Giustizia, diritto e fede: l’interazione necessaria

di Fabio Pinelli
Sant'Agostino, La Pira, Calamandrei: la riflessione sul rapporto tra la legge, la persona e la coscienza morale
February 1, 2026
Giustizia, diritto e fede: l’interazione necessaria
/Foto Icp
«Che cos’è la giustizia? Questa sembra essere una di quelle domande per le quali v’è la rassegnata consapevolezza che l’uomo non potrà mai trovare una risposta definitiva, ma potrà soltanto cercare di formulare meglio la domanda». Con queste parole, pronunciate all’Università di Berkeley, Hans Kelsen aprì la celebre Farewell lecture, con la quale nel 1952 si congedò dall’insegnamento universitario. Ma nella Bibbia la parola “giustizia” ha un significato più alto: essa è intesa come rettitudine morale, conformità alla volontà di Dio, e in quel medesimo senso sono usate le parole “giusto” – quale ad esempio è Giuseppe, lo sposo di Maria – e “giustificazione”, termine, quest’ultimo, che ricorre spesso nelle lettere di San Paolo, ed è appunto inteso nel significato di “farsi giusto”, cioè “diventare amico di Dio”, moralmente retto. La giustizia in senso biblico si pone, quindi, su un livello più elevato rispetto alla giustizia legale e terrena, tale da poterne costituire un parametro di giudizio.
Mi piace qui ricordare la modernità del pensiero di Sant’Agostino che affiora prepotentemente nelle riflessioni, ancora attualissime, sui problemi della giustizia del suo tempo, sui requisiti morali e culturali dei giudici, sull’applicazione delle pene e sul trattamento del reo: questioni al centro delle quali egli pone sempre e invariabilmente la persona, con la dignità che le proviene dall’essere imago Dei, pur se colpevole di errori e crimini, e con l’insopprimibile necessità della sua emenda già nella città terrena, prima che si chiuda l’arco temporale della sua esistenza. Ne consegue, ad esempio, il ripudio della pena di morte: la pena è un rimedio necessario, ma, avverte Sant’Agostino, essa deve essere proporzionata alla colpa del reo; non deve avere il carattere di una vendetta, ma di un atto di ragione commisurato al duplice fine della conservazione sociale e della correzione del colpevole, perché la condanna deve estirpare il peccato, che è opera dell’uomo, senza annientare il peccatore, che è opera di Dio.
Considerazioni, come è evidente, ancora attualissime, e che certamente riecheggiano in quel lento, tribolato, ma ormai inesorabile percorso che sempre più spesso sta portando il legislatore ad individuare risposte sanzionatorie che non abbiano carattere detentivo, anche per combattere il drammatico problema del sovraffollamento delle carceri. Nella visione di Giorgio La Pira vi sono invece diritti che l’uomo ha per volontà di Dio, che preesistono allo Stato e non possono essere conculcati dallo Stato: i diritti di libertà – non solo quelli individuali ma anche quelli collettivi – sono sacri e inalienabili, e la loro soppressione o compressione si porrebbe al di là e fuori dall’idea di Stato democratico. La nota vicenda della contestata proiezione, nel 1963, nella città della quale era allora sindaco, Firenze, del film francese Non uccidere, sul tema dell’obiezione di coscienza al servizio militare, costituisce un esempio concreto di come Giorgio La Pira abbia inteso dare continuità ai valori e ai princìpi che aveva sostenuto nell’Assemblea costituente: la legge morale e i diritti inalienabili dell’uomo, tra i quali certamente egli ricomprendeva la pace e la libertà di pensiero, devono prevalere sulla legge formale, quando questa li contrasti.
Nelle opere di Piero Calamandrei troviamo numerosi riferimenti alla fede, intesa come affermazione dei valori universali della giustizia, della libertà, della solidarietà, della dignità umana, piuttosto che come fede religiosa: e del resto, parlando della nostra legge fondamentale, egli disse che «Nella nostra Costituzione c’è qualcosa che va al di là delle nostre persone, un’idea che ci collega al passato e all’avvenire, un’idea religiosa, perché è religione tutto quello che dimostra la transitorietà dell’uomo ma la perpetuità dei suoi ideali». Fede nel diritto, dunque, ma anche “fede nei giudici”, elemento centrale dell’Elogio dei giudici scritto da un avvocato, sin dalla prima edizione del 1935, intesa come fiducia non tanto e non solo nelle capacità tecniche del magistrato, quanto nella sua vocazione etica. «I giudici – egli scriveva – son come gli appartenenti a un ordine religioso: bisogna che ognuno di esso sia un esemplare di virtù, se non si vuole che i credenti perdano la fede». I pensieri e le opere di questi eminenti Autori ci confermano che l’interazione tra giustizia, diritto e fede, oggetto di questa interessante giornata di riflessione, non può e non deve mai arrestarsi, perché senza giustizia la fede è un altare senza luce, ma senza fede la giustizia rischia di essere un tempio vuoto e spoglio.
Vicepresidente del Consiglio Superiore della Magistratura

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