Tra gli attivisti di Minneapolis. «Dobbiamo restare uniti, ce l'ha insegnato il caso Floyd»
di Elena Molinari, inviata a Minneapolis
Davanti al memoriale nato dopo la morte di Alex Pretti ad opera degli agenti dell'Ice, si raccolgono voci e storie di resistenza alla violenza. «I nostri figli non devono più vedere gente portata via con la forza». Il cardinale Parolin: «In quella città fatti inaccettabili»

«Tocca a noi reagire e fare tutto quello che possiamo. È sufficiente restare all’angolo della strada con una candela? Certamente no».
Le parole di Katie Bartlett sono spezzate dal freddo e dalla rabbia. Attorno a lei ci sono decine di colleghi di Alex con i pantaloni di tela dell’uniforme sotto i giacconi. Davanti all’ospedale per i reduci militari dove lavorava Pretti, ucciso sabato scorso da agenti federali, la veglia è stata organizzata all’ultimo momento, proprio per evitare un intervento dell’Ice. Ci sono 25 gradi sotto zero e attraverso i passamontagna, le nuvolette di fiato portano frasi pesanti. «Sono arrabbiata per quello che sta succedendo ai miei vicini – racconta, stringendo con il guanto, oltre alla candela, il cartello: “Ice via dal Minnesota.” –. Ho due figli piccoli che non dovrebbero vedere tutto questo, e non dovrei vedere persone portate via a forza dalle loro case. Siamo qui per sostenere chi ha paura di uscire di casa». Poi fa un riferimento che a Minneapolis resta una ferita mai del tutto chiusa: «Abbiamo imparato molto da George Floyd. Siamo più organizzati. Se restiamo insieme, possiamo cambiare le cose».
La cronaca le dà ragione. Ieri gli agenti della U.S. Border patrol, la polizia frontaliera (non quelli dell’Ice, però) coinvolti nell’uccisione di Pretti sono stati messi in congedo amministrativo. Gli agenti non sono stati identificati pubblicamente. Intanto, secondo il New York Times, l’Amministrazione Trump ha rimosso dal Minnesota e silenziato sui social il comandante “falco” della Border patrol Gregory Bovino, mentre lo zar delle frontiere Tom Homan avviava un dialogo con le autorità locali.
Sono anche emersi i primi elementi dell’indagine del governo sull’uccisione di Pretti e la valutazione preliminare delle autorità federali smentisce la versione iniziale dell’Amministrazione Trump: nessuna menzione del fatto che l’infermiere avesse impugnato un’arma. Il 37enne sarebbe stato colpito da due agenti – uno della Border Patrol e uno dell’Ice – dopo aver rifiutato di spostarsi dalla strada. I funzionari avevano parlato di un aggressore armato, ma i video della folla avevano mostrato che la pistola era nella fondina e che l’arma era stata rimossa dagli agenti prima degli spari.
Fatti che ieri il cardinale Pietro Parolin ha definito inaccettabili: «Non possiamo accettare episodi del genere – ha detto il segretario di Stato vaticano –. Le difficoltà, i problemi, le contraddizioni si risolvono in altro modo». Ma se quelle immagini e l’orrore provocato hanno costretto Donald Trump a correggere la rotta, facendogli accennare a un possibile ritiro dell’Ice da Minneapolis, ieri il presidente ha di nuovo irrigidito i toni. Su Truth, ha attaccato il sindaco democratico della città Jacob Frey, accusandolo di violare la legge federale sull’immigrazione, nonostante – ha sottolineato – un colloquio «molto positivo» tra i due. Frey aveva ribadito che la polizia cittadina deve garantire la sicurezza, non far rispettare le leggi federali sull’immigrazione, perché tutti devono sentirsi al sicuro quando chiamano i soccorsi. Lo scontro continua anche nelle aule dei tribunali. Un giudice ha bloccato l’espulsione di Liam, il bambino di cinque anni fermato in Minnesota durante un’operazione dell’Ice contro il padre fin quando il contenzioso è in corso. La tensione resta palpabile anche sul piano politico. Martedì sera la deputata democratica Ilhan Omar è stata aggredita durante un incontro pubblico a Minneapolis dove aveva chiesto le dimissioni della ministra alla Sicurezza interna Kristi Noem: un uomo le ha spruzzato addosso una sostanza non identificata.
Nata in Somalia e giunta negli Stati Uniti come rifugiata, Omar è la prima donna di colore a rappresentare il Minnesota alla Camera ed è stata spesso descritta da Trump come «spazzatura». «Sono stata attaccata, ma non sarò intimidita. Continuerò a parlare per la mia comunità», ha detto dopo l’aggressione. Sul fronte istituzionale incombe ancora il rischio di uno shutdown. Il Congresso ha tempo fino alla mezzanotte di sabato per evitare la chiusura parziale del governo legata ai finanziamenti al dipartimento per la Sicurezza. Il segretario al Tesoro Scott Bessent ha detto che Trump è impegnato ad evitarla, ma i democratici minacciano di bloccare il provvedimento se non verranno imposti limiti all’Ice. Nel dibattito è tornato a intervenire anche Barack Obama, denunciando le tattiche federali in Minnesota come una minaccia alle libertà fondamentali, invitando gli americani a «uscire dall’angolo». Un messaggio che risuona forte a Minneapolis.
Alla fine della veglia davanti all’ospedale, le candele sono state deposte per terra, dove resteranno accese tutto il giorno e tutta la notte. Un uomo con un cartello – «Riposa in pace Alex» – vede le fiammelle che tremano nel gelo come un segno di speranza. «Siamo qui per stare uniti contro l’ingiustizia che vediamo dal governo federale — dice —. Anche nei momenti più bui c’è luce. Per me è vedere migliaia di persone comuni che fanno la loro parte con quello che hanno».
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