A Gaza ci sono stati più di 70mila morti. Ora lo conferma anche Israele
di Nello Scavo, inviato a Gerusalemme
Per la prima volta dal 7 ottobre 2023, alcune fonti militari hanno comunicato ai giornali il bilancio delle vittime nella Striscia: c'è identità di vedute con le fonti internazionali sui decessi, non ancora sul numero dei civili e dei terroristi uccisi

Per la prima volta dal 23 ottobre 2023 alcune fonti dell’esercito israeliano hanno confermato ai giornalisti che i morti a Gaza sono più di 70mila. Una cifra a lungo contestata da Tel Aviv, che continua a impedire il libero accesso dei giornalisti internazionali nella Striscia e a limitare i permessi per le organizzazioni internazionali. Con accenti e spiegazioni diverse, fonti militari citate per primi da Haaretz e da Jerusalem Post hanno confermato che circa 70mila abitanti di Gaza sono stati uccisi durante la guerra tra Israele e Hamas. Ad essere contestata, tuttavia, resta la percentuale di morti civili conteggiata dalle Nazioni Unite e le morti di persone sane per fame. Mentre vari gruppi internazionali hanno affermato che la stragrande maggioranza di coloro che sono morti erano civili, le forze armate israeliane sostengono che almeno 25mila degli uccisi erano terroristi di Hamas. Inoltre, hanno presentato prove che, fino all'inizio del 2024 – il periodo in cui Hamas sparava grandi salva di razzi giornalieri – circa il 13 per cento degli ordigni mancava il bersaglio e ricadeva sul suolo dell’enclave, uccidendo molti palestinesi.
Ora che gli occhi del mondo sono puntati sulla partita tra Washington e gli ayatollah, a Gaza vanno avanti le operazioni militari e quelle per ridisegnare i confini. La settimana scorsa diverse organizzazioni internazionali avevano segnalato come la “Linea gialla” – dietro cui si sarebbe ritirato l’esercito israeliano – in realtà è stata spostata più in profondità. Tel Aviv aveva confermato, sostenendo che le mappe con la linea di demarcazione presentate da Trump erano solo «illustrative».
Ma ora ci sono i satelliti a confermare l’esatto posizionamento della “yellow line”, che difficilmente verrà smantellata. «L’esercito israeliano sta trasformando la “Linea gialla” che delimita più della metà della Striscia di Gaza che occupa e controlla in un confine fisico», denuncia uno studio di “Forensic Architecture”. L’analisi delle immagini satellitari effettuata mostra come dopo i barili gialli usati per segnare il confine temporaneo, le forze armate di Tel Aviv abbiano iniziato ad ammassare grandi cumuli di terra per creare una separazione fisica tra la popolazione palestinese costretta a vivere nella metà occidentale dell’enclave e i militari che occupano la metà orientale. Negli scatti del 17 gennaio 2026, si vede un terrapieno di oltre 2 chilometri costruito dall’esercito lungo un tratto di demarcazione a Beit Lahia, nel nord di Gaza. Era spuntato per la prima volta il 13 dicembre 2025. In precedenza, la “Linea gialla” era tracciata solo sulle mappe israeliane o delineata da blocchi fisici – un totale di 38 contati da “Forensic Architecture” – alcuni dei quali sono stati spostati di centinaia di metri più all’interno di Gaza, occupando ancora più terra palestinese. È il caso, tra gli altri, di Jabaliya. Là i terrapieni seguono il percorso dei blocchi gialli che Israele ha distribuito nell’area sotto il suo controllo, ma oltre la linea segnata sulle proprie mappe. Alcuni dei terrapieni sono stati costruiti sulle le strade, tagliandole a metà.
Tracciando i confini della Striscia, sempre più ristretta e sempre meno vivibile. Sono stati gli americani a coniare il nome di “New Gaza”. Per il momento il governo israeliano accetta di parlare solo di “New Rafah”, approvando la ricostruzione della città al sud della Striscia, sul confine con l’Egitto. Del resto sarà quello il biglietto da visita della “Nuova Gaza”, l’unico valico che Tel Aviv autorizza a varcare seppure con il contagocce. Contrariamente a quanto annunciato dal premier Benjamin Netanyahu, i lavori nel sud dovrebbero iniziare prima del completamento del disarmo di Hamas. L’operazione, però, richiede altre negoziazioni internazionali. Gli Usa hanno fatto pressione su Tel Aviv perché non ostacoli i cantieri da approntare sul confine egiziano, dove sono ammassati la gran parte degli sfollati. Israele aveva già rimosso i rifiuti edili e gli ordigni inesplosi dalla zona e aveva approvato la lista di operai e l’elenco degli appaltatori incaricati di realizzare il piano, nell’attesa che vengano determinati i finanziamenti internazionali.
Il valico di frontiera di Rafah, la cui apertura è prevista a breve, consentirà a un massimo di 150 palestinesi al giorno di rientrare nella Striscia, dopo essere stati autorizzati nei due anni di guerra ad allontanarsi. A un numero maggiore verrà consentito di uscire. Secondo il quotidiano Haaretz, questo sbilanciamento sarebbe tra i tasselli del progetto per un progressivo spopolamento della Striscia di Gaza. Le organizzazioni internazionali, pur tra ostracismo e ostacoli, stanno tentando di rilanciare le iniziative per sostenere la popolazione locale. Unicef ha appena annunciato di voler ampliare l'accesso all'istruzione offrendo infanzia a 335mila bambini sotto i cinque anni nell'enclave, che rischiano ritardi nello sviluppo a causa del collasso del sistema educativo durante la guerra.
© RIPRODUZIONE RISERVATA






