L'Armata di Trump, le minacce degli ayatollah: in Iran la tensione è di nuovo alle stelle
di Nello Scavo, inviato a Gerusalemme
La diplomazia lavora a disinnescare la crisi, mentre c’è chi invoca un raid per decapitare «l’Asse del male». Il segretario di Stato americano, Rubio: «In atto manovre per difenderci da una possibile minaccia». Teheran: «Se attaccati colpiremo Tel Aviv»

La resa dei conti con l’Iran resta una questione di ore, ma soprattutto di parole. In pubblico i leader si scambiano minacce di apocalisse; dietro le quinte misurano margini ormai ridotti per una soluzione diplomatica che appare più evocata che realmente perseguita. Da Teheran si leva la consueta retorica della sfida, mentre a Washington il segretario di Stato Marco Rubio prova a riportare il confronto su un terreno di calcolo e prudenza. «Nessuno sa» chi prenderebbe il potere in Iran se Ali Khamenei venisse rimosso, ha ammesso davanti alla commissione Esteri del Senato, definendo uno scenario del genere «molto più complesso» di quello venezuelano e bisognoso di una riflessione «molto attenta». Parole che contrastano con i toni di Donald Trump, tornato su Truth a ribadire che il tempo per «sedersi al tavolo» sul nucleare «sta per scadere» e che «il prossimo attacco sarà molto peggio» di quello di giugno. Da Teheran, un alto consigliere della guida suprema ha avvertito che «qualsiasi azione militare» americana «scatenerà una rappresaglia non solo contro obiettivi statunitensi e israeliani, ma contro qualsiasi nazione che li sostenga», mentre il ministro degli Esteri Abbas Araghchi insiste nel rivendicare un dialogo «basato sul rispetto e sugli interessi reciproci», accompagnato però dall’avvertimento che le forze armate iraniane hanno «il dito sul grilletto».
Diverse fonti israeliane riferiscono che Trump stia valutando un’operazione ampia, non limitata a colpire infrastrutture, ma orientata a disarcionare il vertice degli ayatollah e favorire una transizione. I telegiornali regionali rilanciano il messaggio di Ali Shamkhani, consigliere della guida suprema, secondo cui «qualsiasi azione militare americana sarà considerata l’inizio di una guerra» e riceverà una risposta «immediata e senza precedenti», diretta «al cuore di Tel Aviv». Sul fronte opposto, la minaccia americana prende una forma sempre più concreta. «Una massiccia Armada si sta dirigendo verso l’Iran», ha scritto Trump, descrivendo una flotta «più grande» di quella inviata in Venezuela, guidata dalla portaerei Abraham Lincoln e pronta ad agire «con velocità e violenza, se necessario». Rubio ha cercato di ricondurre il dispiegamento a una logica di autodifesa, parlando della necessità di «posizionare risorse» per proteggere personale e alleati da possibili attacchi iraniani, ma ha anche sottolineato come l’Iran sia «più debole che mai», stretto da un’economia al collasso e da tensioni sociali destinate, a suo avviso, a riemergere. In Europa, il cancelliere tedesco Friedrich Merz ha dichiarato che «i giorni della Repubblica islamica sono contati», mentre a Bruxelles si discute un inasprimento delle sanzioni e, su impulso italiano, l’eventuale inserimento dei Guardiani della Rivoluzione nella lista delle organizzazioni terroristiche dell’Ue. Pechino, per bocca dell’ambasciatore all’Onu Fu Cong, ha messo in guardia il Consiglio di Sicurezza contro ogni «avventurismo militare», invitando a non «gettare benzina sul fuoco». Più misurato, ma non meno significativo, il monito del Cremlino, tradizionale alleato di Teheran, mentre l’Iran ha diffidato i Paesi arabi vicini dal concedere basi per eventuali attacchi Usa.
Fonti di intelligence assicurano che lo schieramento americano nella regione sia ormai pronto e che una serie di obiettivi — dai siti militari ai centri di potere dei pasdaran — sia già nel mirino. Nel Golfo opera il gruppo d’attacco della Abraham Lincoln, affiancato da tre cacciatorpediniere, sei navi da guerra e aerei stealth F-35C; la Bbc segnala inoltre l’arrivo di caccia F-15, decine di aerei cargo e rifornitori, oltre a droni e velivoli spia osservati nei pressi dello spazio aereo iraniano. Secondo analisti occidentali, parte di questi assetti trasporterebbe sistemi aggiuntivi di difesa aerea, a conferma della volontà di proteggere basi e alleati da ritorsioni. Anche Londra ha inviato uno squadrone di Typhoon «per rafforzare la sicurezza regionale». Sul tavolo della Casa Bianca restano diverse opzioni: colpire infrastrutture militari, indebolire l’apparato repressivo interno o tentare una decapitazione della leadership, la scelta più rischiosa e imprevedibile. Araghchi continua a richiamare la disponibilità iraniana a un «accordo nucleare equo» che garantisca «l’assenza di armi atomiche», ma dopo migliaia di morti nelle repressioni interne e decine di migliaia di arresti, la promessa di fermare l’arricchimento dell’uranio potrebbe non bastare più. L’Italia, intanto, ha ordinato l’evacuazione del personale non indispensabile dalla sua ambasciata a Teheran. Come se non bastasse, il regime deve fronteggiare anche una nuova emergenza interna: un terremoto di magnitudo 4,1 ha colpito l’Iran centro-meridionale e il blocco delle comunicazioni rende impossibile sapere se vi siano vittime. In un Paese sospeso tra minaccia esterna e fragilità interna, la diplomazia sembra arretrare, mentre la forza armata avanza, silenziosa e già schierata.
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