Hannah Sullivan: «La poesia ha il ritmo del mondo»
Arriva in italiano la prima raccolta poetica di Hannah Sullivan, considerata tra le più interessanti giovani poetesse britanniche: «Il metro ha il potere di esprimere la realtà»

Hannah Sullivan è una delle più interessanti giovani poetesse britanniche. Docente al New College di Oxford, considerata dal Times il «bardo dei Millenials e della generazione Z», nel 2018 ha pubblicato con Faber & Faber la sua silloge d’esordio, Three poems, che è ora disponibile anche in italiano (Tre poesie, traduzione di Riccardo Frolloni e Carmen Gallo, Crocetti, pagine 176, euro 16,00). La raccolta ha ricevuto l’autorevole T.S. Eliot Prize for Poetry e in effetti accenti di modernismo eliotiano-poundiano (e postmodernismo) non mancano: in questa tranche de vie tripartita si affrontano questioni nodali – come l’educazione sentimentale, lo scorrere inesorabile del tempo, la maternità – intersecandole a un parterre di citazioni che va da Shakespeare a Beyoncé, passando per Whitman e Davide Bowie. Gallo incasella più precisamente il testo «tra verse memoir e poem essay», cioè in un territorio franco che mette insieme raffinate scelte metriche (distici, terzine, quartine) e inserzioni saggistiche à la Anne Carson. «È luglio e la nebbia cala / come un corpo solido, / come uvetta nella soda da elBulli. / Il mondo ha il sapore di molecole, / palpita nell’ozono». Il 10 aprile Hannah Sullivan sarà ospite alla diciannovesima edizione di Ritratti di Poesia, prevista presso l’Auditorium Conciliazione a Roma.
Professoressa, in Tu, giovanissima a New York – la prima delle Tre poesie – prevale il legame tra l’esperienza personale e il paesaggio urbano.
«Il paesaggio urbano è tutto. La lirica si svolge in gran parte all’aperto, in uffici, bar, birrerie e, soprattutto, per strada. Ora che sono più grande e i miei amici hanno figli (e si sono trasferiti fuori Manhattan), riconosco che è possibile trascorrere del tempo a casa a New York senza avere fame, claustrofobia e noia. Non era così quando avevo vent’anni. Ne parlo più approfonditamente in un brano in prosa del mio secondo libro, Was It for This. C’è un verso nella poesia che mette in luce la “permeabilità tra una persona e l’altra”. Questa apertura verso altre persone, verso differenti possibilità è qualcosa che associo fortemente a New York – e all’essere giovani, ovviamente.
In Ripeti finché è ora emerge, invece, la nozione eraclitea di cambiamento costante. Da quale angolazione ha affrontato il tema filosofico della ripetizione e della memoria?
«Ero interessata, da studentessa universitaria, al greco antico di Eraclito. Gli altri filosofi presocratici mi sembravano lontani e chiusi nelle loro preoccupazioni, ma i frammenti di Eraclito mi hanno seguito per il decennio successivo. E non tanto l’idea che tutto cambi – un’idea fin troppo tristemente evidente quando guardi i tuoi figli addormentati o il tuo viso allo specchio o l’apparire e scomparire dello spazio vuoto in una città – quanto il pensiero confortante che il cambiamento sia la condizione necessaria affinché le cose rimangano immutate. La poesia offre alcune di tali consolazioni. In Ripeti finché è ora a un certo punto mi interrogo sulla magica capacità della rima di suggerire una corrispondenza o addirittura un’identità tra due cose non correlate. Queste cose hanno una sorprendente ostinazione nel corso dei secoli. Negli ultimi due anni ho tradotto in inglese alcune odi di Orazio. Se cammino da casa mia attraverso il prato e osservo in questo momento dell’anno (inizio marzo, ndr) il periodo fangoso e agitato del Tamigi, l’emistichio decrescentia ripas (Orazio, Odi, IV, 7, v. 3) sembra avere un incantato potere predittivo. Non è solo il sentimento in sé – che i fiumi si rimpiccioliscano nei loro argini con il passare dell’anno – ma il modo in cui il metro lo esprime. Il fiume rimane lo stesso gonfiandosi e restringendosi. Questo è un aspetto di ciò che intendeva Eraclito. Avrei potuto rammaricarmi del fatto che anche T.S. Eliot avesse seguito un corso su Eraclito durante gli studi universitari (nientemeno che con Bertrand Russell) e avesse usato il frammento sulla via in salita e sulla via in discesa come epigrafe per Burnt Norton, rubandomi così la scena. Ma il parallelismo ha incoraggiato Matthew Hollis, il mio brillante editor alla Faber & Faber, a impostare il testo della poesia in un modo che ricordava visivamente i Quattro Quartetti. A volte mi sono chiesta se il successo del libro potesse essere attribuito a quell’accorta scelta progettuale».
In La sabbiera dopo la pioggia lei mette in dialogo la nascita di un figlio e la scomparsa di suo padre. Come vede poeticamente l’interazione semantica di esperienze così diverse?
«È una domanda a cui è più difficile rispondere se non dico “viene dalla vita”. Mio padre è morto quando ero incinta di quindici settimane, ed esattamente sei mesi dopo è nato il mio primo figlio. Alan Watts, filosofo e divulgatore di varie filosofie orientali, dice da qualche parte che l’io è ciò che accade “tra il reparto maternità e la cremazione”. Nella mia poesia, l’ultima della silloge, è ciò che accade tra due piani di un ospedale. Prima del 2014 non ero quasi mai stata in ospedale. Ci sono stati alcuni aspetti in comune che mi hanno colpito durante le numerose visite a mio padre nel periodo della sua ultima malattia e durante il mio ricovero in ospedale sei mesi dopo: il black humour, la presenza del surreale (il bambino nato con i capelli strapazzati come uova), la commozione delle piccole comodità di casa (le pesche nettarine sul davanzale). La mia difficoltà in quella poesia era trovare un modo per essere commemorativa e sufficientemente grave senza essere pomposa o incapace di includere dettagli leggeri e realistici. Ho cercato di combinare uno schema di base di versificazione energica (molti enjambement) con l’uso occasionale di refrain più lenti e più netti. Uno di questi proviene dai trocaici incantatori (suonano un po’ come La canzone di Hiawatha di Longfellow) di una vecchia traduzione del poema finlandese Kalevala».
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