Calcio: Lautaro Martínez, anatomia
di un predestinato

di Pasquale Guarro
L’infanzia e la pre-adolescenza a Bahia Blanca, il legame con il fratello e la nonna, ex grande calciatrice: il ritratto del capitano argentino dell'Inter
February 1, 2026
Calcio: Lautaro Martínez, anatomia
di un predestinato
Il capitano dell'Inter, Lautaro Martínez Reuters/Daniele Mascolo
Chi è davvero Lautaro Martínez? Abnegazione, senso del gruppo, spirito di sacrificio: sono gli ingredienti della ricetta che ha usato per costruirsi la sua ascesa nell’olimpo del calcio. Ma di lui si sa poco, se non il suo essere legatissimo alla famiglia e alle amicizie. Vive il calcio in modo ossessivo. Apprezza l’ordine delle cose, come effetto del suo grande senso di disciplina. Vive a Milano (città che ama molto) e gioca nell’Inter, di cui è il capitano. Per tutti è l’erede “del capitano“, di Javier Zanetti, oggi vice presidente del club, con cui condivide non solo le origine argentine ma anche quel carisma che porta un gruppo ad esaltarsi, a vincere. Come Zanetti nelle relazioni Lautaro è un “pontiere”, una persona che crea legami autentici. Ma per svelare l’enigma Lautaro bisogna andare alle origini della sua formazione calcistica e umana.
«È sempre stato diverso da tutti, fin da ragazzino curava ogni dettaglio perché è sempre uno competitivo ed è uno che vuole vincere», racconta Alberto Desideri, uno dei suoi primi allenatori, ai tempi del Liniers. «Un ricordo? Lasciava a casa lo zaino e preparava il borsone per venire ad allenarsi - dice ancora Desideri -. Stava attento all’alimentazione come fosse già un professionista, chiedeva a sua mamma di mangiare pasta in bianco con il formaggio, il piatto perfetto prima di ogni partita». Perché nella testa di questo ragazzino c’era già la maturità del campione che oggi è quarto nella classifica “all time” dei bomber nerazzurri, con 169 reti all’attivo, a due lunghezze da Boninsegna, con una media di 0,46 gol a partita. Statistiche impressionanti, raggiunte in sette stagioni e mezza, e che hanno contribuito a far vincere all’Inter due scudetti (compreso quello della seconda stella), due Coppa Italia e tre Super Coppa Italiana, con in mezzo tre finali europee giocate, una di Europa League e due di Champions (è anche Campione del Mondo e d’America con l’Argentina). Giuseppe Meazza, cui è stato dedicato uno stadio, è il cannoniere più prolifico della storia dell’Inter con 284 gol, 115 in più rispetto a Lautaro, che realizzando una media di 20 gol a stagione per altri 6 anni, potrebbe anche pensare di raggiungerlo e superarlo. Impresa complessa, ma non impossibile per uno partito da Bahia Blanca, 640 chilometri a sud di Buenos Aires.
La chiamano la città del basket, ci sono canestri in ogni angolo di strada e lo stesso Lautaro si divertiva anche con quello. Era un play. Poi però ha scelto il calcio, strada già percorsa in famiglia, non solo dal padre e dal nonno, ma anche da Luisa Esther Aguilar, una calciatrice di spicco nei campionati locali, dove segnava gol a raffica da centravanti. Una pioniera del calcio femminile: era sua nonna. Lautaro, invece, ha iniziato a segnare al Liniers, nella Lega del Sur. Il talento si percepisce e a 15 anni viene già convocato in prima squadra. Il 16 maggio del 2013, Desideri, il suo allenatore, decide di mandarlo in campo: la squadra è sotto di due gol e si vuole affidare a quel ragazzo così ricco di talento e personalità. Con la maglia numero 16, il giovane si dispone a bordo campo per poter entrare, ma dalle tribune arrivano le prime risate a sottolineare la sua acconciatura: calvo sulla parte superiore della nuca, ma con i capelli sulle estremità laterali. I suoi compagni più “rodati” avevano sottoposto anche lui al rituale che spettava ai più giovani in odore d’esordio. Due minuti furono sufficienti ad azzerare l’ilarità della folla: Lautaro intercetta con il petto un rinvio sbagliato di Fernando Kessler, stoppa a seguire per entrare in area di rigore e calcia fortissimo all’angolino. Gol. Il 16 maggio, al minuto 16, con la maglia numero 16 sulle spalle.
È l’apice della gioia per il giovane Lautaro, che poco dopo avrebbe vissuto una grande delusione. Ignacio Dobri, ex compagno di squadra di Mario Martínez (papà di Lautaro), pensa che il ragazzo sia pronto al grande salto, così chiama il responsabile del Boca per farlo provinare: «Lautaro aveva segnato 40 gol in stagione, gli dissi che era il miglior attaccante della sua fascia d’età. Mi rispose che aveva già tre attaccanti del ’97, tutti fenomenali, e che Lautaro non sarebbe riuscito a stargli dietro. Mi disse che avrebbe guardato Lautaro e che lo avrebbe fatto marcare da ragazzi già nel giro della nazionale. Meglio così, gli risposi, almeno ti fai un’idea più chiara. Guardai l’allenamento, era stato brillante. Ma il responsabile del Boca non fu dello stesso parere, gli era sembrato lento e neanche troppo dotato fisicamente. Ignorava il fatto che si fosse misurato alla stessa altezza contro calciatori che si allenavano al Boca già da 4 anni», dice Ignacio Dobri. Lautaro fa rientro a Bahia Blanca con addosso il peso del fallimento ma poco dopo sarà un altro scout a dargli l’opportunità della vita. 
Fabio Radaelli, lavora per il Racing, ha visto Lautaro e se ne è innamorato al punto che fa carte false per trasferirlo ad Avellaneda, nonostante il club avesse tutte le squadre al completo e nel convitto fossero esauriti tutti i posti. «Se mi volete vengo, ma non faccio nessun provino», fu questa la prima reazione di Lautaro, appesantito dai rifiuti passati di Boca e San Lorenzo. La sua richiesta trovò accoglimento, il Racing lo porta ad Avellaneda nel 2014 e al primo anno Lautaro realizza 26 gol in 26 partite, ma non sono rose e fiori. Sportivamente procede tutto bene, ma nella testa di Lautaro c’è una grande preoccupazione: suo fratello maggiore, Alan, con il quale ha sempre vissuto in simbiosi, si ammala per il distacco subìto e somatizza con continue crisi convulsive: mamma, papà, rientro, d’altronde in convitto non si vive bene come a casa. Pronto ad abbandonare il suo sogno per stare accanto alla sua famiglia, l’altra metà della mela di Lautaro, il rifugio in cui ha sempre trovato riparo. Un suo compagno di squadra, Brian Mansilla, riuscì a dargli la forza con poche parole: «Devi resistere, siamo vicini a giocare in prima divisione». Decisivo anche il Racing, che si era proposto di spostare l’intera famiglia. Un anno dopo, nell’ottobre del 2015, Lautaro fa l’esordio in prima squadra sostituendo Diego Milito. Tre anni dopo, arriva la chiamata dell’Inter. Si chiude un cerchio. Tra Italia e Argentina ci sono un Oceano e una ventina di ore di volo, chilometri e distese di immenso blu mai percepiti per quello che sono realmente, di fronte alla naturale connessione che da sempre ha portato questi due popoli a fondersi tra loro. Con la stessa naturalezza, Lautaro ha affondato le sue radici a Milano, una città che si accontenta di amarlo per quel modo gladiatorio di misurarsi nella “Cancha de fútbol”, rispettando le inquietudini di un uomo che spesso sembra isolato nei suoi pensieri, tormentato da un senso di responsabilità che lo accompagna da bambino e che da sempre rappresenta per lui sia l’assillo che l’ambizione. Valori che lo hanno elevato. Fino a divenire Lautaro Martínez. Senza velocità, né potenza. Diceva qualcuno.

Milano e Buenos Aires città specchio che condividono memoria e futuro

di Davide Re
Il legame tra Milano e l’Argentina non è una semplice serie di coincidenze: è un intreccio profondo che attraversa calcio, identità, gusto, musica e scambio sociale. Parte di questa storia è storica — legata alla grande emigrazione italiana verso l’Argentina — ma una traccia forte e visibile nel presente la lasciano soprattutto le passioni sportive, culturali e gastronomiche. Nel campo sportivo, il club che più di ogni altro ha incarnato questo legame è l’Inter, soprattutto grazie ai due gloriosi periodi in cui il club è appartenuto alla famiglia Moratti.
Fin dall’arrivo di Javier Zanetti nel 1995 (assieme al connazionale Sebastian Rambert), l’Inter è diventata una sorta di ambasciata calcistica albiceleste a Milano. Zanetti è stato capitano dal 2001 al 2014 (oggi ne è vice presidente ), ha vinto 16 trofei con i nerazzurri e detiene il record di presenze nella storia del club (858), diventando un simbolo di continuità e identità condivisa tra la città e l’Argentina. Ma l’eredità argentina all’Inter è molto più ampia. La pagina statistica dei giocatori argentini che hanno vestito la maglia nerazzurra conta decine di nomi, tra grandi protagonisti e figure di passaggio, a testimonianza di una tradizione lunga e multiforme. Tra i principali, oltre a Zanetti, ci sono: Hernán Crespo, Julio Cruz, Diego Milito, Ramon Diaz, Antonio Angelillo, Rodrigo Palacio. E ancora Esteban Cambiasso e Walter Samuel, pilastri del leggendario Triplete 2009-10, e soprattutto Lautaro Martínez.
L’Inter, più di qualsiasi altro club europeo, ha fatto di questa presenza una parte integrante della sua identità: chi guarda il record di Zanetti o le stagioni vincenti con Milito e Cambiasso vede in filigrana un pezzo dell’Argentina dentro Milano. Questa presenza sportiva ha avuto ricadute culturali e sociali. Milano oggi è punto centrale della cultura argentina in Europa: ristoranti tipici come El Gaucho o El Patio del Gaucho, aperti da Javier Zanetti, quello di Lautaro che si chiama Coraje, e altri imprenditori di origine sudamericana, sono diventati luoghi di riferimento per la comunità ma anche per i milanesi appassionati di cucina di qualità, attirati dall’asado, dal vino argentino e dai prodotti di alta gastronomia. Il fenomeno non è solo un fatto di mercato, ma un modo di vivere e condividere storie, identità e autenticità. Non è un caso se gruppi come Dorrego Company con El Porteño hanno trasformato la cucina argentina in un format di successo.
Accanto al cibo, altri tratti culturali argentini si sono insediati a Milano. Il tango, danza profondamente radicata nella cultura di Buenos Aires, vive qui una stagione di vivacità con scuole come Tango Touch, Buena Onda Tango e Tangozerodue, oltre a eventi come gli “dinner show” al El Porteño Prohibido, che fondono cucina gourmet e performance dal vivo, ricreando l’atmosfera dei quartieri argentini. Sul versante istituzionale, progetti come il Nuovo Polo Culturale Argentino nel nuovo quartiere UpTown costituiscono un ulteriore ponte: gallerie, mostre e iniziative artistiche che portano a Milano il fermento creativo argentino, rafforzando i legami di educazione, letteratura e arti visive tra le due metropoli. Anche la dimensione economica ha esempi emblematici. Il caso di Fratelli Branca Distillerie è paradigmatico: nata a Milano nel 1845, l’azienda ha visto nell’Argentina il suo mercato più forte, tanto da aprirvi una fabbrica — unica oltre all’Italia — e rendere il Fernet Branca un’icona culturale locale, soprattutto nel Fernet con Coca-Cola detto Fernandito. Questo intreccio dimostra come un prodotto milanese sia diventato da tempo patrimonio di consumo e costume in Argentina, e non solo una merce scambiata. Infine, il legame si gioca anche nei flussi umani e storici. Milano è città di arrivi e partenze: argentini che vivono, studiano o lavorano qui e milanesi che per turismo, affari o sport percorrono la rotta inversa. In questa dinamica, il calcio — con l’Inter come epicentro simbolico — ha fatto da catalizzatore: non una causa economica diretta, ma un motore di attenzione, identità e senso di appartenenza che connette Milano e l’Argentina molto più di quanto non facciano i soli dati commerciali.

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