Addio ad Habermas, araldo della modernità incompiuta
Filosofo della postmetafisica e del discorso democratico, è scomparso a 96 anni. Celebre il dibattito su ragione e fede con Ratzinger

«Dunque i laici non devono escludere a priori di poter scoprire contenuti semantici dentro i contributi religiosi; a volte possono addirittura trovarvi idee già da loro intuite e, fino a quel momento, non del tutto esplicitate. Tali contenuti possono essere utilmente tradotti sul piano dell’argomentazione pubblica». Già in queste parole scritte nel tardo Verbalizzare il sacro (Laterza) echeggia il progetto che da sempre ha animato il pensiero di Jürgen Habermas. Il filosofo, scomparso oggi a 96 anni a Starnberg, nel sud della Germania, aspirava a portare a compimento quanto promesso dalla modernità laica fin dalle sue origini traducendo il sacro nel linguaggio secolare e lasciandosi alle spalle ogni orizzonte metafisico, come si vede anche nel dibattito sul rapporto tra ragione e fede intrapreso nel 2004 con l’allora cardinale Joseph Ratzinger a Monaco presso la Katholische Akademie in Bayern.
Non si può dire che con Habermas scompaia l’ultimo testimone e maestro del Novecento. L’anagrafe, classe 1929, gli schiude solo i due terzi finali del Secolo breve. Gli risparmia la Grande Guerra e di trovarsi in prima linea nella Seconda. Eppure da quel Novecento ha appreso il gusto per l’engagement e gli j’accuse sulla stampa. Bastino ricordare le polemiche con Joachim Fest, che l’aveva accusato nelle memorie di aver aderito alla Hitlerjugend, le accuse di eugenismo a Peter Sloterdijk o quelle a Wolfgang Streeck per aver criticato l’UE. E come dimenticare l’appoggio alle guerre umanitarie in ossequio ai diritti dell’uomo, dai bombardamenti su Belgrado nel 1999 alle invasioni del Medio Oriente dopo l’11 settembre del 2001. Se a Habermas è sfuggito il Novecento nella sua completezza, di certo non è sfuggita la modernità di cui è forse l’ultimo degli araldi. Lo prova l’imponente storia della filosofia pubblicata, novantenne, nel 2019. Auch eine Geshichte der Philosophie (Suhrkamp) non è una piatta ricostruzione della storia del pensiero filosofico, ma la proposta di una filosofia per tempi postmetafisici e per un uomo moderno orfano della trascendenza.
Per il filosofo di Düsseldorf la modernità non è finita né conclusa. Essa è, come testimonia quel manifesto del pensiero postmetafisico intitolato Il discorso filosofico della modernità (Laterza), solo incompiuta. Dimentico dell’eredità consegnata dalla Scuola di Francoforte, alla cui ispirazione deve comunque il suo Storia e critica dell’opinione pubblica (1962), Jürgen Habermas ha investito le sue risorse teoretiche nello sforzo di perfezionare quella modernità illuministica rimasta incompiuta. In tempi in cui l’uomo non riconosce più l’intreccio indissolubile di bello, bene e giusto nel cuore dell’Essere, per il pensatore tedesco, non ci sarebbe altro da fare. Ne danno conferma le due opere più impegnative, Teoria dell’agire comunicativo (il Mulino), risalente al 1981, e Fatti e norme. Contributi a una teoria discorsiva del diritto e della democrazia (Guerini e associati), di un decennio più tardo.
Habermas sa bene che è difficile recuperare interamente il ruolo della ragione teorizzato dall’Illuminismo. Il suo esito totalitario, denunciato da Theodor Adorno e Max Horkheimer, lo rende impossibile. Occorre pertanto ricorrere a una razionalità a basso profilo, di tipo procedurale e non sostanziale, orgogliosa però dell’impossibilità di elevarsi all’altezza dell’Essere. Una ragione comunicativa e argomentativa, solo frangiflutti al dilagare di una ragione strumentale pronta a colonizzare i mondi della vita. «Il concetto di agire comunicativo - scrive Habermas nella sua summa - si riferisce all’interazione di almeno due soggetti capaci di linguaggio e azione che (con mezzi verbali o extraverbali) stabiliscono una relazione interpersonale. Gli attori cercano un’intesa per coordinare di comune accordo i propri piani di azione e il proprio agire».
Per il filosofo dell’Etica del discorso (Laterza), attingendo alle risorse morali della comunicazione umana sarebbe possibile stabilire un impianto normativo condiviso che consentirebbe agli uomini di regolare la propria convivenza. Il passo ormai verso l’intreccio di questioni morali, giuridiche e politiche è davvero breve. Se dall’impianto normativo condiviso nasce quello che Habermas, negli anni Novanta, definisce “patriottismo costituzionale” ovvero un patriottismo fondato sulla lealtà ai principi politici universalistici della libertà incorporati nella leggi fondamentali degli Stati, allo stesso impianto si aggrappa anche la riflessione sulla democrazia deliberativa e procedurale al centro di Fatti e norme. «Il senso del voto democratico non è quello di fotografare la gamma delle opinioni quali si manifestano allo stato brado - sostiene Habermas in un'intervista -, bensì di riflettere il risultato di un processo pubblico di formazione dell’opinione. Il voto espresso nella cabina elettorale acquista il peso istituzionale di una compartecipazione democratica solo in relazione a opinioni articolate pubblicamente, formatesi attraverso la comunicazione e lo scambio di informazioni, motivazioni e posizioni pertinenti ai singoli temi».
Ma la strategia argomentativa, proposta a compimento del processo emancipatore della modernità, funziona ancora nel XXI? È all’altezza degli inediti problemi etici dovuti alla diffusione dell’intelligenza artificiale e agli interventi spesso arbitrari sulla struttura genetica del vivente? Sono domande che attraversano Auch eine Geshichte der Philosophie, rimanendo però senza risposta. E non casualmente. In tempi orfani dell’Essere vacilla l’uso della ragione argomentativa ma anche l’utilizzazione delle “riserve semantiche” della religione per promuovere concezioni procedurali, pubbliche e verificabili per accostarsi ai valori, a cui Jürgen Habermas ha dedicato tutta la vita, non basta più.
© RIPRODUZIONE RISERVATA
Temi






