Contro amnesie e rassegnazione l'unica terapia
è il bene

La colpa collettiva è il male del nostro secolo perché apre la strada a tutte le colpevolizzazioni. Per questo dobbiamo ricostruire giorno per giorno, nelle nostre relazioni, l’idea di una comune umanità
January 28, 2026
Contro amnesie e rassegnazione l'unica terapia
è il bene
Gabriele Nissim, fondatore e presidente della "Fondazione Gariwo", con il direttore di "Avvenire" Marco Girardo e alcuni giornalisti del quotidiano durante l'incontro al "Giardino dei Giusti" di Milano/ FOTOGRAMMA
C’è qualche cosa che è andato storto nelle celebrazioni della memoria della Shoah: non la denuncia delle responsabilità, non l’enorme documentazione, non il ricordo dei testimoni, non il monito morale a cui ci richiama questa giornata, ma una idea che si è persa nel difficile tempo di oggi e che ci fa respirare rassegnazione e pessimismo. È la convinzione di cui argomentò Victor Frankl – l’inventore della logoterapia – sopravvissuto ad Auschwitz dopo la morte della sua intera famiglia: la moglie, il fratello e i genitori. Secondo Frankl l’antidoto nei confronti del male estremo è sempre l’aspirazione al Bene e al significato della vita. È sempre il sogno dell’altra possibilità, di un’utopia possibile che non solo permette di resistere, ma anche di guardare al futuro e di tenere viva una memoria che oggi sembra trasmettere, invece, l’idea della sconfitta. Secondo Frankl, ad Auschwitz resisteva di più chi aveva una fede, continuava ad amare gli altri. Frankl affermava anche che coloro che erano morti avendo fiducia nell’uomo erano riusciti a sconfiggere Hitler e proprio a loro avremmo dovuto mostrare gratitudine. I combattenti della rivolta del ghetto di Varsavia non pensavano di vincere Hitler andando verso una morte certa. Lo stesso vale anche per i primi dissidenti russi che protestarono nella Piazza Rossa nel 1968 dopo l’invasione di Praga, sapendo di essere arrestati; come così chi si oppone oggi in Iran al regime teocratico. È l’idea di un bene futuro la molla che in ogni tempo e in ogni condizione permette agli uomini di salvaguardare la loro dignità, anche se non ne vedono i risultati immediati.
Questo sogno di un mondo libero e democratico, senza guerre e genocidi, dopo la Seconda guerra mondiale aveva portato alla creazione delle Nazioni Unite e aveva unito le forze migliori in Europa nella ricostruzione. Oggi questa aspirazione sembra essersi perduta e, di fronte alle guerre, ai nazionalismi, ai nuovi massacri, non siamo più capaci di immaginare il futuro. Di fronte agli autocrati e ai malvagi agiamo solo di rimessa, come se il destino di vittime fosse ineluttabile, e non siamo in grado con i nostri comportamenti di fare argine all’odio. È sempre l’idea del significato profondo della vita che ci permette di superare tutte le difficoltà e persino la paura, come capitò ad Armin Wegner, quando nel 1933 a Berlino scrisse la sua lettera di protesta ad Hitler che gli costò la prigionia in un lager. Aveva così fede nella sua folle idea di fermare Hitler con un monito morale, che era convinto che la provvidenza lo avrebbe aiutato. Non era ingenuità, ma l’aspirazione ad un futuro diverso che in quei tempi era assolutamente improbabile.
Proprio come hanno fatto i Giusti del passato, anche oggi, con i nostri atti individuali, possiamo ricostruire nella quotidianità una nuova idea di futuro. La prima sfida è quella di fare argine al meccanismo della colpa collettiva, esasperata dai nuovi nazionalismi. Quando giustamente si ricorda il nuovo insorgere dell’antisemitismo è necessario capire l’origine del fenomeno. Oggi accade una cosa assurda: gli ebrei della diaspora che non c’entrano niente, sono colpevolizzati per Gaza come se fossero la quinta colonna di Netanyahu. Il meccanismo della colpevolizzazione generica, senza mai definire le responsabilità, è entrato nel linguaggio della politica. Lo usa ogni giorno Trump, che colpevolizza gli immigranti in toto come responsabili della delinquenza negli Stati Uniti. Diventa quindi lecito uccidere a Minneapolis perché dietro ogni persona che protesta si può nascondere un delinquente. Questo meccanismo è stato usato anche da Putin per giustificare l’invasione dell’Ucraina, sostenendo che il Paese era nelle mani dei nazisti. Ma lo ha usato anche Netanyahu a Gaza, quando ha giustificato le stragi sostenendo che tutti i palestinesi fossero complici in vario modo del terrorismo di Hamas. La colpa collettiva, dunque, è il male del nostro secolo perché apre la strada a tutte le colpevolizzazioni. Per questo dobbiamo ricostruire giorno per giorno, nelle nostre relazioni, l’idea di una comune umanità. L’antisemitismo, come ogni pregiudizio, non si vince solo denunciandolo come si fa in queste ore, ma anche con una idea di futuro cosmopolita. Servirebbe rilanciare l’idea dell’unità europea e il sogno delle Nazioni Unite, che oggi sono state totalmente messe in discussione. È una battaglia che riguarda tutti: non le istituzioni ma soprattutto i cittadini. Ognuno di noi può usare un linguaggio gentile e comprensivo anche sui social e fare, così, da argine alla politica quando usa la carta dell’odio per creare il consenso.
Con questa consapevolezza possiamo diventare nuovi costruttori di democrazia, persino in questo clima politico in cui si è perso il gusto del dialogo e dell’ascolto dell’altro. La politica di oggi mi ricorda una frase di Lenin, che diceva che in un dibattito la cosa importante è vincere e distruggere l’avversario, non avere ragione. Seguendo questa direzione, la democrazia politica è diventata lo scontro tra nemici e non, come scriveva lo storico-filosofo Zvetan Todorov, il luogo dove persone diverse si mettono assieme per cercare il giusto e il vero, con la consapevolezza che nessuno è depositario della verità, alla quale ci si può arrivare soltanto attraverso il dialogo e la comprensione reciproca. È questo il messaggio di speranza che cerchiamo di proporre con i Giardini dei Giusti. I Giusti senza un sogno nel futuro non si sarebbero mai messi in gioco.

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