Cortina, dopo i Giochi 
la forza di un nuovo sguardo

Il parroco don Brambilla: «Siamo tutti come gli sciatori ipovedenti: quando non vediamo il senso della vita è decisivo “chi” guida la nostra esistenza»
March 17, 2026
Cortina, dopo i Giochi 
la forza di un nuovo sguardo
Giacomo Bertagnolli e la guida Andrea Ravelli plurimedagliati alle Paralimpiadi di Milano Cortina 2026/Reuters/Matteo Ciambelli
A Cortina il campanile è imbiancato, il braciere olimpico ai suoi piedi è spento. Le Olimpiadi e Paralimpiadi invernali si sono concluse. Dopo settimane di gare e di festa regna il silenzio. Ma più forte della malinconia da fine Giochi è la gratitudine per un evento storico vissuto da vicino anche dalla parrocchia: «Abbiamo respirato proprio un bel clima, ce l’abbiamo messa tutta per dare il nostro contributo da credenti». Don Ivano Brambilla, 61enne, da otto anni è il parroco di Cortina. Nato a Milano, ma di casa nel bellunese da quarant’anni, nel capoluogo ampezzano aveva già prestato servizio pastorale da sacerdote negli anni Novanta. Oggi è testimone di giornate memorabili che hanno lasciato il segno: «Mi sono rivisto negli sciatori ipovedenti. Venivano giù grazie alla fiducia nella guida...». I Giochi sono stati un’occasione per ricevere ma anche per dare: «Di fronte a un evento laico, come Chiesa abbiamo cercato di essere come la fontana del villaggio, per portare acqua fresca: non è detto che tutti debbano aver sete, ma chi ha sete deve sapere dove andare». Le delegazioni dei vari Paesi presenti a Milano Cortina hanno spesso bussato in canonica per offrire cibo e vestiti in abbondanza che don Ivano con i suoi collaboratori hanno poi provveduto a smistare a chi ne ha bisogno. La parrocchia è stata un punto di riferimento per tutti: «Abbiamo sempre fatto in modo di celebrare le Messe anche in inglese e in tedesco. E il Mercoledì delle Ceneri è stata una celebrazione multilingue. Oltre ad accogliere atleti, volontari e anche un gruppo di ragazzi disabili. La nostra però non è filantropia. Noi non siamo persone buone che aiutano gli altri e basta. Noi abbiamo ricevuto un mandato da Gesù».
La partecipazione degli atleti è stata più che sorprendente: «Tra i paralimpici più forte è stata la presenza degli austriaci con il loro cappellano. In generale tra tutte due le rassegne gli americani hanno frequentato molto, soprattutto quelli del bob sia al maschile che al femminile. Mi hanno fatto riflettere: com’è che loro mentre vincevano medaglie erano presenti alla Messa tutti i giorni… E i nostri bambini spesso saltano catechismo e Messe per partite e allenamenti? Si può benissimo conciliare lo sport con la fede. Attenzione, lo dico soprattutto ai genitori, ad assolutizzare solo lo sport, perché un giorno finirai di fare l’atleta mentre non finirai di essere uomo».
Il Vangelo di domenica con l’episodio della guarigione del cieco nato ha fornito un assist al parroco per tornare nell’omelia sull’immagine delle Paralimpiadi che si porterà dentro: «Siamo tutti come gli sciatori ipovedenti. Anche noi spesso non vediamo tutto, non vediamo il senso ultimo di alcuni avvenimenti, come la morte o la malattia di un parente o di un amico. Pensiamo anche a una madre che perde un figlio. Il punto decisivo però non è non vedere. Ma “chi” guida la nostra vita e quale fiducia riponiamo in lui».
È qualcosa che don Ivano ha sperimentato sulla propria pelle: «Ho perso mio padre che avevo 14 anni. Stravedevo per mio fratello e ho perso anche lui per un tumore a 48 anni. Quando succedono questi accadimenti non vedi la fine, vedi solo una bara. Ma io mi fido di chi ho davanti, di uno che mi ha testimoniato che la vita eterna esiste. Ecco perché gli sciatori ipovedenti sono un buon esempio di che cosa sia la fede. Non riusciamo a vedere tutto, ma se mi fido di chi mi sta guidando, gli vado dietro».
È ancora un cambiamento di sguardo quello suggerito soprattutto dalle Paralimpiadi: «Ognuno fa i conti con i propri limiti. Anche se la mia condizione è certamente diversa da chi è costretto su una sedia a rotelle. Ma magari tra 1, 10, 20 anni avrò dei limiti fisici superiori anche io. Ciò che conta è aiutare tutti a vivere nel miglior modo possibile la propria condizione fisica o mentale. I bambini rimangono colpiti dalla disabilità? Non nascondiamo loro la sofferenza degli altri, perché farà parte della loro vita».
Entrambe le rassegne hanno consegnato qualcosa su cui riflettere e da cui trarre insegnamento, ma il lascito è stato diverso: «Se per le Olimpiadi abbiamo visto la fatica, gli infortuni e i sacrifici sopportati dagli atleti per raggiungere la meta, le Paralimpiadi hanno suscitato in noi una simpatia e una compartecipazione umana per chi è riuscito a sormontare i propri limiti. Un moto proprio di “compassione” che non è una brutta parola perché anche Gesu ha rinunciato alle proprie prerogative per camminare insieme con chi aveva dei limiti». Adesso è il tempo anche dei ringraziamenti: «Agli atleti, ai volontari e agli organizzatori per quanta dedizione ci hanno messo. E anche e soprattutto ai miei parrocchiani per l’accoglienza data. Abbiamo avuto anche dei disagi all’inizio ma poi ci siamo divertiti molto». C’è anche una personale soddisfazione: «Perdonate l’auto-incensazione. Ma essere milanese e fare il parroco a Cortina durante i Giochi di Milano Cortina è stato il massimo». Prima di concludere anche un riferimento al cappellano della squadra austriaca presente alla Messa domenicale in parrocchia: «Johannes ha celebrato tutti i giorni l’Eucarestia al Villaggio olimpico. Di lui mi rimarranno impresse le tante volte che in questi giorni a Cortina l’ho visto guardarsi attorno, rapito dalla bellezza delle vette che sovrastano questa valle: “Ohhhhh” continuava a ripetere con tono di meraviglia. Dovremmo recuperare un po’ tutti lo stupore per ciò che ci circonda». Un augurio, ma anche una benedizione conclusiva: lo spirito rimane vivo e anche se i Giochi sono finiti andiamo in pace.

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