Chi sono oggi maestri dell'Occidente?
Dal rimpianto dei grandi intellettuali alla proliferazione di nuove genealogie della mente: la crisi europea come conflitto tra canoni, non come silenzio delle idee

“Una volta c’erano tra noi i Maestri”, scrive Aldo Schiavone in un accorato pamphlet teso a risvegliare e scuotere il Vecchio Continente (mai definizione fu più adatta), sebbene l’analisi sia venata in profondità di nostalgia e pessimismo. Come recita il titolo, per l’autorevole storico, siamo Occidente senza pensiero (il Mulino, pagine 148, euro 15,00). Ci scopriamo privi di risorse intellettuali perché la grande epoca dell’Europa sembra tramontata nell’era dell’intelligenza artificiale e della globalizzazione liberista percepita come senza alternative, in cui le disuguaglianze si fanno acute ed erodono la fiducia nella democrazia rappresentativa, rilanciando tentazioni populiste e autoritarie.
Difficile non condividere l’auspicio generale di una primavera della riflessione e dell’apparire di menti ispirate in decenni aridi. E sarebbe banale contrapporre la circostanza che ogni generazione tende a farsi laudatrice dei tempi passati, vera età dell’oro, quando vede inevitabilmente declinare la propria stagione. Bisognerebbe forse ragionare nel merito, come ha cominciato a fare utilmente Schiavone, resistendo tuttavia al rimpianto per ciò che è stato senza un vaglio critico. Se il nostro presente è così bisognoso di aggiustamenti, non si può nemmeno considerare quello che ci lasciamo alle spalle come il migliore dei mondi possibili.
L’autore riconosce che il progresso materiale e sociale (in termini di diritti, per esempio) non è mai stato così avanzato su scala globale. D’altra parte, lamenta che nel motore delle rivoluzioni economiche e politiche, l’Occidente appunto, oggi si affermi un modello ultracapitalistico che, in assenza di contrappesi e lasciato quindi solo alla sua logica interna, piega in forme inique la distribuzione della ricchezza e utilizza le tecnologie sempre più efficienti e pervasive per una corsa cieca verso un futuro che si profila proficuo per una minoranza e minaccioso per tutti gli altri.
Quali sono dunque i Maestri che ci mancano in questo frangente? Colpisce che i primi quattro nomi di elevate figure di cui dovremmo sentire la mancanza (a p. 17) siano Gilles Deleuze, Michel Foucault, Jacques Lacan e Louis Althusser. Si tratta di pensatori, soprattutto i primi due, che hanno certamente avuto, e continuano in parte ad avere, un forte impatto in ambito accademico e un’influenza nel clima culturale. Quando volessimo provare a sintetizzare stringatamente il loro contributo, dovremmo però dire che sono stati alfieri di una critica corrosiva di quella Repubblica delle lettere europea degli ultimi duecento anni di cui Schiavone fa l’elogio sconsolato.
Non è esagerato dire che Foucault in particolare sia uno dei principali riferimenti indiretti dello stesso movimento woke aspramente criticato da Schiavone stesso. Il metodo genealogico e il disvelamento delle dinamiche profonde del potere in ogni dimensione dell’esistenza promossi dal filosofo francese hanno contribuito a rendere macchiato e sospetto il trionfo della cultura occidentale, segnato nel profondo da ingiustizie inemendabili. Ciò non significa sminuire il contributo dell’autore di Le parole e le cose, bensì farvi i conti in modo esplicito. Quanto a Deleuze e Lacan, sono probabilmente esempi paradigmatici di uno stile di pensiero volutamente difficile, iniziatico ed ellittico, dalla indubbia fascinazione, che ha poi generato una reazione contraria verso la chiarezza, il rigore e l’ancoraggio ai dati sperimentali tipici della filosofia analitica e delle scienze sociali di stampo anglo-sassone, di cui spesso si denuncia l’attuale egemonia.
Schiavone, va detto, richiama numerose altre eminenti personalità continentali, anche di diverso profilo. Quello che può essere utile è comprendere come costruire un più allargato libro d’onore della conoscenza occidentale. Un tentativo recente e affascinante viene da Peter Burke che ha indagato Il genio universale (Hoepli, pp. 308), in inglese The Polymath. Chi sono gli studiosi enciclopedici che dal Rinascimento a oggi hanno plasmato le idee all’interno dei confini considerati dallo stesso Schiavone? Lo storico di Cambridge si è arrischiato a farne una lista di 500, che va da Filippo Brunelleschi (nato nel 1377) al paleontologo Stephen Jay Gould, scomparso nel 2002. Si tratta di personaggi che si caratterizzano non tanto o non solo per il loro impatto pubblico, bensì per la loro capacità di frequentare a livello d’eccellenza diverse branche del sapere.
Colpisce la scelta fatta da Burke dei sei “mostri di cultura” del XX secolo. Si tratta di Pavel Florenskij, sacerdote ortodosso e “Leonardo Da Vinci sconosciuto della Russia”; Michael Polanyi, chimico e filosofo di origine ungherese ma attivo in Germania e Inghilterra; Joseph Needham, biochimico britannico che ha dedicato la sua vita alla storia della scienza cinese; Gregory Bateson, “nomade intellettuale”, dalla zoologia alla psichiatria, padre dell’“ecologia della mente”; Herbert Simon, economista comportamentale americano, premio Nobel di eccezionale apertura interdisciplinare; Michel de Certeau, gesuita francese, storico a suo agio in ben nove discipline, dalla teologia alla psicoanalisi. Tutti maschi, ma nel volume non si trascurano le “donne universali”.
Nessuno dei sei viene citato da Schiavone. E proprio de Certeau è autore di L’invenzione del quotidiano (1980), un saggio che si potrebbe per certi versi definire, in stile deleuziano, “l’anti-Foucault”. Il mondo quotidiano è infatti descritto non come pura routine e passività. Esso rappresenta invece un luogo in cui le persone comuni producono significato, reinventando ciò che ricevono dall’alto. La società e le istituzioni operano attraverso strategie, forme di organizzazione e controllo che dispongono di un “luogo proprio”. Gli individui rispondono con tattiche: modi di fare flessibili e opportunistici che sfruttano occasioni, deviazioni e pieghe del sistema. In questo senso, anche ciò che appare semplice consumo è in realtà una pratica creativa.
In quarant’anni forse persino il quotidiano è mutato secondo le coordinate descritte da Schiavone. Eppure, ci sono ancora intellettuali che contrastano il Potere e le sue pratiche. Saranno gli storici dei prossimi decenni a dirci quali hanno meritato un posto nel Canone. In Francia, oggi vengono in mente, tra i tanti nomi, l’economista Thomas Piketty, influente nel descrivere e denunciare le crescenti diseguaglianze, o il sociologo Didier Eribon, acuto lettore delle relazioni interpersonali nella società postmoderna.
A fianco di pensatori dal pedigree consolidato e dispensatori di grandi diagnosi del presente quali Jürgen Habermas e Peter Sloterdijk, vi sono intellettuali di diverso orientamento e diversa fama come il versatile e polemico Slavoj Žižek, il cattolico Adrian Pabst o i giovani “riformatori” Rutger Bregman e William MacAskill. Inoltre, celebrati scrittori indagano con la narrativa i grandi nodi dell’oggi e gli scenari del futuro – esistenziali e collettivi – segnando il panorama contemporaneo. Un elenco del tutto personale può comprendere Michel Houellebecq, Ian McEwan, Javier Cercas, Olga Tokarczuk, Karl Ove Knausgård, Svetlana Alexievich, Kazuo Ishiguro e Jon Fosse.
E se i Maestri sono assenti o nell’ombra (tesi che resta discutibile), accademici o intellettuali continuano ad avere influenza dietro le quinte. È vero, infatti, che prevale un clima anti-intellettuale, che svaluta la cultura e il sapere come forme di realizzazione umana per renderli semplici strumenti per il miglioramento delle condizioni materiali dell’esistenza. Tuttavia, è ingenuo pensare che dietro politiche apparentemente di puro pragmatismo come quella trumpiana manchi un’elaborazione teorica. Lo indica un interessante libro appena pubblicato dalla studiosa americana Laura K. Field. In Furious Minds (Princeton University Press), si sostiene che la nuova destra MAGA non è solo populismo pratico e spesso incoerente, ma un vero movimento post-liberale, fatto di una rete di pensatori, riviste e think tank. Tale network usa MAGA per affermare un progetto di rifondazione morale e istituzionale, inquadrato in un contesto di emergenza antropologica, contrapposto all’universalismo, all’individualismo e al pluralismo. Quattro nomi sono posti tra gli ideologi di questa tendenza, che ha forti richiami cristiani: Patrick Deneen, Adrian Vermeule, Yoram Hazony e Michael Anton. Non saranno Maestri (e il tempo dirà comunque se buoni o cattivi), eppure richiamano alla consapevolezza che non viviamo in un “Occidente senza pensiero”. Piuttosto, ci serve probabilmente un pensiero che sia adatto alla difesa della dignità e del benessere di ciascuno, nessuno escluso.
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