«La vita merita di essere vissuta». Così Fulton Sheen portò Dio in tv e non solo
di Andrea Galli
Il vescovo e teologo statunitense, che salirà presto all’onore degli altari, gode di un seguito in crescita. Sono una trentina i suoi libri tradotti in italiano attualmente in catalogo. Da poco anche la suggestiva autobiografia

Il fatto che un attore come Martin Sheen, agli inizi della sua carriera hollywoodiana nei primi anni Sessanta, abbia scelto come cognome d’arte quello di un vescovo – Fulton J. Sheen – dice molto della popolarità che questo prelato ebbe negli Stati Uniti nel cuore del Novecento. Nato nel 1895 a El Paso, nell’Illinois, e morto nel 1979 a New York, Sheen fu infatti una figura capace di parlare a milioni di americani, cattolici e non, attraverso i nuovi mezzi di comunicazione di massa. L’annuncio dello scorso 9 febbraio che la sua beatificazione avverrà a breve – era rimasta in sospeso dal 2019 nonostante il riconoscimento di un miracolo attribuito alla sua intercessione – ha suscitato entusiasmo fra i suoi ammiratori e devoti, offrendo l’occasione per ricordare l’attività mediatica che lo rese celebre.
La sua notorietà cominciò negli anni Trenta con la radio. Cresciuto nella diocesi di Peoria, per la quale fu ordinato sacerdote nel 1919, nel 1934 divenne la voce principale di The Catholic Hour, una trasmissione domenicale della Nbc. In quelle conversazioni affrontava temi religiosi, morali e culturali con uno stile brillante e accessibile. Per circa quindici anni fu uno dei predicatori più ascoltati d’America.
Il vero salto arrivò con la televisione. Nel 1951 debuttò in prima serata con Life Is Worth Living (“La vita merita di essere vissuta”) sul DuMont Television Network, un canale televisivo minore. Il formato era essenziale: Sheen parlava direttamente davanti alle telecamere, spesso utilizzando una lavagna per chiarire i suoi argomenti, nient’altro. Nonostante la semplicità della scena e la concorrenza di programmi popolari come il Frank Sinatra Show, la trasmissione conquistò rapidamente milioni di telespettatori. Nel 1952 Sheen ricevette un Emmy Award come personalità televisiva dell’anno, un riconoscimento notevole in un Paese dove il sentimento anticattolico di matrice wasp era ancora diffuso. Il programma terminò nel 1955; Sheen tornò poi sugli schermi nel 1961 con The Fulton Sheen Program, trasmesso dalla Abc fino alla fine degli anni Sessanta.
Ridurre la sua figura al successo mediatico sarebbe però limitante. Dietro il comunicatore c’era una personalità di grande profondità spirituale e intellettuale, testimoniata da una vasta produzione di saggi teologici e opere di spiritualità, ancora oggi ristampate e tradotte. In Italia i suoi libri si sono moltiplicati negli ultimi dieci anni grazie a editori come Fede e Cultura, Ares e Mimep-Docete: circa una trentina sono oggi disponibili in catalogo.
La sua statura emerge anche da alcuni episodi raccontati nell’autobiografia La mia vita. Un tesoro in vaso d’argilla, pubblicata postuma e uscita ora in italiano per Ares.
A trentun anni Sheen aveva già conseguito una laurea in teologia e una in giurisprudenza alla Catholic University of America, un dottorato in filosofia all’Università di Lovanio e uno in teologia all’Angelicum di Roma. A Lovanio aveva ricevuto il Premio internazionale di filosofia “Cardinal Mercier” e aveva ottenuto inviti a insegnare sia a Oxford che alla Columbia University. Tutto sembrava avviarlo verso una brillante carriera accademica. Il vescovo di Peoria gli chiese invece di tornare in diocesi e di fare il viceparroco in una modesta parrocchia della città. Sheen non capì, ma accettò senza protestare. Dopo un anno il vescovo gli spiegò che voleva metterne alla prova la sua obbedienza e umiltà e gli permise di continuare la sua strada, nell’insegnamento e poi con i media.
Un secondo episodio riguarda gli anni della massima esposizione pubblica. Nel 1951 Sheen era stato nominato vescovo ausiliare di New York, collaboratore del cardinale Francis Spellman. Tra i due nacque però un contrasto sulla gestione di alcune iniziative missionarie e caritative, che degenerò in una grave incomprensione. Secondo la maggior parte dei biografi Sheen si era comportato correttamente; anche Pio XII, interpellato sulla questione, gli diede ragione. Un biografo in particolare, Thomas Reese, riferisce che Spellman arrivò a dire al suo ausiliare: «Mi vendicherò di te. Potrebbero volerci sei mesi o dieci anni, ma tutti sapranno che genere di persona sei». Il potente porporato fece sì che Sheen venisse progressivamente isolato negli ambienti ecclesiastici di New York e fu probabilmente la sua azione che portò alla chiusura inattesa di Life Is Worth Living. Nel 1966 Sheen fu poi nominato vescovo di Rochester, diocesi che guidò fino al 1969.
Quello che colpisce è il modo in cui lo stesso Sheen trattò la vicenda nella sua autobiografia: non ne fece alcun cenno e riguardo a Spellman usò solo parole positive. A informarne il lettore, nell’edizione ora pubblicata in italiano, è il giornalista Raymond Arroyo nell’introduzione. L’unico accenno, molto velato, compare nel capitolo finale: «Ho dovuto attraversare delle prove, sia all’interno sia all’esterno della Chiesa, prima di poter comprendere il pieno significato della mia vita. Non bastava essere un sacerdote, bisognava anche essere una vittima».
Episodi come questi aiutano a comprendere la forza spirituale che Sheen riusciva a trasmettere attraverso il piccolo schermo e che continua a veicolare oggi con i suoi libri.
Nella sua autobiografia scrive: «Il giorno della mia ordinazione presi due decisioni: offrire la Santa Eucaristia ogni sabato in onore della Beata Vergine Maria e trascorrere ogni giorno un’ora santa alla presenza di nostro Signore nel Santissimo Sacramento». Un proposito che mantenne per tutta la vita. Morì il 9 dicembre 1979, nella sua cappella privata, mentre pregava davanti al Santissimo Sacramento.
© RIPRODUZIONE RISERVATA






