Via il dittatore, e poi? Il prezzo nascosto dei cambi di regime

La cattura di Maduro ha riaperto il nodo dei "regime change" imposti dall'esterno: il consequenzialismo seduce nel breve periodo, ma mina regole, istituzioni e futuro
February 1, 2026
Via il dittatore, e poi? Il prezzo nascosto dei cambi di regime
Sostenitori del presidente Maduro in piazza a Maracaibo, in Venezuela, protestano contro la sua deportazione ad opera degli Stati Uniti/ Fotogramma
Dopo della spettacolare operazione militare degli Stati Uniti che ha portato alla cattura (illegale) di Maduro in Venezuela, si è riacceso il dibattito sui cambiamenti di regime indotti dall’esterno e con la forza. Chi argomenta a favore adotta l’etica delle conseguenze, che giustifica o deplora un’azione a partire dagli effetti che essa produce, indipendentemente dalle intenzioni o dai mezzi utilizzati. L’argomentazione di fondo è che, tutto sommato, il mondo starebbe ora meglio senza Maduro, come nel passato si disse di Saddam Hussein e di Muammar Gheddafi. È una logica stringente, che suona, in sostanza, come un implicito discredito di quanti, a partire dal “solo” rispetto del diritto internazionale, adottando un’etica dei principi (ritenuti astratti), non sarebbero stati in grado di produrre cambiamenti significativi, in Venezuela come altrove. Il consequenzialismo è una tesi che può risultare convincente di primo acchito, ma solo se viene collocata in un’ottica di breve termine. Le conseguenze possono essere valutate, infatti, anche nel medio-lungo periodo, ed in tal caso la prospettiva cambia. Avendo a mente casi storici recenti, il cambiamento di regime può risolversi in forze centrifughe alle base di nuovi tragici scenari (il sedicente Stato islamico in Iraq-Siria), in una frammentazione territoriale delle istituzioni nazionali (l’Est e l’Ovest della Libia), e addirittura in una restaurazione dei poteri rimossi (il ritorno dei Talebani a Kabul). Il caso del Venezuela è tuttora incerto.
Non meno importanti sono gli esiti indiretti, ad esempio sulla stessa credibilità delle istituzioni internazionali e sull’effettiva vigenza di regole condivise, come pure per il loro “effetto di dimostrazione” in altri scenari (il caso della Cina nei confronti di Taiwan). Alcuni osservatori fanno notare che queste iniziative unilaterali miranti a rimuovere dittatori e autocrati sono state promosse da prospettive politiche ed ideologiche eterogenee (democratici e repubblicani, globalisti e neoconservatori). La differenza, tuttavia, consiste nella motivazione di fondo. Da una parte, l’idea della “pace democratica”: più Stati liberal-democratici (spontanei o indotti) ci sono al mondo, meglio è per la pace. È la logica dei “guerrieri democratici”, dell’America come “Stato crociato” (per usare la definizione di Walter McDougall) in nome della difesa e diffusione della democrazia e dei diritti. Dall’altra, l’approccio – più congeniale all’Amministrazione Trump – incentrato, per semplificare, sull’"asse del male”, i cui “associati” variano nel tempo. Per le potenze dominanti, meno dittatori e autocrati a loro ostili ci sono al mondo, meglio è. In entrambi i casi, la questione rilevante per le decisioni sulla pace e sulla guerra non riguarda solo i fini, ma anche i mezzi. Un dibattitto vecchio quanto il pensiero politico. Pare però semplicistico contrapporre intransigenti “erasmiani” da una parte (i mezzi devono essere sempre pacifici) e pragmatici machiavelliani dall’altra (il “fine giustifica sempre i mezzi”, ma si fa torto a Machiavelli).
Mentre altre operazioni militari si profilano all’orizzonte (contro gli Ayatollah in Iran?), è opportuno chiarire i termini di questa difficile equazione e arricchire i criteri di valutazione. In primo luogo, ci sono da considerare non solo gli effetti immediati, ma anche le conseguenze a medio e lungo termine per il paese colpito, la sua popolazione, le sue istituzioni politiche, il suo futuro socio-economico. Gli interventi militari dall’esterno quasi mai tengono conto dello stato della cultura politica di un Paese, e raramente includono percorsi di riconciliazione e di unità nazionale. Un esempio plastico: dopo il “ratto” di Maduro, nella sala della Casa Bianca sedevano i principali petrolieri del mondo, non certo gli attori del mondo del lavoro, della società civile e della cultura del Venezuela. In secondo luogo, se i mezzi siano autorizzati dal sistema di regole internazionali: non per legalismo astratto, ma per le implicazioni “sistemiche” rispetto alle norme che, nonostante tutto, ancora vigono nella politica mondiale. Le operazioni unilaterali, infatti, senza “copertura” internazionale, sono attacchi bivalenti: contro uno specifico regime, e contro il regime multilaterale. In terzo luogo, se l’intervento militare passi lo scrutinio della coerenza rispetto a situazioni analoghe, o non sia piuttosto selettivo e ispirato anche a ricadute strategiche, elettorali ed economiche. Nell’antica (e forse superata) dottrina della guerra giusta, uno dei criteri-cardine era proprio la recta intentio, la retta intenzione.

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