A Trump hanno bocciato i dazi un'altra volta: cosa succede adesso
di Giulio Isola, Gabriele Rosana
Un tribunale Usa ha ritenuto «illegittime» le tariffe al 10% imposte a febbraio dal presidente. Che, in una telefonata a Von der Leyen, lancia l'ultimatum per le concessioni: «Tempo fino al 4 luglio»

Arriva un’altra stroncatura ai dazi di Donald Trump. Lo scorso 20 febbraio la Corte Suprema americana, composta per la maggior parte da giudici nominati dai repubblicani, si era espressa chiaramente contro le tariffe doganali imposte dal presidente Usa, valutandole come imposizioni illegittime applicate da Trump in aperta violazione delle leggi federali e «abusando della sua autorità». Sempre a febbraio, però, il tycoon aveva introdotto una nuova tariffa globale del 10%, che ieri sera è stata bocciata una seconda volta. Stavolta, a ritenere illegittima la gabella del presidente è stato un tribunale commerciale statunitense, che non ha permesso a Trump di ripararsi dietro al Trade Act del 1974, quella norma – a più riprese invocata dal tycoon – che conferisce al presidente degli Stati Uniti l’autorità di imporre dazi temporanei fino a 150 giorni per correggere gravi squilibri nella bilancia dei pagamenti. La sentenza ora prevede il pagamento di risarcimenti agli importatori e la sospensione dei dazi entro cinque giorni per le due sole società che hanno intentato causa. Ma in futuro, alla luce della decisione dei giudici, potrebbero piovere molte altre contestazioni.
Le ragioni della sentenza
Entrando nel merito, le ragioni della sentenza ruotano tutte attorno all’interpretazione della sezione 122 del Trade Act. L'articolo, infatti, consente al presidente di imporre dazi doganali fino al 15% per 150 giorni per far fronte a «gravi e consistenti deficit della bilancia dei pagamenti». I giudici del tribunale commerciale di New York sono giunti alla loro decisione dando ragione alle aziende in causa nel sostenere che il deficit commerciale vissuto dagli Stati Uniti non rappresenti, al contempo, anche una grave crisi della bilancia dei pagamenti. I fondatori di una delle aziende, perciò, hanno salutato la sentenza come «un'importante vittoria per le piccole imprese come la nostra, che dipendono da politiche commerciali eque e prevedibili». «La decisione odierna - hanno aggiunto - contribuisce a garantire che le imprese come la nostra non siano ingiustamente penalizzate da restrizioni commerciali illegali». Dan Anthony, direttore esecutivo del gruppo di attivisti We Pay the Tariffs, ha affermato che la sentenza rappresenta «un'ulteriore notizia positiva per le piccole imprese che sono state schiacciate da queste tasse illegali». La Casa Bianca, al momento, non ha rilasciato commenti ma non ha rinunciato a proseguire con le azioni legali. Il rappresentante commerciale degli Stati Uniti, Jamieson Greer, ha avviato diverse indagini avvalendosi dei poteri conferitigli dalla Sezione 301 del Trade Act del 1974, che potrebbero consentire a Washington di imporre nuove tariffe sui prodotti provenienti da quasi tutti i partner commerciali degli Stati Uniti. Si prevede che Greer completi tali indagini e fornisca al presidente le opzioni per imporre dazi ai partner commerciali a fine luglio, quando scadrà la tariffa base del 10% appena dichiarata illegale.
La telefonata di Trump all'Ue: «Aspetto fino al 4 luglio»
Intanto, l’Unione europea continua a lavorare per approvare le concessioni promesse a Trump nel luglio 2025 dalla presidente della Commissione Ue Ursula Von der Leyen per mettere fine alla contrapposizione sui dazi fra le due sponde dell’Atlantico. Una svolta potrebbe essere una questione di un paio di settimane, dicono a Bruxelles. Dalla stretta di mano nel resort di Turnberry, in Scozia, sono passati quasi 10 mesi, ma da parte Ue l’iter per tradurre in legge, in due distinti regolamenti, i termini del patto non è ancora concluso: una circostanza che ha irritato non poco una Casa Bianca che ha scarsa dimestichezza con le complessità istituzionali tipiche dell’Unione. Il “trilogo” tornerà a riunirsi il 19 maggio a Strasburgo. Sia ai piani alti della Commissione sia tra i diplomatici dei Paesi Ue c’è chi si mostra ottimista e ritiene che un compromesso possa arrivare per quella data. Poi, comunque, ci vorranno settimane prima di avere un’approvazione definitiva da parte di governi ed eurodeputati. «Abbiamo compiuto buoni progressi, ma resta ancora molta strada da fare», ha avvertito da parte sua il socialdemocratico tedesco Bernd Lange, il presidente della commissione parlamentare Commercio, lo stesso organismo che in più di un’occasione ha puntato i piedi, ad esempio dopo le velleità trumpiane di conquista della Groenlandia o gli strali contro la Spagna per il suo rifiuto all’utilizzo delle basi militari per attaccare in Iran. Episodi che si sono tradotti in una serie di paletti piantati nel testo dell’accordo dagli europarlamentari: delle clausole - cosiddette “sunrise” e “sunset” - che condizionerebbero il mantenimento degli sconti sui dazi concessi agli Usa al rispetto degli impegni da parte degli americani, all’assenza di minacce o attacchi, e in ogni caso fino al marzo 2028 (salvo espresso rinnovo). Ma a far naufragare ancora una volta il fragilissimo equilibrio potrebbero essere le imprevedibili mosse di Trump, che ieri ha annunciato di avere telefonato a Von der Leyen per dare un ultimatum: «Do tempo per rispettare l’accordo fino al 4 luglio, 250esimo compleanno degli Stati Uniti, o i dazi saliranno» .
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