Riformisti fuori e dentro il Pd, che cosa sta succedendo

La minoranza del partito è in fermento ma resiste, in attesa del Congresso. Picierno: «Vogliamo il confronto nel partito». Ma fuori si moltiplicano le proposte
January 29, 2026
La segretaria del Pd Elly Schlein con il senatore dem Graziano Delrio, esponente dell'area riformista del partito
La segretaria del Pd Elly Schlein con il senatore dem Graziano Delrio, esponente dell'area riformista del partito
C’è un’area riformista che sopravvive nel Partito democratico. Ci sono “partiti satellite”, che esercitano poco appeal nell’elettorato, che si muovono nel campo riformista. C’è una tensione riformista nel Paese che non trova rappresentanza politica e incarna una buona fetta di quanti, in numero sempre crescente, disertano le urne di elezione in elezione. E c’è un movimento dietro le quinte che cerca di sollecitare gli elettori che si allontanano dalla politica (finendo spesso per disdegnarla e perfino disprezzarla), che cerca un canale di dialogo per rimettere al centro i cittadini (tensione su cui punta da destra anche Forza Italia, con il suo tentativo di accordo con Azione di Carlo Calenda). Dire che qualcosa si muove, però, è ancora ottimistico. Perché tutto quello che prova a muoversi – e non è poco – si arena sugli spazi esigui di visibilità di un modo di interpretare la politica soffocato dalla polarizzazione dei partiti più grandi.
Di certo l’area interna al Pd ha – dopo mesi e mesi di richieste – l’occasione di uscire allo scoperto nella Direzione che la segretaria Elly Schlein ha promesso per la prossima settimana. Il malessere fatica ormai a restare sopito. Tante le occasioni recenti che hanno acceso i fari su una minoranza divenuta più fragile numericamente dopo la convergenza di Stefano Bonaccini (che ne era la guida, con la mozione sconfitta da Elly Schlein alle primarie del 2023) con la maggioranza della segretaria. Una minoranza invitata elegantemente a farsi da parte da molti esponenti della sinistra dem, tra i quali l’autorevole Goffredo Bettini, in contrasto con la finalità del Pd, che era nato dalla fusione di Ds e Margherita, in pieno spirito maggioritario, per far convivere in un’unica casa istanze alleate per affinità elettiva.
Ma per ora l’invito è stato declinato. Prevale piuttosto la volontà di tenere duro in attesa della riunione della Direzione, e questo, secondo la vicepresidente del Parlamento Europeo Pina Picierno, «è, per noi, la dimostrazione della volontà di fare una discussione politica dentro il Pd». Secondo la lettura diffusa nella minoranza della strategia di Schlein, l’obiettivo di Largo del Nazareno è puntare al referendum (con i “No” in crescita) e in base al risultato anticipare il congresso, che disegnerebbe anche la mappa delle liste elettorali. Sarebbe questo il motivo del rinvio da quasi un anno di una riunione chiarificatrice, che però la segretaria ieri ha assicurato di voler fissare a giorni.
Lia Quartapelle ricorda che il mandato della prima donna leader del Pd, Schlein, scade comunque a febbraio del 2027 e che il Congresso, da statuto, inizierà a fine 2026. Insomma, la battaglia si fa da dentro e l’occasione non è in ogni caso così lontana. «Per andarcene abbiamo avuto nel tempo tante occasioni, ma sono convinta che il Pd sia più forte con le sue diverse istanze. Bisogna solo valorizzare la sua natura democratica. Anzi - fa presente la deputata dem -, noi stiamo lavorando a una serie di appuntamenti tematici per dare un contributo alle proposte in agenda». Certo, aggiunge pensando al disegno di legge sull’antisemitismo di Graziano Delrio, «se poi chi ha il ruolo di fare sintesi risponde come un caporale di caserma, con un abuso di autorità… Ma noi non rispecchiamo una posizione personale». Quartapelle, come i suoi colleghi riformisti, cerca di dare voce a istanze dei cittadini, convinta che siano avvertite da una buona fetta dell’elettorato: «Perciò, siccome vogliamo recuperare interesse tra gli elettori - conclude - ci aspettiamo più aperture su quelle che oggi sono posizioni aggiuntive».nn
Più scettico, però, è un altro pezzo della minoranza, che guarda con interesse a quanto si muove fuori dalle mura del Nazareno. Il problema che assilla chi non si ritrova con la segretaria è la sua «radicalità» e la mancanza di «buon senso». «Siamo diventati un partito fortemente identitario di una certa sinistra», confida un parlamentare che preferisce non essere citato. All’inizio, spiega, era una scelta, quella della piazza, per recuperare l’elettorato di sinistra, che preferiva il M5s. Di qui il riavvicinamento alla Cgil e soprattutto la presenza della segretaria in tutte le manifestazioni, sempre in prima linea tra una folla che le chiedeva di esserci e la premiava con i voti alle europee e nelle tante competizioni locali. Una linea vincente, dunque, che però oggi sembra non dragare più nuovi consensi.
«La Cgil non è l’unico sindacato», spiega un altro parlamentare, che non ha apprezzato la forte presa distanze da Cisl e Uil, più disposte a trattare con il Governo. E ancora torna a galla la reazione forte contro il ddl Delrio. Per altro il senatore, personalità autorevole del Pd che ha ricoperto diversi incarichi interni e nei governi di centrosinistra, preferisce non esprimersi, ma la sua delusione per la gestione della vicenda è facilmente intuibile. Piuttosto, l’ex ministro continua a tenere un dialogo con il mondo riformista cattolico e con quello liberal-socialista. E potrebbe valutare una proposta credibile fuori dal Pd.
In ogni caso, conferma Filippo Sensi, la battaglia si fa da dentro il partito. «Il Pd ha una cultura di governo – spiega il senatore, soddisfatto per l’imminente riunione della Direzione - . E la cultura riformista nasce nel Pd, con l’ambizione di andare al governo, guardando a sinistra come al centro, alla società civile come al mondo ambientalista. Penso ai partiti socialdemocratici. Al discorso pronunciato a Davos dal presidente del Canada, Mark Carney. Ecco, questi sono i riferimenti del Pd».
Di certo il risultato del referendum sarà un’occasione per contarsi. «Così come lo saranno le primarie di coalizione», secondo il costituzionalista dem Stefano Ceccanti, tra i promotori della campagna per il Sì al referendum di marzo sulla separazione delle carriere. «Moro e Zaccagnini commissariarono Fanfani per l’esito del referendum sul divorzio», ricorda.
La polarizzazione del dibattito interno, dunque, porta qualcuno a guardare a quanto si muove intorno, nel ricordo di una Margherita che tanto slancio aveva dato alla politica riformista. Di certo non c’è grande fiducia nella “Margherita 4.0” proposta di recente da Matteo Renzi. O meglio, non c’è fiducia in Renzi, che secondo i riformisti dem ha dilapidato, con Calenda, un patrimonio di consensi solo a causa delle rispettive personalità ingombranti. Ma tra i riformisti il leader di Italia viva non può essere ignorato. Il suo lavoro per portare acqua al mulino della segretaria del Pd viene guardato con flebile fiducia ma grande interesse.
Più prudenza ancora sul lavoro in progress di Alessandro Onorato, fondatore di Progetto civico Italia, del sindaco di Milano Giuseppe Sala e della sindaca di Genova Silvia Salis.
Un lavoro capillare lo sta conducendo anche Ernesto Maria Ruffini, ex direttore dell’Agenzia delle Entrate, promotore dei comitati Più Uno. Sul suo nome autorevole si è fantasticato molto, ma Ruffini spiega: «Sto cercando di dare un contributo al centrosinistra per provare a riportare le persone a votare, a occuparsi della politica, del bene comune. Gli schemi, le sigle sono un rimescolamento di carte di un mazzo che si riduce sempre di più. Assistiamo a un avvizzimento della democrazia. A un gioco di specchi di sigle che porta all’autoconservazione» che non è la strada per riaccendere la fiducia degli elettori, ragiona. Una partita fondamentale per i riformisti. Se qualcuno la vincesse, porterebbe a casa due risultati: un successo in termini di voti, ma soprattutto un passo avanti per la democrazia.

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