Milano Cortina, resta accesa la scintilla della speranza
Il messaggio dalla chiusura delle Paralimpiadi. Malagò: «Mentre sembrano prevalere i tamburi e le bandiere di guerra, noi abbiamo parlato insieme di pace, amicizia, rispetto e inclusione»

Quando la piccola Sofia, seduta sulla sua sedia a rotelle, soffia sul lume che spegne virtualmente le due fiamme dei bracieri paralimpici di Milano e Cortina, dentro di noi passa un brivido. Non è la solita malinconia per la fine di una grande manifestazione sportiva che, dalla cerimonia di apertura dei Giochi olimpici invernali Milano-Cortina 2026 fino alla chiusura dei Giochi paralimpici, ha regalato oltre un mese di medaglie, emozioni e visibilità internazionale al nostro Paese.
No. Quello che speriamo, guardando quel gesto semplice e simbolico, è che il sogno della piccola Sofia Tansella – performer e influencer, guida luminosa della cerimonia finale – non si spenga insieme a quelle due fiamme.
Sono ben altri i fuochi che vorremmo vedere spegnersi oggi. Quelli della guerra mondiale, ormai non più tanto “a pezzi”, che continua a dilagare infiammando il Medio Oriente oltre alle martoriate Gaza e Ucraina.
Dall’Italia che ripudia la guerra e che pure qualcuno vorrebbe trascinare nei conflitti globali arriva invece da Cortina un messaggio forte e chiaro: speranza. Le parole di Giovanni Malagò, presidente della Fondazione Milano Cortina, lo riassumono bene: «Credo in una semplice parola che ci unisce tutti, indipendentemente dall’età, dalla condizione o dalla nazionalità: speranza. Speranza che lo sport e i suoi valori possano plasmare un futuro migliore per l’umanità. In un momento in cui sembrano prevalere i tamburi e le bandiere di guerra, noi abbiamo parlato insieme di pace, amicizia, rispetto e inclusione».
E ancora: «Contro le immagini di brutalità e distruzione abbiamo innalzato quelle di una competizione leale, costruendo solidarietà e aprendo nuovi orizzonti. Non è un’illusione: la scintilla della speranza brilla in ogni atleta che abbiamo applaudito, in ogni gesto che abbiamo ammirato, in ogni medaglia che abbiamo celebrato».
Non dimentichiamo che queste sono state le Olimpiadi e le Paralimpiadi più grandi di sempre per copertura mediatica televisiva e digitale. Solo la cerimonia di apertura dei Giochi olimpici allo stadio di San Siro, lo scorso 6 febbraio, è stata vista da due miliardi di persone nel mondo, con mezzo miliardo di interazioni social e oltre un miliardo e mezzo di contatti. Un record mediatico, certo. Ma anche una straordinaria cassa di risonanza per un messaggio di pace e di unità. «Questa sera da Cortina il nostro Paese abbraccia il mondo», è stato detto. E lo ha fatto con uno spettacolo abbagliante, ma carico di significato.
L’Italia lascia così il suo “Italian souvenir”, ben diverso dal solito cliché – per quanto rispettabile – di pizza e mandolino. Anche se il tiramisù è diventato il piatto più fotografato e condiviso sui social dagli atleti di tutto il mondo, tanto che ha ringraziato l’Italia anche il presidente del Comitato paralimpico internazionale Andrew Parsons.
Dalla prima cerimonia di apertura allo stadio di San Siro, passando per l’Arena di Verona per la chiusura delle Olimpiadi il 22 febbraio e l’apertura delle Paralimpiadi il 6 marzo, fino allo spettacolo finale di domenica sera curato da Casta Diva con la visione artistica di Angelo Bonello, emerge un’immagine precisa: chi siamo oggi.
Un’Italia elegante e contemporanea. L’Inno cantato con intensità da Arisa. La musica elettronica incalzante del dj tetraplegico e attivista Gabriele Capponi. Le coreografie poetiche che costruiscono montagne di ghiaccio, simbolo di un percorso in cui “l’ostacolo diventa trampolino e il limite si trasforma in orizzonte”.
Su quella montagna simbolica sale Giorgia Capponi che, nonostante abbia perso una gamba a sette anni per un osteosarcoma, non ha rinunciato al sogno dello sport. Poi Dergin Tokmak che, con le sue stampelle trasformate in strumenti di danza, dimostra la straordinaria arte che lo ha reso celebre anche al Cirque du Soleil.
E soprattutto loro: gli atleti paralimpici. Con la loro determinazione, la fatica, il coraggio e quei sorrisi che raccontano più di mille discorsi. Sono loro a ricordarci che sì, si può non solo immaginare un futuro diverso, ma anche costruirlo.
È vero, come ha detto Malagò: «La scintilla della speranza brilla in ogni atleta che abbiamo visto qui». Dalle Olimpiadi alle Paralimpiadi si è respirata un’aria rara: stima, rispetto, fratellanza.
Infine le bandiere. La bandiera con i tre Agitos delle Paralimpiadi, mentre nello stadio risuonava l’inno paralimpico, è stata ammainata dagli Alpini. Anna Scavuzzo, vicesindaca di Milano, e Gianluca Lorenzi, sindaco di Cortina, l’hanno consegnata al presidente dell’IPC Andrew Parsons, che a sua volta l’ha affidata ai rappresentanti delle regioni francesi Provenza-Alpi-Costa Azzurra e Alvernia-Rodano-Alpi che ospiteranno i Giochi Olimpici invernali nel 2030.
La speranza passa così di mano. La Francia issa il proprio vessillo sulle note rivisitate della Marsigliese: non più trionfante inno di battaglia, ma un recitativo quasi dolente, pensoso. La fiamma si spegne. Ma la scintilla resta
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