Lakhous: «Osservo l'Algeria attraverso Sciascia»

L’autore bilingue (arabo-italiano) nel suo giallo appena uscito racconta un mistero dai toni politici che spiega alcuni intrighi di potere e di corruzione
January 29, 2026
Lakhous: «Osservo l'Algeria attraverso Sciascia»
Il mercato nell’antica casba di Algeri / Ansa
Un macabro delitto, che avviene in un giorno-simbolo per l’Algeria: quello della festa dell’indipendenza. Un cadavere “eccellente”, a cui è stato mutilato il naso, proprio come avveniva con i traditori al tempo della lotta per la liberazione dal giogo coloniale francese. Il mistero acquista toni politici, si scava nel torbido, tra gli intrighi del potere e il fango della corruzione, che hanno segnato gli ultimi decenni della storia di questo Paese. È il nuovo romanzo-giallo La fertilità del male (Edizioni e/o, pagine 240, euro19,00) di Amara Lakhous, autore algerino bilingue (arabo-italiano), che ha vissuto e scritto a lungo nel nostro Paese, prima di trasferirsi negli Usa, dove insegna nel Dipartimento di Italiano dell’Università di Yale. «Come per i gialli di Leonardo Sciascia - spiega Lakhous, che dello scrittore siciliano è grande conoscitore e ammiratore -, anche nel mio romanzo sappiamo chi è il colpevole, ma non necessariamente chi sono i mandanti. Niente è bianco o nero, non ci sono regole né limiti». Ci sono però molti conti in sospeso. Il romanzo esplora tutte le pieghe più oscure dell’Algeria contemporanea e tutte le sfumature dell’umano, attraverso personaggi ambigui e contraddittori, tra segreti e nefandezze. Il tutto sotteso da un doloroso senso di perdita e tradimento, anche degli ideali alti della rivoluzione e della memoria.
Dalla lotta per l’indipendenza al “decennio buio” del terrorismo negli anni Novanta, sino ai giorni nostri: nel suo libro, le storie personali si intrecciano con la storia del Paese. Si respira una certa disillusione. Perché?
«Non abbiamo fatto i conti con il passato e siamo condannati in qualche modo a tornare a riviverlo, a rifare gli stessi errori, a lamentarci delle stesse cose. È il peso della storia sul presente. È il passato che non passa mai, per l’appunto. Siamo dentro al presente come in un déjà vu. Abbiamo già visto e sappiamo come andrà a finire».
Lei scrive che «a volte la memoria è una ferita aperta: la tocchi con un dito e il dolore si fa più forte, la cura più lunga». Perché l’Algeria non riesce a rielaborare i lutti e i traumi del passato e a voltare pagina?
«Le nazioni sono come gli individui che a volte hanno bisogno dello psicologo per risolvere i nodi irrisolti. Anche le nazioni hanno dei blocchi. Quando non si affrontano le ferite della memoria è difficile andare avanti. Per questo credo che gli scrittori possano avere un ruolo fondamentale: sono gli psicologi delle nazioni. Con intelligenza e profondità si possono creare ponti, cucire tagli, curare fratture. Senza passato non si può capire il tempo in cui viviamo. Lo scrittore ha questo ruolo di riconciliare le memorie».
Lo Stato algerino, però, ha imposto una sorta di colpo di spugna sul “decennio nero” per impedire la ricerca delle responsabilità individuali. Questo è un po’ anche il tema trasversale del suo romanzo.
«In realtà, tanti di noi hanno scritto e parlato molto di quegli anni. Anzi, bisogna assolutamente continuare a farlo. È vero, però, che oggi c’è una sorta di rimozione collettiva, e questo avviene anche perché si continua a intimidire la gente, gli artisti, gli scrittori… Oggi ci troviamo di fronte a un sistema fallito dove non c’è mai stato un vero cambiamento. E la situazione geopolitica attuale non aiuta certo a produrlo».
Nel suo libro si ricorda anche l’assassinio del vescovo di Orano Pierre Claverie, il 1° agosto 1996. Pure sulla sua morte, così come su quella degli altri 19 martiri cristiani e di migliaia di algerini, non si è mai arrivati a stabilire la verità, né a fare giustizia…
«Purtroppo è così, nella realtà come nel romanzo. E in questo mi ritrovo molto con Sciascia, come dicevamo. Forse sappiamo chi sono i colpevoli, ma non conosciamo necessariamente la verità sui mandanti».
Anche il comandante dell’unità antiterrorismo, che fa di tutto per scoprire i responsabili degli omicidi, alla fine deve arrendersi alla “versione ufficiale” e all’insabbiamento dell’inchiesta. La fertilità del male, come dice il titolo del libro, ha dunque il sopravvento?
«Temo di sì. Sono pessimista? Forse. Ma continuo a scrivere. E questo, per me, è già un atto di ottimismo».
Nel suo romanzo appaiono alcune figure di donne forti ma contraddittorie, vittime e allo stesso tempo carnefici. Alcune di loro appaiono intrappolate tra paura, silenzio e talvolta violenza. Perché?
«La donna angelicata non esiste. È un’immagine distorta e per molti versi paternalistica. Le donne non sono figure ideali e riducibili a certi cliché, ma esseri umani che talvolta subiscono violenza, ma hanno anche la forza di reagire».
Lei scrive che «i terroristi uccidono ogni giorno qualcosa di prezioso nell’animo della gente: le speranze, o il coraggio, o i sogni». È ancora così?
«È quello che ho vissuto personalmente. Ho dovuto lasciare il mio Paese, dove lavoravo come giornalista in una radio e ho vissuto per ben nove anni in esilio».
Oggi però non è più il terrorismo a uccidere i sogni dei giovani algerini, ma la mancanza di prospettive…
«In questi anni molti giovani si spengono come candele, una morte lenta, a rate. Nel libro mi chiedo se gli algerini siano ancora contenti di vivere nel loro Paese indipendente. Molti provano a emigrare, mettendo a rischio la vita sui barconi della morte, magari per andare proprio in Francia. I loro genitori e nonni hanno combattuto con coraggio e orgoglio per liberare il Paese dall’arroganza coloniale. È stata “la meglio gioventù” dell’Algeria, che si è sacrificata per dare libertà e indipendenza ad altri algerini. Oggi c’è disillusione e frustrazione. E così molti sognano solo di andarsene».
Anche lei se n’è andato, ma ha mantenuto un legame forte con il suo Paese. Dall’Algeria all’Italia e ora in America, come è cambiato lo sguardo sul suo Paese di origine? E anche il suo modo di scrivere?
«Vivere più della metà della vita fuori dal mio Paese è un’esperienza importante su tutti i piani, personale, intellettuale e anche della scrittura. È come avere più occhi per guardare la realtà. In questo romanzo ho guardato l’Algeria attraverso lo specchio dell’Italia, sia da un punto di vista letterario, attraverso ad esempio lo sguardo di Sciascia, sia riflettendo e confrontando varie esperienze, come gli anni di Piombo, gli scandali dei depistaggi, la strategia della tensione. Sono tutte chiavi che mi hanno aiutato a rileggere quello che è successo in Algeria. Ma anche a guardare al Mediterraneo come a uno spazio in cui le storie superano spesso i confini geografici delle nazioni».

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