L'Ue prepara lo scudo anti-rincari: cosa può succedere con le bollette
Alla riunione dei ministri per gestire l’emergenza, confermata la disponibilità di attuare «misure immediate». Il problema oggi sono i prezzi, nessun rischio sulle forniture

L’Europa si prepara a una possibile escalation sul fronte energetico, e la Commissione Europea sta studiando le misure contro il caroprezzi. «Siamo ben consapevoli della necessità non solo di monitorare la situazione – ha dichiarato il commissario all’Energia Dan Jørgensen, arrivando alla riunione dei ministri Ue del settore a Bruxelles - ma anche del fatto che dobbiamo prepararci, perché la situazione potrebbe ulteriormente aggravarsi». Adesso «stiamo lavorando a misure immediate per aiutare le imprese e i nostri cittadini più vulnerabili. In secondo luogo, dobbiamo anche avere a disposizione opzioni di emergenza nel caso in cui la situazione peggiori».
Per ora la Commissione non dà ulteriori dettagli, ma già alcuni giorni fa la presidente Ursula von der Leyen ha dato delle indicazioni, ribadite ieri in una lettera ai leader Ue in vista del Consiglio Europeo che si riunisce giovedì. Nella missiva, la presidente sottolinea che, «al momento, la sicurezza fisica degli approvvigionamenti dell’Unione Europea è assicurata». Il problema, sono, appunto i prezzi, «dall’inizio del conflitto – dice la tedesca – l’Europa ha già speso 6 miliardi di euro aggiuntivi in importazioni di combustibili fossili».
Anzitutto ci sono misure immediate che si possono prendere a livello nazionale. «Gli Stati membri – scrive Von der Leyen nella missiva – possono dare immediato sollievo ai prezzi dell’elettricità alle industrie energivore più colpite attraverso l’attuale quadro degli aiuti di Stato», lo stesso potranno anche per i costi delle emissioni, con compensazioni fino all’80%. Non basta: «Sussidiare o mettere un tetto al presso della generazione (di elettricità ndr) con il gas e ridistribuire gli extra-profitti è un altro strumento che alcuni Stati membri hanno già usato». E poi c’è un altro elemento già citato giorni fa da Von der Leyen, e cioè la possibilità «anche attraverso normative di ridurre le tasse sull’energia».
Una cosa è chiara: per Bruxelles (e per vari Stati membri) sarebbe deleterio allentare il percorso verso le rinnovabili (e ora anche il nucleare, sempre più sdoganato nell’Ue) e tornare a puntare sulle energie fossili. Nella lettera, Von der Leyen ricorda che tra il 2021 e il 2025 la quota di rinnovabili nell’elettricità è salita dal 36% al 48%, se ci si aggiunge il nucleare si arriva a oltre il 70%. Adesso, avverte, «è importante che qualsiasi misura a breve termine non porti a un rinvio della decarbonizzazione del sistema energetico, non incrementi la domanda di petrolio e gas, sia temporanea e mirata e minimizzi i costi di bilancio». Del resto, aggiunge Jørgensen, «sappiamo per certo che ci sono due cose che faranno scendere i prezzi in Europa: energie rinnovabili il più velocemente possibile, quindi occorre ridurre fondamentalmente i tempi di autorizzazione, ed essere più interconnessi». L’Italia, ha spiegato il ministro dell’Ambiente Gilberto Pichetto Fratin, ritiene «che lo sviluppo delle infrastrutture energetiche sia un elemento indispensabile per perseguire la transizione energetica e conseguire gli sfidanti obiettivi climatici europei» e «vede con sfavore una ulteriore centralizzazione dei processi di pianificazione e progettazione e chiede un maggiore coinvolgimento degli Stati membri nel processo di pianificazione delle infrastrutture energetiche». E poi c’è la questione del nucleare, su cui preme anche l’Italia, insieme agli altri quattordici Paesi dell’Alleanza Ue sul nucleare (Belgio, Bulgaria, Croazia, Repubblica Ceca, Estonia, Finlandia, Francia, Ungheria, Paesi Bassi, Polonia, Romania, Slovenia, Slovacchia, Svezia) che chiedono alla Commissione «ulteriori azioni concrete per sbloccare investimenti» in questo comparto.
Tema di divisione, la questione dell’Ets, il sistema di scambio di quote di emissioni. Alcuni Stati vorrebbero una sospensione o almeno, come l’Italia, una riforma. «Chiediamo – ha detto Pichetto Fratin - una revisione del sistema Ets, che ne limiti gli effetti sul prezzo dell’energia, riduca la volatilità e prezzo delle quote e limiti le dinamiche speculative, così che il meccanismo possa guidare efficacemente la transizione»’. Otto Stati membri (Danimarca, Finlandia, Lussemburgo, Portogallo, Slovenia, Spagna, Svezia e Olanda) rifiutano qualsiasi sospensione e anche la Commissione non la vuole. L’Ets, dice Von der Leyen nella lettera, «resta un provato strumento per far avanzare la trasformazione industriale. Dalla sua introduzione, l’Europa ha tagliato l’uso di gas di 100 miliardi di metri cubici». Von der Leyen annuncia però a breve una revisione «per indicare una traiettoria di decarbonizzazione più realistica oltre 2030».
Un no secco arrivata da Bruxelles, ma anche da varie capitali, all’idea di riprendere le importazioni di gas e petrolio russo. Idea sostenuta non solo da Ungheria e Slovacchia (oltre che, in Italia, dalla Lega), ma ora anche dal premier belga Bart De Wever. «Non ripeteremo gli stessi errori del passato – ha detto Jørgensen - non importeremo nemmeno una molecola dalla Russia in futuro».
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