«A Minneapolis i nostri fratelli migranti si nascondono in chiesa»
Parla l'arcivescovo Hebda: «Molti temono di essere trattenuti dagli agenti dell'Ice e non escono di casa. È la paura che incide sui gesti della vita quotidiana: ricevo fotografie di parrocchiani che distribuiscono aiuti, di chi accompagna i bimbi stranieri a scuola o alle visite mediche. Anche la partecipazione alla Messa è diminuita»

«Le immagini degli arresti e delle violenze hanno spinto molte famiglie migranti a chiudersi in casa». Così l’arcivescovo Bernard A. Hebda descrive le conseguenze delle recenti operazioni federali sull’immigrazione a Minneapolis, dove l’uccisione di Alex Pretti e di Renee Good ha reso ancora più teso il clima in Minnesota.
La morte di Pretti ha avuto un forte impatto sull’opinione pubblica. Che cosa ha significato per la sua Arcidiocesi?
Sono giorni davvero difficili, in particolare nella città di Minneapolis. Ho visto l’attività dell’Ice anche nei pressi della nostra curia a Saint Paul, ma le morti di Renee Good e Alex Pretti, così come il ferimento non mortale di Julio Cesar Sosa-Celis, sono avvenute tutte a Minneapolis, appena oltre il fiume Mississippi rispetto a Saint Paul. La maggior parte degli scontri violenti tra agenti federali e manifestanti si è verificata lì, perché è dove si trova l’edificio federale.
Quali conseguenze immediate state riscontrando nella vita delle famiglie migranti?
Le immagini e i racconti degli arresti e delle detenzioni, insieme alla violenza nelle nostre strade, hanno spinto molti dei nostri fratelli e sorelle migranti, sia con documenti sia senza, a nascondersi. Molti temono di essere trattenuti e quindi non escono di casa per andare al lavoro, a visite mediche, a fare la spesa o persino per ricevere assistenza spirituale. È una paura che incide sui gesti più ordinari della vita quotidiana.
Questa situazione si riflette anche nella vita delle parrocchie?
La partecipazione alla Messa nelle nostre parrocchie che servono le popolazioni latine è drasticamente diminuita. Molti genitori temono che possa accadere qualcosa mentre i loro figli sono a scuola e per questo li tengono a casa. È una sofferenza reale, che attraversa famiglie, scuole e comunità ecclesiali.
Accanto alla paura emergono anche gesti di solidarietà?
Vediamo brillare la luce di Cristo nelle attività di quanti stanno aiutando i nostri fratelli e sorelle migranti, cattolici e non cattolici. Il mio staff lavora instancabilmente per informare i parrocchiani sui loro diritti e per incoraggiare iniziative parrocchiali volte a fornire cibo e pannolini alle famiglie bisognose, spesso in collaborazione con organizzazioni della comunità. Ogni giorno ricevo fotografie di parrocchiani che comprano e consegnano generi alimentari a famiglie troppo impaurite per uscire di casa, di vicini che accompagnano i bambini a scuola, di sacerdoti e diaconi che coordinano la distribuzione della Comunione o il sostegno spirituale a chi è confinato in casa o detenuto. La crisi ha anche moltiplicato le occasioni di incontro: ci sono parrocchiani che accompagnano i migranti in tribunale o alle visite mediche, altri che li aiutano con le necessità più elementari.
Qual è il ruolo dei vescovi del Minnesota di fronte a questa crisi?
Oltre a queste opere di misericordia, i vescovi delle sei diocesi del Minnesota, riuniti nella Minnesota Catholic Conference, stanno cercando di collaborare con i nostri rappresentanti governativi per alleviare l’attuale crisi e promuovere una riforma complessiva delle leggi sull’immigrazione. La Minnesota Catholic Conference sta esortando i fedeli a far sentire la propria voce nel processo politico. Solo lavorando insieme potremo risolvere il problema e ritrovare una vera calma.
Quali criteri ritiene essenziali per una riforma delle politiche migratorie?
Serve una soluzione globale e a lungo termine che consenta al Paese di proteggere i propri confini, ridurre al minimo la possibilità di traffici illeciti e regolamentare in modo ragionevole eventuali nuovi ingressi. È inoltre fondamentale garantire uno status legale a quanti si trovano nel Paese senza documenti ma che vivono qui da un certo numero di anni, possano dimostrare di aver messo radici, abbiano contribuito alle loro comunità e mostrino la volontà di rispettare le leggi. Servono infine percorsi che favoriscano la riunificazione familiare ed evitino le separazioni.
Come si accompagna pastoralmente una comunità attraversata da paure diverse e spesso contrapposte?
I sacerdoti di questa Arcidiocesi lo hanno fatto molto bene nell’ultimo decennio, e io cerco di imitarli nel loro zelo pastorale nell’accompagnare tutti. Da tempo cerchiamo di far sentire i nostri immigrati a casa, servendoli nelle loro lingue e rispettando la loro pietà e le loro tradizioni. Allo stesso tempo ricordiamo l’insegnamento cattolico sul diritto di uno Stato di proteggere i propri confini e sull’importanza del rispetto dell’autorità legittima, invitando anche a pregare per quanti hanno responsabilità nell’applicazione della legge.
Cosa chiederebbe ai cattolici italiani che guardano a questa crisi con partecipazione?
Di continuare a pregare con fervore per la pace. Pregate per la pace nelle nostre case, nelle nostre città e nel nostro Paese.
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