Il Papa: «Dio non può essere arruolato dalle tenebre»
di Matteo Liut
Nella domenica Laetare all'Angelus e nella visita a Ponte Mammolo papa Leone XIV ha lanciato un nuovo appello di pace. Nella sua quinta visita pastorale a Roma gli incontri con bambini, famiglie, anziani, malati e persone senza dimora

«Dio non può essere arruolato dalle tenebre». Il monito di papa Leone XIV si è levato forte ieri nella domenica Laetare: con questa frase, pronunciata nell’omelia del pomeriggio a Ponte Mammolo, infatti, il Pontefice ha denunciato ogni tentativo di piegare il nome di Dio a scelte di morte, ricordando che Egli «viene sempre a donare luce, speranza e pace» e che «la pace è ciò che devono cercare quelli che lo invocano». L’intera giornata è stata percorsa da un’unica linea: la denuncia della guerra e l’appello deciso al dialogo. A mezzogiorno, all’Angelus in piazza San Pietro, Leone XIV ha chiesto una fede «dagli occhi aperti», capace di riconoscere le ferite del mondo, e ha rivolto un accorato appello per il Medio Oriente ai «responsabili di questo conflitto»: «Cessate il fuoco! Si riaprano percorsi di dialogo!». Ha poi ricordato le vittime innocenti, i bombardamenti su «scuole, ospedali e centri abitati» e ha espresso viva preoccupazione per il Libano, chiedendo soluzioni durature attraverso il confronto e il dialogo. Nel pomeriggio, nella parrocchia del Sacro Cuore di Gesù a Ponte Mammolo, il Papa ha ripreso gli stessi toni, legando il Vangelo alla storia presente: «Bisogna dialogare senza tregua per la pace», ha detto, condannando «l’assurda pretesa di risolvere i problemi con la guerra». Ha aggiunto che non solo è necessario respingere la violenza, ma anche rifiutare l’uso distorto del nome di Dio per giustificare i conflitti, riaffermando che «Dio non può essere arruolato dalle tenebre».
Leone XIV è arrivato a Ponte Mammolo nel pomeriggio, alle 16. Ad accoglierlo, nel cortile dell’oratorio, c’erano bambini, ragazzi e famiglie della comunità parrocchiale; poi il Papa ha visitato gli ambienti interni, incontrando anziani, ammalati e una rappresentanza di persone senza dimora assistite attraverso il servizio docce e le attività della Caritas e della Comunità di Sant’Egidio. Alle 17 ha presieduto la Messa concelebrata dal cardinale vicario Baldo Reina, dal vescovo eletto Marco Valenti, dal parroco don Francis Refalo e da vari sacerdoti della prefettura, tra cui l’ex parroco don Giuseppe Argento e il giovane sacerdote spagnolo don Jesús, che proprio in questa comunità ha scoperto la propria vocazione. Dopo la celebrazione, Leone XIV ha incontrato il Consiglio pastorale e i sacerdoti e infine ha salutato i fedeli all’esterno della chiesa prima di far ritorno in Vaticano.
Durante gli incontri parrocchiali, il Papa ha espresso gratitudine per l’impegno della comunità verso migranti, poveri, malati e famiglie in difficoltà, definendola «un segno di speranza in un mondo dove la sofferenza e le difficoltà sono troppo grandi». Ha rivolto un pensiero affettuoso anche a chi seguiva la visita dai balconi e dai tetti delle abitazioni circostanti, ricordando che «tutti sono invitati, tutti sono chiamati». La giornata ha assunto anche un tono di memoria grazie al cardinale Baldo Reina, visibilmente commosso nel ricordare i suoi anni giovanili trascorsi proprio in quella parrocchia come seminarista: «Sono venuto qui dal 1994 al 1998 a fare esperienza… È una bella comunità e oggi si respira un clima di festa», ha confidato.
Molti i temi che hanno legato tra loro l’Angelus e la visita: la luce che libera dalla cecità interiore, la fede che non è fuga ma capacità di vedere il mondo con gli occhi di Cristo, la misericordia che non conosce barriere, la comunità cristiana come casa dalle porte aperte. Leone XIV ha spiegato che la guarigione del cieco nato rivela la potenza della grazia che permette di superare pregiudizi e indifferenza e che «non c’è “sabato” che possa ostacolare un atto d’amore». Ha invitato la parrocchia a essere segno dell’amore di Dio nel territorio, continuando l’opera di accoglienza verso chi ha perso casa, lavoro o relazioni e mantenendo viva la vicinanza ai «fratelli detenuti» del vicino carcere di Rebibbia.
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