La famiglia nel bosco e i giudici: «Limitare gli interventi sui minori significa tutelarli meno»

Per il presidente dell'Associazione magistrati per i minori e per la famiglia, Claudio Cottatellucci, «il potere insindacabile dei genitori sui figli rischia di riportarci alla logica della vecchia "patria potestà"». Sabato l'appello delle toghe all'inaugurazione dell'anno giudiziario
January 30, 2026
Uno scatto della famiglia anglo-australiana, che viveva nel bosco di Palmoli, in provincia di Chieti, pubblicato sul sito web della mamma, Caterine Louise Birmingham
Uno scatto della famiglia anglo-australiana, che viveva nel bosco di Palmoli, in provincia di Chieti, pubblicato sul sito web della mamma, Caterine Louise Birmingham
Prenderanno il via oggi all’Aquila (dopo un rinvio dovuto alla mancanza di un traduttore dall’inglese) le perizie sulle competenze genitoriali di Nathan Trevallion e Catherine Birmingham, i genitori della cosiddetta famiglia del bosco di Palmoli, la cui vicenda nelle ultime ore ha vissuto un nuovo colpo di scena: i legali della coppia hanno infatti presentato un esposto contro l’assistente sociale nominata dal Tribunale per i minorenni dell’Aquila, Veruska D’Angelo, contestandone l’operato nel percorso che ha portato, a novembre, all’allontanamento dei bambini e al loro collocamento in una casa famiglia. Ad essere messa in discussione la neutralità della professionista, accusata di non aver mantenuto l’equidistanza richiesta dal ruolo di curatrice dei diritti dei minori e di aver assunto un atteggiamento pregiudizievole e ostile. 
«Il caso di Palmoli segnala un dato culturale preoccupante. C’è una tendenza diffusa, di cui alcuni media si sono fatti portavoce, che vorrebbe limitare le possibilità di intervento di protezione dei minori a pochi casi estremi. Ma questo abbassa il livello di tutela sia da parte del sistema giudiziario sia da parte del welfare, ed espone bambini e ragazzi a gravi rischi. Per questo noi magistrati minorili diciamo no. Si tratta di una china pericolosa». Lo spiega Claudio Cottatellucci, presidente dell’Associazione magistrati per i minori e per la famiglia (Aimmf). Domani, in occasione dell’inaugurazione dell’anno giudiziario, nelle diverse sedi di corte d’appello verrà letto un comunicato in cui sono sintetizzate le ragioni di una preoccupazione diffusa e condivisa. A parere dei giudici minorili, il caso della famiglia nel bosco rischia di diventare il paradigma di un revisionismo culturale che vorrebbe cancellare mezzo secolo di riflessioni giuridiche e di ricerche scientifiche nell’ambito della pedagogia e della psicologia.
Presidente, una presa di posizione molto forte dopo tre mesi di polemiche per la vicenda di Palmoli che hanno messo nel mirino il sistema giudiziario minorile. Perché ritenete che queste accuse siano fuori bersaglio?
Perché non tengono conto di una grave criticità. Se viene limitata la nostra possibilità di intervento, i minori saranno meno tutelati. Diciamolo più chiaramente. Si sta introducendo un modo di pensare per cui tutto quello che riguarda la famiglia deve rimanere nell’ambito della famiglia senza alcuna possibilità di intervento da parte di chi è chiamato proprio a tutelare i membri più deboli della famiglia stessa.
Sta dicendo che c’è chi vorrebbe il ritorno del padre-padrone?
Purtroppo sì. Il potere insindacabile dei genitori sui figli rischia di riportarci alla logica della vecchia “patria potestà”. Ma oggi noi parliamo di responsabilità genitoriale proprio per sottolineare che i minori sono portatori di diritti che i genitori non possono limitare. E, quando questo avviene, quando si presentano quelli che noi definiamo “gravi pregiudizi” per i minori, abbiamo il dovere di intervenire.
Nella vicenda di Palmoli non tutto però è stato chiarito in modo adeguato. Qual è il “grave pregiudizio” che è stato ravvisato in questo caso?
Direi che alla base del clamore mediatico montato su questa vicenda c’è un grave equivoco. Si continua a ripetere che l’allontanamento di un minore viene disposto sulla base dell’articolo 403, cioè per gravi motivi che possiamo sintetizzare nel pericolo di abusi sessuali e di maltrattamenti. Ma in questo caso, e l’ordinanza del tribunale per i minorenni dell’Aquila lo dice chiaramente, l’articolo 403 che impone interventi della massima urgenza non c’entra nulla. Qui la disposizione è stata emessa sulla base dell’articolo 473 bis, punto 22 del codice di procedura civile che non prevede un’azione della massima urgenza. Diciamo che si tratta di un procedimento ordinario sulla responsabilità genitoriale come se ne aprono ogni anno a migliaia. Ci sono state convocazioni, udienze, incontri tra le parti e alla fine il tribunale ha deciso di emettere un provvedimento temporaneo. L’allontanamento cioè non chiude la vicenda ed è destinato ad essere rivisto.
D’accordo, ma le domande sull’allontanamento rimangono. Era proprio necessario?
Per 13 mesi il tribunale aveva impartito prescrizioni che non state osservate e non è stato neppure possibile mantenere aperto un canale di comunicazione con i genitori. Neppure i servizi sociali, secondo quanto si legge nel provvedimento, erano riusciti a mantenere aperto quel contatto. Qui sono in gioco diritti costituzionali di cui i minori sono portatori a prescindere dai genitori. Questi diritti non possono essere mai sospesi, qui parliamo del diritto alla salute e del diritto alla vita di relazione. Quando questi diritti vengono annullati o limitati il tribunale ha il dovere di intervenire. Vorrei segnalare che 13 mesi nella vita di un bambino sono importanti. Il tempo passava e non si riusciva ad agire in alcun modo.
Secondo i genitori questi diritti venivano in qualche modo incanalati secondo uno stile di vita alternativo che però, a loro parere, garantiva ai figli tutto quanto necessario.
I genitori possono scegliere lo stile di vita che preferiscono. Ma se questo stile di vita lede uno o più diritti dei figli siamo di fronte a un abuso. Qui c’è stata da parte del Tribunale per i minorenni un’ingerenza finalizzata alla protezione. Ai figli veniva imposta una vita di segregazione tale per cui questi ragazzi sarebbero arrivati all’età dell’adolescenza senza contatti significativi con i coetanei. E questo si configura come grave negazione di un diritto.
Ritiene che, prima di decidere l’allontanamento, siano state verificate tutte le ipotesi alternative?
Ma certamente. Da quanto emerge dal dispositivo, i servizi sociali hanno tentato in tutti i modi di stabilire un patto con la famiglia. Purtroppo si è creata una frattura che non ha potuto in alcun modo essere sanata.
Il presidente dell'Aimmf Claudio Cottatellucci
Il presidente dell'Aimmf Claudio Cottatellucci
Siamo proprio di fronte a una situazione di extrema ratio?
Certo, ma attenzione... c’è chi continua a ripetere questa cosa per arrivare a una pericolosa restrizione della categoria del pregiudizio. Non è vero, e mi sembra giusto ribadirlo, che l’allontanamento è possibile sulla base del nostro codice solo quando ci sono abusi sessuali oppure gravi episodi di maltrattamento. Questa è una logica giuridica che abbiamo superato da almeno trent’anni. Esistono altre situazioni come la trascuratezza grave, la violenza assistita o la privazione sistematica di diritti costituzionali che si configurano come maltrattamenti e impongono l’intervento del giudice minorile. Certo, vanno esaminati caso per caso, con pazienza. Qui è stato proprio fatto così. La negligenza di un genitore non produce danni immediati, ma limita fortemente lo sviluppo psico-fisico del bambino.
In questi mesi si è detto spesso che nei loro interventi i giudici minorili impiegano due pesi e due misure. Nel caso della “famiglia nel bosco” estrema rigidità, in tante altre circostanze, come i bambini che vivono nei campi Rom, si preferisce non intervenire. Qual è la sua opinione?
Nessun intervento di adottabilità o di sospensione della responsabilità genitoriale si può fare su base etnica. Ma detto questo, ricordo che ci sono ricerche scientifiche che, a proposito degli interventi sui minori nei campi Rom, dicono esattamente il contrario. C’è una ricerca realizzata nella regione Lazio dal 2006 al 2012. Si intitola “Mia madre era rom” e analizza i fascicoli del Tribunali per i minorenni. Ne emerge che in quel periodo è stato dichiarato adottabile un bambino Rom su 30, mentre per la popolazione non Rom i dati parlano di un bambino su 1.250. Quindi il rapporto è molto diverso che ci dice due cose: il fenomeno dei minori Rom è sempre stato molto centrale per la giustizia minorile, con migliaia di procedimenti aperti, ma ci dice anche l’estrema difficoltà della vita nei campi nomadi.
Come valuta la scelta della Garante per l’infanzia e l’adolescenza di rimettere in fila tutto quanto riguarda il problema dell’allontanamento dei minori?
Non si può che essere d’accordo con lei. Abbiamo già detto, e concordiamo sul fatto che l’allontanamento deve rappresentare l’extrema ratio, e va deciso solo dopo aver cercato un’alleanza possibile con i genitori. Ma direi che questo rientra già nelle buone prassi adottate dai tribunali per i minorenni e dai servizi sociali. Il problema, come detto, è stabilire la soglia della cosiddetta extrema ratio.

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