È sulla compassione per i poveri
che si gioca tutto il "giudizio finale"

Il confronto decisivo, il “faccia a faccia” con Dio, non avviene in una cornice di gesti eroici e straordinari, ma nella quotidianità e nella banalità degli incontri con chi è debole e povero
January 28, 2026
È sulla compassione per i poveri
che si gioca tutto il "giudizio finale"
Il Cristo pantocratore della cattedrale di Cefalù
Nella morte ci presentiamo davanti a Dio, “faccia a faccia”. Ne abbiamo parlato la volta scorsa provando a cogliere la logica del giudizio individuale. Ma il Vangelo ci suggerisce anche il momento del giudizio universale. Il testo di riferimento è la splendida parabola raccontata nel vangelo di Matteo (Mt 25, 31-46). Essa compare al termine di un’ultima sequenza di parabole della vigilanza (il maggiordomo che non si fa sorprendere dal ritorno improvviso del padrone di casa, le damigelle del matrimonio che non devono farsi sorprendere senza olio per le lucerne). Tutte parlano della fine dei tempi. La scena è grandiosa e riguarda l’umanità intera. L’evangelista mostra Gesù, seduto sul trono regale, «accompagnato da tutti i suoi angeli». Davanti a lui sono convocate «tutte le genti», anche quelle che oggi si combattono per difendere la loro identità o per possedere la loro terra: israeliani e palestinesi, russi e ucraini, serbi e croati, induisti e musulmani, greci e turchi, tigrini e amarici, mauriziani e senegalesi, bemba e chewa, valloni e fiamminghi, xhosa e zulu, cattolici e protestanti, neri e bianchi … Ma, in quel giorno, Gesù divide gli uni dagli altri in maniera diversa da quella abituale. La divisione non passa tra un popolo e l’altro, ma – se così si può dire – all’interno delle stesse persone; e può accadere che una parte di noi stessi starà a sinistra di Gesù e un’altra parte alla destra. Il criterio della divisione infatti non si basa sulle diversità ideologiche, culturali, e neppure religiose, ma sul rapporto che ognuno ha avuto con i poveri-cristi sulla terra. Ed è Gesù stesso che, faccia a faccia, con ognuno dirà individualmente: «Avevo fame e mi hai dato da mangiare, avevo sete e mi hai dato da bere...». Il dialogo tra il giudice e ciascun interlocutore mette a fuoco quest’aspetto sconcertante: il giudice universale – da notare che tutti gli astanti, buoni e cattivi, credenti e non credenti, lo riconoscono come Re e Signore –, in passato aveva il volto di quel barbone fastidioso e puzzolente, di quell’anziano arteriosclerotico che non ti dava pace, di quel bambino a tal punto sfigurato da non attirare l’attenzione di nessuno, di quei tanti extracomunitari rispediti indietro (magari a morire)… l’elenco ognuno può continuarlo; basta camminare per le strade delle nostre città, dei nostri quartieri. La monotona ripetizione, in pochi versetti, delle sei situazioni di povertà, forse indica il loro frequente ripetersi. E comunque dice che il confronto decisivo con Dio, non avviene in una cornice di gesti eroici e straordinari, ma nella quotidianità e nella banalità degli incontri con chi è debole e povero.
Insomma saremo giudicati sull’amore certo, sulla sua declinazione verso i poveri. Questa scena evangelica è molto citata ed anche molto ammirata. Pone in questione molte presunte certezze sui meriti acquisiti o meno durante la propria vita. Rimane il fatto però che i “credenti” non sono del tutto a loro agio con questo elogio dell’incoscienza cristologica del peccato e della grazia, sulla quale si pronuncia il giudizio del Figlio dell’uomo. Dal canto loro, i “non credenti” conservano le loro riserve, nonostante l’apprezzamento per quello che interpretano come superamento del proselitismo dogmatico ed elogio della compassione umanistica, sulla perentorietà del giudizio irrevocabile di Dio che la parola evangelica conferma. Entrambi – credenti e non o credenti in altro modo – sono invitati da questa pagina evangelica a comprendere che il giudizio di Dio – una faccenda molto seria – si gioca tutto sulla compassione per i poveri. C’è una bella tradizione cristiana che parla dei poveri che si fanno avanti davanti a Dio e intercedono per coloro che li hanno aiutati sulla terra. Insomma, l’amore per i poveri decide il valore di tutto. La pratica religiosa deve comprendere sempre il segno dell’amore per i poveri, non quello dell’auto-conferma o auto-esibizione. Il vangelo di Gesù è così diretto, così esplicito, così incalzante su questo tema, che i nostri tentativi di aggiustamento hanno il respiro corto. Non dimentichiamoci che Gesù arriva a denunciare il tentativo di far passare come complicità del Maligno i segni che riaprono la strada del regno di Dio come peccato contro lo Spirito: «In verità, io vi dico: tutti i peccati saranno perdonati ai figli degli uomini e anche tutte le loro bestemmie che diranno; ma chi avrà bestemmiato contro lo Spirito santo, non avrà perdono in eterno, sarà reo di colpa eterna. Poiché dicevano: “È posseduto da uno spirito immondo”» (Mc 3, 28-29). È questa la sorpresa del “faccia a faccia” con Dio, di cui ho già parlato. Gesù giudice riprende la dimensione del “faccia a faccia” con i poveri, con i malati, con i carcerati, con gli affamati, con gli assetati… e viene accolto anche chi, non credendo, ha però amato e aiutato i più poveri. Del resto il Dio della Bibbia è un Dio che scende fin nel più profondo degli abissi umani pur di salvare l’uomo portandolo con Sé.
Immagino che nel momento del “faccia a faccia” convivano sia il pianto di amarezza per i tradimenti sia il pianto di gioia per l’inimmaginabile e immeritato amore che Dio ci mostra. E’ un momento di grande speranza: è davvero difficile, per chi si vergogna del male, resistere alla manifestazione di tanto Amore! L’amore di Dio che spinge il cuore alla conversione è sempre immeritato, è sempre un Suo dono, ma l’orrore del male è sempre possibile all’essere umano che ne accetta il giudizio. Quell’incontro – è bene sottolinearlo ancora – non si gioca sul piano del perfetto adempimento delle regole morali (chi sarà trovato perfetto, qui?); esso è deciso proprio dal leale riconoscimento della propria irrimediabile pochezza che viene però salvata dall’amore per i piccoli e per i poveri. Potremmo dire che nel giudizio “la prova del fuoco” è quella dell’amore per i poveri. Ebbene, questo “giudizio” accade nel passaggio della morte. E realizza una nuova nascita. La morte si prende le spoglie della vita che non sono segnate dall’amore: ma sarà costretta dal Risorto a rilasciare la creatura in cui l’amore per i poveri ha trovato spazio. La tradizione della Chiesa non ha mai accolto come certezza la dottrina di Origene sulla redenzione di tutti.
Questo significa che dobbiamo lasciare la drammatica possibilità del rifiuto totale di Dio da parte dell’uomo, quindi la possibilità dell’inferno. Per questo è decisivo non abituarsi all’inferno dell’amore solo per sé stessi, o agli inferni di questo mondo provocati dall’abisso del male delle guerre, delle distruzioni, delle efferatezze. Attanti piuttosto a diventare sordi e duri nel cuore! Rischiamo un’abitudine “infernale”. Allo stesso tempo però osiamo sperare - fortemente - che l’inferno sia vuoto. E la ragione sta, appunto, nell’amore di Dio che è molto, molto più grande e più forte della spinta di autoescluderci dall’amore di Dio. Come non sperare che nell’incontro con Dio ci lasciamo travolgere da un amore così largo da essere illimitato? Non è a caso - mi viene da commentare - che la Chiesa non ha mai affermato di qualcuno che si trovi all’inferno. Mentre dei santi afferma in modo definitivo che sono nel Paradiso. La certezza è sull’amore che salva. Credo sia urgente aprire nuove riflessioni sul Paradiso o, se si vuole, sulla destinazione verso cui tutti i popoli sono incamminati. Qualche tessera la propongo negli articoli che seguono. Prima di entrarvi sento però il dovere di mettere sull’avviso: sono balbettii. È troppo facile pensare la “vita oltre la morte” privandola del mistero assoluto di Dio. C’è anche una radicale incomprensibilità di cui dobbiamo tener conto. Le parole evangeliche ci aiutano. E, comunque, Dio ci stupirà quando lo vedremo “faccia a faccia” e abiteremo con Lui. Lasciamo lo stupore avvolgente e incommensurabile al momento opportuno.

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