Starmer a Pechino: perché l'Europa (e non solo) fa la fila per andare alla corte di Xi Jinping
di Luca Miele
"La Cina è un attore fondamentale sulla scena mondiale, vogliamo costruire un rapporto più sofisticato". Il prossimo mese tocca al cancelliere tedesco Merz

Se non è una fila, le assomiglia molto. Nelle agende dei leader europei (ma non solo) sembra essere esplosa una sola urgenza: andare a Pechino. Alla corte di Xi Jinping. Dopo Francia, Corea del Sud, Irlanda, Canada e Finlandia – mentre il prossimo mese toccherà al cancelliere tedesco Friedrich Merz – è la volta di Keir Starmer di timbrare il cartellino in Cina, la prima visita di un premer britannico in otto anni. Immancabile la “coda”: Starmer è stato accompagnato da una mega delegazione di cui fanno parte il ministro del Commercio, Peter Kyle e la numero due del Tesoro, Lucy Rigby, oltre a una sessantina fra uomini d'affari di spicco ed esponenti della cultura. Immancabili anche le dichiarazioni di rito con cui Starmer e la controparte cinese hanno sottolineato l’importanza strategica della missione. "La Cina è un attore fondamentale sulla scena mondiale ed è fondamentale costruire un rapporto più sofisticato", ha sintetizzato il premier britannico. Sono stati raggiunti "progressi veramente positivi", ha aggiunto. Da parte sua, il padrone di casa Xi ha fatto sapere di ritenere un "imperativo" stabilire "più dialogo" tra Cina e Gran Bretagna.
Il gelo che sembrava aver avvolto le relazioni tra Cina e Europa è dunque già un ricordo lontano? Gli allarmi lanciati periodicamente – uno a caso: un rapporto dei servizi segreti britannici del 2023 bollava la Cina come una "sfida epocale" per la sicurezza della Gran Bretagna – si sono spenti? D’altronde come si fa a ignorare un gigante – come la Cina – che oggi sforna circa un terzo di tutti i beni mondiali, lavora oltre il 90% delle terre rare e produce circa il 60-80% di tutti i pannelli solari, turbine eoliche e veicoli elettrici del mondo? il surplus commerciale della seconda economia mondiale ha peraltro raggiunto il record di 1,2 trilioni di dollari nel 2025, con gli afflussi mensili di valuta estera che hanno toccato i 100 miliardi di dollari.
Prima di volare alla volta di Pechino, Starmer ha tenuto a sottolineare che Londra non sarà obbligata a "scegliere" tra le relazioni con gli Stati Uniti o con la Cina. Dichiarazione che racchiude l’atteggiamento di Downing Street: pragmatismo, equilibrismo. E cautela. Da una parte c’è la relazione forte con l’America di Trump (ma anche il timore di essere “bullizzati”, nella consapevolezza di quanto rapidamente la diplomazia economica possa trasformarsi in guerra economica), dall’altra la volontà – come scrive il sito di analisi Asia Times - della Gran Bretagna di “puntare a monetizzare l'imminente era di frammentazione geopolitica. La globalizzazione non è finita; si è frammentata. Commercio, tecnologia e capitali ora si muovono attraverso canali politici concorrenti. I governi stanno plasmando le catene di approvvigionamento, le valute stanno rispondendo ai segnali diplomatici e gli investitori sono costretti a "prezzare la politica" con la stessa intensità di guadagni e inflazione. Il viaggio di Starmer a Pechino è una scommessa sul capitalismo multipolare”. Tra le “cautele” – anche queste più rituali che sostanziali – ci sono alcuni dossier caldi. Starmer ha riferito di aver sollevato questioni sensibili nell'incontro avuto con il presidente Xi Jinping, tra cui il caso del magnate di Hong Kong dell'editoria pro-democrazia Jimmy Lai, e il nodo dei diritti umani, citando l'etnia uighura, la minoranza musulmana dello Xinjiang.
E la Cina? Il gigante asiatico sembra voler approfittare del “ritiro” e dell’aggressività Usa per accreditarsi come un partener “affidabile e stabile”. lavorando a un ordine mondiale sempre più sino-centrico. Come sottolinea la Reuters, Pechino “ha concentrato la sua attenzione sul rafforzamento dei legami con partner chiave, tra cui Canada e India”. L’obiettivo è “rafforzare i legami con gli alleati degli Stati Uniti in un momento in cui le politiche di Washington hanno destabilizzato i partner”. Pechino, insomma, punta a incrementare anche un capitale immateriale: quello della fiducia.
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