere invisibili e, al contempo marcate, dai diversi simboli politici e religiosi. Il conflitto sbuca ad ogni angolo. «Vivere – conclude Jossie – è diventata una roulette russa».
© riproduzione riservata

© RIPRODUZIONE RISERVATA
Temi






