Minneapolis cuore d'America. «Oggi protesta di piazza contro l'Ice»
di Elena Molinari, inviata a Minneapolis
Appelli online, inviti a mobilitarsi in Minnesota e in tutti gli Stati: oggi va in scena una "serrata nazionale" contro le violenze degli agenti di Trump. In pochi credono che il cambio ai vertici della milizia deciso dalla Casa Bianca possa placare le acque

Parte da qui, dal cuore gelato del Midwest, la chiamata a una “serrata nazionale” contro l’Ice di Donald Trump: niente lavoro, niente scuola, niente shopping per l’intera giornata di oggi e manifestazioni in tutte le città Usa per protestare contro la stretta di Donald Trump e le uccisioni di due cittadini americani da parte di agenti federali in città. «Quello che sta accadendo è tirannia, pura e semplice, e deve finire», si legge negli appelli rilanciati online, mentre i promotori (universitari, sindacati, associazioni per i diritti civili e per gli immigrati) invitano gli Stati Uniti interi a seguire l’esempio del Minnesota, dove una settimana fa la prima giornata di sciopero aveva già svuotato uffici, negozi e musei.
Su cartelli e volantini tornano con insistenza due nomi: Renée Good, la 37enne madre di tre figli uccisa il 7 gennaio da un agente Ice, e Alex Jeffrey Pretti, l’infermiere di terapia intensiva colpito a morte sabato scorso da agenti di frontiera. Le immagini dei due corpi sull’asfalto, circondati da uomini in mimetica e Suv neri senza insegne, hanno riacceso il trauma di una città dove la ferita della morte di George Floyd non si è mai rimarginata del tutto. Anche un’altra immagine compare spesso negli appelli allo sciopero generale: quella di Liam, il bambino di cinque anni, con il berretto blu con le orecchie da coniglio, portato via dagli agenti in una retata e ora chiuso con il padre in un centro di detenzione in Texas, dove – racconta il deputato Joaquin Castro dopo una visita – il bambino è apatico, mangia poco, chiede della madre e dei compagni di classe. «Liam è il simbolo della disumanità del nostro sistema di detenzione», ha concluso Castro.
Di fronte alla protesta crescente, la Casa Bianca ha mandato a Minneapolis un volto pragmatico della stagione dei raid: Tom Homan, nominato da Trump «commissario» dell’operazione Metro Surge. Ieri, in una conferenza stampa di prima mattina, Homan ha promesso un cambio di metodo, ma non di obiettivo. Gli agenti, ha spiegato, si concentreranno su chi ha precedenti penali o accuse pendenti, abbandonando le retate indiscriminate per strada. «Non stiamo affatto rinunciando alla nostra missione, la faremo in modo più intelligente», ha insistito, chiedendo alle autorità locali pieno accesso alle carceri della contea per prelevare lì le persone ricercate.
Una direttiva interna, che Avvenire ha visto, ordina agli agenti di evitare ogni «comunicazione o ingaggio con agitatori» durante le manifestazioni: dialogare non serve «ad altro che a fomentare la situazione», si legge nell’email, e l’unica voce ammessa è quella di chi impartisce ordini. «Possiamo fare meglio – ha ammesso Homan –. Ma non ci stiamo arrendendo a chi vuole l’abolizione di Ice».
Molti, nelle strade di Minneapolis, interpretano la svolta solo come un ritocco cosmetico alle operazioni per evitare ulteriori danni d’immagine. Le prese di posizione si moltiplicano anche sul fronte giudiziario, in particolare dai tribunali del Minnesota. Il giudice federale John Tunheim ha imposto all’Ice di fermare gli arresti e le deportazioni dei rifugiati regolarmente ammessi negli Stati Uniti e di liberare subito almeno un centinaio di persone fermate nelle retate indiscriminate di gennaio. «I rifugiati hanno il diritto legale di stare in questo Paese, lavorare, vivere pacificamente e, soprattutto, non essere sottoposti al terrore di arresti senza mandato nelle loro case, mentre vanno in chiesa o al supermercato», ha scritto Tunheim nella sua ordinanza.
Sul fronte politico, i due senatori democratici del Minnesota, Tina Smith e Amy Klobuchar, hanno parlato di «emergenza piena» e chiesto riforme strutturali: stop alle pattuglie mobili, formazione obbligatoria, codici di condotta, niente più passamontagna e obbligo di telecamere sul corpo per gli agenti federali. Intanto, a Washington, il braccio di ferro sulla sicurezza interna rischia di far precipitare gli Stati Uniti verso uno shutdown del governo federale. Un’intesa di finanziamento del Dipartimento per la Sicurezza Interna, appena approvata alla Camera, è stata rimessa in discussione proprio dopo l’uccisione di Pretti e la rivolta di Minneapolis: il dibattito è bloccato, e senza un compromesso entro la mezzanotte di domani gli uffici di molte agenzie federali potrebbero restare senza fondi.
Ma l’attenzione di molti americani è già altrove: nelle piazze dove oggi andrà in scena la serrata nazionale che sta raccogliendo adesioni di ora in ora per ricordare Pretti e Good. Che, come ha postato ieri su Instagram l’attrice Jamie Lee Curtis invitando allo sciopero generale, «sono gli americani uccisi dal nostro governo».
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