«La più grande sfida per il Medio Oriente in guerra? Separare religione e politica»

Il patriarca siro-cattolico Younan: c’è un islam politico che minaccia la convivenza nella regione. Il caos è il peggior nemico della minoranza cristiana
March 15, 2026
I ritratti delle Guide supreme iraniane
I ritratti delle Guide supreme iraniane
C’è bisogno di separare la religione dalla politica». Il patriarca dei siro-cattolici di Antiochia, Ignazio Youssef III Younan, lo ripete più volte. In particolare quando fa riferimento all’Iran e all’«islam politico che è stato l’essenza e la forza trainante del Paese». Paese che sta rispondendo agli attacchi di Israele e Stati Uniti con raid a vasto raggio, anche indirizzati verso gli Stati del Golfo. «Una guerra violenta che mina l’intera regione e che potrebbe essere lunga. Speriamo soltanto che non sfoci in un conflitto mondiale», avverte Younan che ha accolto il Papa durante la sua visita in Libano ed è stato ricevuto in udienza da Leone XIV in Vaticano.
Il patriarca siro-cattolico Ignazio Youssef III Younan e papa Leone XIV / SICILIANI


Il patriarca siro-cattolico Ignazio Youssef III Younan e papa Leone XIV / SICILIANI
Il patriarca parla da Beirut sotto i missili. «Molte aree del Libano sono interessate da continui bombardamenti, soprattutto nel sud, nella valle della Bekaa e nella periferia meridionale della capitale, non lontano dal nostro patriarcato. Il crescente esodo di migliaia di famiglie pone enormi difficoltà e sfide. Siamo preoccupati per quanti che hanno lasciato le proprie case. Come Chiese ci stiamo organizzando per accoglierli in famiglia, nelle istituzioni ecclesiastiche o nelle scuole. La crisi è allarmante e si teme il peggio». Una pausa. «L’intero Libano è paralizzato dallo scontro tra l’esercito israeliano e la milizia filoiraniana di Hezbollah. Siamo da anni in ostaggio da un partito islamista da cui meritiamo di essere liberati». Ecco il doppio appello: «Da una parte, la nazione necessita di un sostegno umanitario internazionale urgente ed efficace per ciò che stiamo affrontando con l’ennesima guerra che ci ha coinvolto. Dall’altra, occorre che le autorità di tutto il mondo supportino il governo libanese nella sua decisione di sequestrare le armi a Hezbollah, pre-requisito imprescindibile per porre fine ai bombardamenti israeliani. La nostra gente desidera la pace con Israele. Una pace con Israele che numerosi Paesi arabi hanno già raggiunto».
Washington e Tel Aviv ripetono che è una «guerra preventiva».
«In un certo senso, è vero. Perché, dopo vari tentativi falliti di stringere accordi con l’Iran su armi nucleari e missili balistici, il dialogo si è rivelato purtroppo illusorio. La questione della corsa atomica non è stata affrontata adeguatamente: sia per la debolezza delle Nazioni Unite, sia per l’assecondamento occidentale alla Repubblica islamica che ha diffuso il terrorismo in Medio Oriente sostenendo di essere trattata ingiustamente, ha minacciato l’esistenza stessa di Israele e ha fomentato l’instabilità in Libano».
La dimensione religiosa è entrata nel conflitto. L’Iran sostiene di essere di fronte a una «guerra all’islam». Trump ha pregato alla Casa Bianca per vincere la guerra.
«Le principali potenze internazionali dovrebbero essere consapevoli della natura di un regime come quello iraniano che è basato sul radicalismo religioso e che attacca anche i Paesi dell’islam sunnita. Inoltre non vedo nulla di strano nel fatto che il presidente degli Stati Uniti preghi per la fine del conflitto, dal momento che si professa cristiano. Anche Israele cerca di sopravvivere come nazione ebraica riconosciuta, ma è costretta a difendere la propria sopravvivenza. Del resto, faccio fatica a pensare che l’islam politico possa promuovere il dialogo, soprattutto se è predicato da fanatici, se sobilla l’odio, se alimenta lo spirito di vendetta».
In Libano il Papa ha chiesto a cristiani, musulmani ed ebrei di incontrarsi come segno di pace nel mondo. È possibile in Medio Oriente?
«La pace è possibile se si riconoscono i diritti civili senza discriminazioni anche di natura religiosa e se si rispetta la libertà di culto e di coscienza. In Libano, fin dagli anni Quaranta, vige l’intesa tra le diverse comunità religiose per avere un potere politico condiviso. E la maggior parte dei cristiani e dei musulmani intende preservare la mutua convivenza per salvare il Paese».
Il Papa invita ad ascoltare il grido dei popoli. Che cosa gridano i popoli del Medio Oriente?
«Gridano il loro desiderio di vivere in libertà e in piena dignità, lontano da interessi geopolitici».
Sono continui gli appelli di Leone XIV alla pace e al dialogo fra le nazioni.
«Il richiamo del Papa alla pace è profondamente apprezzato. Nella sua visita in Libano, Paese segnato dalla complessità religiosa, ha toccato i cuori di tutti. Per quanto riguarda il dialogo direi che servono mediatori imparziali e uniti».
Teme che questa guerra possa avere effetti sui cristiani della regione?
«Il caos è il peggior nemico delle minoranze, soprattutto di quella cristiana. Nell’intero Medio Oriente le comunità cristiane soffrono. E negli ultimi decenni, la loro presenza, complici anche le guerre, è sempre più in pericolo: non solo come singole persone ma anche come Chiese apostoliche che rischiano di scomparire per sempre. I politici del mondo che si professano credenti, in particolare quelli dell’Unione Europea e del Nord America, dovrebbero assumersi la responsabilità di preservare le nostre Chiese sui iuris».
E quale la situazione dei cristiani in Siria dopo il cambio di regime?
«Le milizie sunnite hanno rovesciato il governo alawita nel dicembre 2024 ma la Siria attraversa ancora una fase critica. I nuovi governanti, sostenuti dall’estero, stanno cercando di rassicurare la popolazione, ribadendo che non saranno consentite discriminazioni in base alla religione o all’etnia. Ma le intenzioni risultano insufficienti. Perché si verificano continui atti di violenza. Un clima che preoccupa i cristiani, in particolare i giovani che hanno perso fiducia nel futuro. E alla nostra comunità non resta altra scelta che adattarsi al cambiamento, difendendo i propri diritti insieme con altre minoranze».

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