Se nello zaino c’è un coltello sono mancati i maestri di strada
di Maria Prodi
Sempre più ragazzi girano armati. Le punizioni non bastano: senza relazioni vere e adulti autorevoli l'educazione affettiva resta uno slogan

Sul banco, ben in vista, un coltello a serramanico esibito impunemente ai compagni, come fosse un trofeo. Con il manico lavorato e la lama lucida, lunga, lievemente ricurva sta fra l’astuccio che straborda di penne e il succo di frutta alla pera. Il professore, che si sta spostando fra i banchi, lo nota e lo sequestra subito. Kevin sgrana gli occhi, non capisce perché l’insegnante si è appropriato del suo coltello: solo dopo lunghe e ripetute spiegazioni davanti al dirigente recepisce che ha introdotto a scuola un’arma, e che quindi è un reato quello che ha compiuto. Come lui tantissimi ragazzi, in proporzione sempre crescente, girano con un coltello addosso: dalla mattina quando escono di casa per andare a scuola, nei giri con gli amici, fino ai locali che frequentano. Le scuole non hanno metal detector, ma se li avessero non avrebbero personale con mansioni di ordine pubblico, in grado di operare perquisizioni e azioni di contrasto fisico. E se i ragazzi i coltelli li portano fuori della scuola, il problema resta. Si possono aumentare le previsioni di reati, aggravare le pene. Ma non illudiamoci che il ragazzo che ha accoltellato il suo compagno ignorasse di stare commettendo un terribile reato, o che ritenesse privo di conseguenze il suo gesto. Forse sapeva che il gesto era proibito in un ordine per lui astratto di cose, ordine rispetto al quale si sente esistenzialmente estraneo. In molti casi la minaccia di punizioni si trasforma in incentivo, quando brucia il senso di sfida, quando l’aggressività esonda e trova infiniti fiumi ad alimentarla ma nessun canale interiore fatto di riflessione, sentimento di reciprocità, senso delle conseguenze, a incanalarla. Scontrarsi con chi rappresenta l’ordine ed il contenimento diventa allora quasi un bisogno, più che un ostacolo.
«La scuola dovrebbe educare all’affettività, alle emozioni, al rispetto». Nessun consiglio più saggio, ma anche più ovvio e quasi tautologico. Ma educare come? La deformazione mentale in cui incorre anche il più agguerrito antinozionista è di ritenere, quando si tratta di educazione, che comunque un modello trasmissivo, argomentativo, persuasivo funzioni. Non c’è nessuna arrendevolezza al male, nessun “buonismo” nel cercare di guardare in faccia l’inefficacia di tante “educazioni a”: chiunque insegni conosce bene il grado di impermeabilizzazione che incontrano certe esortazioni istituzionali quando i costrutti morali o legali insegnati incrociano una pulsionalità adolescenziale non contenuta. Viene in classe l’autorità, l’esperto, il docente e la sua riprovazione viene consegnata al potenziale aggressore o al maschio prevaricatore che dovrebbe recedere dalle sue cattive condotte. Non è così che funziona. Non si cambia la percezione che la propria frustrazione, la propria vergogna, il proprio terrore di essere inadeguato, la propria impudenza imprimono a quell’imperativo distruttivo di dover compiere qualcosa di esagerato, che ribolle dentro a certi adolescenti. Quella violenza vista mille volte in video, giocata online, evocata nelle chat che improvvisamente si travasa con tutta la sua sconsiderata irruenza dal virtuale alla vita concreta, con l’arma più “carnale”, il coltello, inferta fisicamente da un corpo ad un altro corpo racconta di uno stato di rabbia disancorato dal dolore reale, dalla empatia fisica per l’altro. Che confidenza hanno i ragazzi con i corpi degli altri? Credono davvero all’esistenza dei corpi altrui? O forse frequentano solo immagini di persone, ma non persone: immagini elaborate, costruite, proiettate, truccate. La loro comunicazione avviene via schermo, le emozioni non si rappresentano tramite gli sguardi, ma via emoticon. Narrazioni di stereotipi, ma non incontri con persone reali popolano lo scrolling sui social.
I ragazzi non vengono forgiati dall’ethos familiare, è il contesto della loro bolla digitale a indurre, se non valori, almeno aspirazioni, tendenze, emulazione di comportamenti. E raramente trovano nei genitori la forza per difenderli dal caos e dal disorientamento seduttivo di un mondo che insegna a pretendere tutto salvo l’essenziale, e a pretenderlo con la forza. L’educazione affettiva non può essere né virtuale né cognitiva. Ci vogliono affetti per educare agli affetti. Molti insegnanti lo sanno fare, mettendosi in gioco. Con il Pnrr le scuole hanno avuto molte risorse per far fronte a situazioni di fragilità, disagio, dispersione, ma hanno finito, in ossequio alle regole stringenti e inevitabili della gestione di risorse pubbliche, per occuparsi di bandi e graduatorie, sfinendosi in una meticolosa burocrazia. Quello che ci voleva erano capi scout, animatori di oratorio, maestri di strada. Gente che non asserisce, ma testimonia, che non pensa di poter rendere asettica la pulsionalità aggressiva, ma che aiuta a incanalarla, maturala e spenderla per buone cause, per avventure costruttive, per il rischio di vivere davvero, con lealtà, giustizia e rispetto.
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